Metodo 41: trarre il meglio
da quel che c’è

di Annamaria Testa*

Se cerco “Cucinare con gli avanzi” ottengo 813.000 risultati con Google. Dalle polpette al salame di cioccolato, dall’insalata di pollo alla torta di tagliatelle… una quantità di ricette sfiziose e ingegnose.

La metafora del cucinare con gli avanzi mi sembra suggestiva e fertile perché rimanda a un gesto per eccellenza creativo: ottenere buoni risultati con molti vincoli, partendo da risorse scarse e agendo con tutta la flessibilità necessaria a trasformare un difetto, un errore o una carenza in uno stimolo.

È qualcosa di sostanzialmente diverso dall’arrangiarsi: nel primo caso, si tratta di sopperire a una mancanza mettendoci un di più di energia e di inventiva, fino a ottenere un risultato eccellente e inatteso. Nel secondo caso, si tratta di rabberciare una soluzione qualsiasi, mescolando improvvisazione, furbizia e, se serve, faccia tosta.

Trarre il meglio da quel che c’è vuol dire anche trasformare la scelta obbligata (e, in quanto obbligata, depressiva) in una sfida che può essere esaltante: far funzionare un gruppo anche se non tutti i membri sarebbero, sulla carta, all’altezza. Rilanciare un’impresa anche se non tutte le condizioni sono ottimali. Prendere atto di uno svantaggio e ribaltarlo in vantaggio.

Si può fare. Vi racconto alcune storie del passato e del presente, diversissime fra loro ma, mi sembra, accomunate nell’idea del trarre il meglio.

La cantata delle putte degli Ospitali (circa 1720) di Gabriele Bella. Palazzo Querini, Venezia

La cantata delle putte degli Ospitali (circa 1720) di Gabriele Bella. Palazzo Querini, Venezia

LE PUTTE DI CORO. C’è la storia straordinaria delle Putte di coro. Siamo nella Venezia del Settecento: le fanciulle orfane, povere o malate vengono raccolte da quattro ospitali e avviate allo studio della musica. Tutta Europa viene ad ascoltarle. Loro cantano e suonano da dietro una grata. E leggete quel che racconta Rousseau: “Quello che mi dava fastidio erano le grate che lasciavano passare i suoni ma impedivano la vista di quegli angeli di bellezza… Il Signor Le Blond, che sapeva il mio desiderio mi presentò una dopo l’altra quelle cantanti celebri di cui non conoscevo che la voce e il nome. ‘Venite, Sofia…’, era orribile. ‘Venite, Caterina’, era guercia. ‘Venite, Bettina’, il vaiolo l’aveva sfigurata. Quasi nessuna era priva di qualche grave difetto. Le Blond rideva crudelmente della mia sorpresa. Ero desolato. Durante il pranzo le ragazze si animarono e diventarono allegre. La Bruttezza non esclude la grazia, e loro ne avevano. Pensavo: non si può cantare così senz’anima: e loro ne hanno. Infine mi abituai talmente alla loro vista, che uscii di lì che ero innamorato di quasi tutte quelle bruttezze”.

Wilma Rudolph

Wilma Rudolph

WILMA, LA GAZZELLA NERA. Cambiamo secolo. C’è la storia di Wilma Rudolph, nera, ventesima di 22 figli di una famiglia povera del Tennessee. Colpita da bambina dalla poliomelite, rischia di diventare zoppa ed è obbligata a portare un apparecchio correttivo. Fa riabilitazione. Riprende a camminare. A 12 anni comincia a fare sport. Corre veloce. Si allena fino a diventare la donna più veloce del mondo. Vince tre medaglie d’oro alle Olimpiadi. La ricordiamo come la gazzella nera.

KEWIN, DALL’AFRICA AL MIT. Cambiamo continente. C’è la storia di Kevin Doe, un ragazzino della Sierra Leone. Nel suo villaggio non c’è elettricità. Frugando nella discarica e combinando rottami, bicarbonato di sodio e acidi riesce a costruire un generatore. Partecipa a un concorso per studenti delle scuole superiori nel suo paese, e lo vince. È lo studente più giovane a frequentare un corso del Mit.

Kevin Doe

Kevin Doe

eutortoTorniamo in Italia, oggi. Carlo Petrini racconta su Repubblica la storia di Eutorto, un orto di tremila metri quadri (foto a destra) fatto da venti dipendenti (ingegneri, matematici, amministrativi) che, messi in cassa integrazione da Eutelia, società di TLC in crisi, passano dai computer ai peperoni.

Quest’idea che sia possibile (ehi: non ho scritto “facile”. Ho scritto “possibile”) trasformare una situazione svantaggiosa in una sfida che può essere vinta mi restituisce una certa baldanzosa allegria tutte le volte che mi viene da lamentarmi per una delle mille cose che non funzionano, o che vanno storte, o che non sono come vorrei, o che mancano. E, naturalmente, tutte le volte che torno a casa e il frigo è semivuoto.

nuovoneu* Fonte: nuovoeutile.it, teorie e pratiche della creatività.

Author: admin

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