Professione reporter. Che ci stavano a fare in Siria?

di Beppe Giulietti*

I quattro giornalisti fermati in Siria.

I quattro giornalisti fermati in Siria.

“Che ci stavano a fare in Siria, non lo sapevano che quelle sono zone pericolose?”. Così, ieri sera, un amico commentava, sinceramente addolorato, la notizia del sequestro dei quattro cronisti italiani in Siria: Amedeo Ricucci e i tre colleghi Elio Colavolpe, Andrea Vignali e la freelance Susan Dabbous, impegnati da giorni su quel teatro di guerra per un reportage sperimentale dal titolo «Silenzio, si muore» per il programma Rai “La Storia siamo noi”, primo esperimento Rai di giornalismo partecipativo. In questo momento, sabato 6 aprile, secondo le fonti in contatto con i ribelli siriani, si è trattato semplicemente di un fermo, ma la preoccupazione è lecita. E con essa si impongono alcune domande: perché mai esistono ancora giornalisti che, invece di porgere il microfono, o di inseguire vecchi e nuovi camper, ancora si ostinano ad andare nelle zone delle guerre, delle stragi, della soppressione di ogni diritto politico e civile?

La sola domanda dovrebbe farci capire quale sia lo stato miserevole nel quale si è ridotta ed è stata ridotta, la professione del reporter che, secondo alcuni, dovrebbe al massimo passare veline, registrare commenti, non rivolgere domande, se non concordate prima, dedicarsi alla fisioterapia per allenare la schiena a una perenne flessibilità.
Per fortuna le eccezioni non mancano, ci sono ancora cronisti, più di quello che si possa immaginare, che continuano ad andare oltre il limite del consentito, a esplorare terreni letteralmente minati, all’estero e in Italia, a farci sentire e vedere quello che avrebbe dovuto restare oscurato o incomprensibile.

Tra questi mondi sicuramente c’è la Siria, perché gli interessi in gioco e gli equilibri internazionali esigono che si manifesti indignazione, ma che si assista inerti al massacro in atto. Quei cronisti, e non da oggi, stavano “bucando” quel silenzio, squarciando quella oscurità, per consentire a tutti noi di essere informati; erano e sono dunque gli occhi e le orecchie della pubblica opinione.
Bisognerebbe solo ringraziarli, e andare a rivedere o a riascoltare le loro inchieste, sulla Siria e non solo, per comprendere quanta serietà, rigore, passione civile ci sia dietro le loro storie umane e professionali.

Ci sono giornalisti che, da tempo, hanno scelto di indossare la tuta mimetica e di riscuotere i gettoni di presenza dai servizi segreti, poi ci sono giornalisti, come questi, che hanno scelto di rischiare per svelare i misteri di ogni esercito, di ogni banda, degli integralismi di diverso segno; senza questi ultimi saremmo tutti meno informati e, sicuramente, meno liberi. Tra questi cronisti di frontiera molti sono giornalisti precari, senza contratto, pagati a gettone.
Invisibili che danno volto e voce agli invisibili.

Fonte: dal blog di Beppe Giulietti, portavoce di Articolo 21, su Il Fatto quotidiano.it

A PROPOSITO

Il post di Amedeo Ricucci, prima del suo sequestro

Amedeo Ricucci

Amedeo Ricucci

Parlando della Siria, sul suo blog, il 23 marzo scorso Ricucci aveva scritto: «Una tragedia infinita che si consuma nell’indifferenza delle cancellerie occidentali e dell’opinione pubblica internazionale. Raccontarla andando sul posto non è facile, come dimostra l’alto tributo di sangue già pagato dai giornalisti e dagli operatori dell’informazione che in questi due anni hanno provato a farlo. E poi c’è il rischio dell’effetto-assuefazione, che consiglia di non esagerare con le notizie, le foto o le immagini dai fronti di guerra per non turbare troppo i sensi e le coscienze delle famigliole riunite per cena nel tinello di casa. Tutto vero».

«Forse, però, l’indifferenza è figlia anche della nostra incapacità – proseguiva Ricucci – di raccontare la tragedia siriana, coinvolgendo di più e meglio il nostro pubblico, rendendolo cioè partecipe di quella tragedia. Ed è una cosa che si può fare, con le tecnologie che abbiamo a disposizione. Anzi, è una cosa che si deve fare, se si crede nel dovere della testimonianza e nel diritto all’informazione. Da questa esigenza è nato il progetto “Silenzio, si muore”, primo esperimento Rai (e italiano) di giornalismo partecipativo. Dal 1° al 15 aprile sarò di nuovo in Siria; a decidere questa volta il mio percorso di viaggio, le notizie da seguire e le storie da raccontare, sarà un gruppo di studenti di San Lazzaro di Savena, collegati costantemente con me via Skype.»

Author: admin

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