BUON COMPLEANNO, CARLINO, CON IL TESTO RITROVATO DI EINSTEIN CONTRO LA BOMBA ATOMICA
introduzione di Salvatore Giannella - testo di Albert Einstein* - il Resto del Carlino, 24.3.1949
Come romagnolo d’adozione ho da tempo il Resto del Carlino nella mazzetta dei giornali che quotidianamente consulto per arricchire la mia conoscenza sul mondo che cambia, in particolare su Emilia Romagna e Marche. In questi giorni quel giornale diretto dal 2022 da Agnese Pini, felice scelta dell’editore Andrea Riffeser Monti, festeggia i primi 140 anni di operosa attività e io condivido questa festa di compleanno con un regalo ideale a tutti i colleghi (600, tra grandi firme e vulcanici corrispondenti come Giacomo Mascellani dalla Riviera romagnola, più i fotografi) estraendo dalla miniera della memoria il testo di una pietra preziosa semisconosciuta: l’articolo di Albert Einstein (nella foto d’apertura) pubblicato nei giorni in cui io venivo al mondo: 24 marzo del 1949. Titolo: “Contro la bomba atomica”. Un testo che mai come in questi giorni di velenosa, diffusa nebbia di sangue, di annunci bellicosi e di disinformazione irresponsabile sui social e oltre, risulta di stringente attualità. (s.g.)
Per i primi 140 anni di attività del Resto del Carlino è partito un tour di un anno con eventi, mostre e iniziative speciali in varie città. Più info su: ilrestodelcarlino.it/140anni. Quando il giornale nacque a Bologna, il 21 marzo 1885, fu battezzato “il Resto del Carlino” perché era distribuito nelle tabaccherie come resto di 2 centesimi, a chi, con una moneta di 10 centesimi popolarmente detto “carlino”, acquistava un sigaro toscano che ne costava 8.
CONTRO LA BOMBA ATOMICA:
L’URLO DI EINSTEIN SUL CARLINO
Una dolorosa esperienza ci ha insegnato che il razionalismo non basta per risolvere i problemi della nostra esistenza sociale. Estenuanti lavori di ricerca e una appassionata attività scientifica hanno avuto spesso – come ormai tutti sanno – tragiche conseguenze per l’umanità. Come risultato, infatti, essi hanno portato a scoperte che, se da un lato risparmiavano all’uomo un rilevante logorio fisico, rendendo la sua vita sempre più facile e piacevole, d’altro canto originavano in lui una profonda irrequietezza, lo riducevano schiavo della tecnica e – tragedia delle tragedie – gli procuravano i mezzi per il proprio annientamento. Quel che però è ancora più drammatico è il fatto che, mentre l’umanità ha dato vita a molti scienziati, i successi dei quali nel campo tecnico sono semplicemente ammirevoli, da lungo tempo non siamo più in grado di trovare una soluzione per i molteplici conflitti politici e per le tensioni economiche, che rendono così precario il nostro avvenire e, con ciò, la nostra stessa esistenza.
A noi, il cui tragico destino è stato di contribuire a rendere ancora più attivi e spaventosi i mezzi di distruzione, spetta ora il nobilissimo compito di cercare di impedire con tutte le nostre forze, che queste armi vengano un giorno impiegate per lo scopo per cui furono inventate. Esiste forse una attività che ci possa sembrare più importante? Una mèta sociale che ci possa stare più a cuore? Siamo noi che dobbiamo costruire il ponte ideale, destinato a collegare tra loro tutti i popoli del mondo; siamo noi che dobbiamo abbattere le barriere tra territorio e territorio.
All’interno delle singole comunità l’uomo ha fatto innegabili progressi anche per quanto riguarda la eliminazione di certe posizioni sociali. Le tradizioni e l’educazione hanno esercitato una notevole influenza positiva, contribuendo a creare – per gli uomini che vivono in questa comunità – tollerabili condizioni di vita. In compenso, però, nelle relazioni tra i diversi Stati continua a regnare la più completa anarchia, tanto da sentirmi autorizzato ad affermare che in tal campo negli ultimi due millenni non siamo affatto riusciti a realizzare un effettivo progresso. Accade anche troppo spesso che la soluzione di conflitti tra i singoli popoli continui a essere affidata alla violenza più brutale, alla guerra. La sfrenata e crescente avidità di potere tende a tramutarsi in azioni aggressive, non appena se ne offra l’occasione, per così dire fisica.
Per millenni, questo stato di anarchia internazionale ha schiacciato l’umanità sotto il peso di indescrivibili dolori e distruzioni, ostacolando a più riprese lo sviluppo dell’uomo, pervertendo la sua anima, annullando il suo benessere. Ci sono stati dei periodi, in cui esso ha determinato addirittura la distruzione di intere regioni.
Il desiderio dei popoli di essere pronti, in ogni momento, a fronteggiare una guerra esercita però anche altri influssi sulla vita umana. Negli ultimi secoli lo Stato ha avocato a sé una potenza crescente sui suoi cittadini, e ciò tanto nei Paesi dove è il buonsenso a governare l’impiego della forza, quanto in quello in cui esso è stata trasformata in arma al servizio di brutali tirannidi. Il compito dello Stato, imperniato sulla necessità di mantenere nei limiti di un pacifico ordine le relazioni dei suoi sudditi, è diventato sempre più vasto e complicato, soprattutto in seguito alla concentrazione dell’apparato industriale.
Lo Stato moderno ha bisogno di enormi mezzi militari per proteggere i suoi abitanti da un eventuale attacco dall’esterno; oltre a ciò esso ritiene necessario preparare i cittadini all’idea della guerra, “iniziazione” questa che non solo rovina nella sua essenza psichica e spirituale la gioventù, ma porta una notevole confusione nelle menti degli adulti. Nessun popolo può sottrarsi a questo imponderabile elemento corruttore, che si insinua persino fra le popolazioni di quei Paesi che non si propongono affatto un indirizzo spiccatamente aggressivo. In tal modo lo Stato è divenuto l’idolo dell’età moderna, al cui influsso ben pochi sono riusciti a sfuggire.
Prepararsi ad affrontare o addirittura a fronteggiare una guerra è però un’illusione. Negli ultimi due anni, infatti, lo sviluppo tecnico ha determinato una situazione militare impostata su basi completamente diverse, in quanto sono state trovate armi capaci di annientare in pochi istanti gigantesche masse umane e interi territori. Ne consegue che, siccome la scienza non è ancora riuscita a trovare mezzi di protezione contro queste armi, lo Stato moderno non è più in grado di provvedere a sufficienza per la sicurezza dei suoi sudditi.
C’è una sola via per salvare l’umanità dal pericolo di distruzioni, che superano ogni possibile visione della fantasia: la creazione, cioè, di un organismo supernazionale, che solo sia autorizzato al possesso di queste armi. Nelle attuali condizioni è però inconcepibile che i popoli siano disposti a consegnare gli elementi stessi del loro potere a una organizzazione che non abbia per legge il diritto e il dovere di comporre quei conflitti che in passato hanno portato alla guerra.
La creazione di questo organismo limiterebbe automaticamente i compiti dei singoli Stati a una specie di normale amministrazione per le loro questioni interne, mentre nelle loro relazioni con le altre potenze essi dovrebbero occuparsi soltanto di quei problemi, che in nessun modo possono compromettere la sicurezza nazionale.
Purtroppo, è evidente che i governi non si sono resi conto che la situazione in cui si trova l’umanità trasforma le misure apparentemente più rivoluzionarie in altrettante necessità della massima urgenza. Ciò che accade oggi non ha precedenti nella storia, per cui non è possibile impiegare metodi e mezzi, che in passato possono anche aver dato buona prova. Dobbiamo rivoluzionare il nostro modo sia di pensare che di agire, e dobbiamo avere il coraggio soprattutto di rivoluzionare i reciproci rapporti dei popoli di tutto il mondo. Non è più possibile adoperare oggi gli slogan ormai sfruttati di ieri, e che domani apparirebbero irrimediabilmente antiquati. Rendere gli uomini coscienti di tutto ciò è il compito più importante e più grave di responsabilità, che i lavoratori del pensiero si siano mai visti attribuire nel corso dei secoli. Avranno essi il coraggio di liberarsi dai loro legami nazionalistici nella misura indispensabile per indurre i popoli del mondo intero a staccarsi – ed è un distacco nella forma più radicale che sia possibile immaginare – dalle proprie tradizioni nazionali, per profondamente radicate in esse siano?
Un simile risultato comporta uno sforzo gigantesco. D’altra parte se non si dà vita oggi stesso a questa organizzazione supernazionale, essa verrà sì creata più tardi, ma sulle rovine di una gran parte del nostro mondo odierno. ll tempo che ci resta è paurosamente limitato, perciò se vogliamo agire dobbiamo farlo subito. [a.e.]

