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Antonio Secci.

Sono di Cala Gonone, frazione di Dorgali (Nuoro), che molti voi conoscete per il dialogo incessante tra mare e terra che genera meraviglie naturali. Già da piccolo seppi che il mio destino sarebbe stato di fare l’artista, anche se la mia famiglia di formazione agricola non vedeva di buon occhio il mio lavoro. Cominciai con la ceramica, osservando la natura aspra che mi fu maestra. Giovanissimo fui scoperto da un franco-olandese, Guy Harloff (1933-1991), e subito dopo fui incoraggiato da Gianni Dova (1925-1991). Mi spinsero a trasferirmi a Milano. Era il 1966. Frequentai Brera e il bar Jamaica, storico ritrovo di intellettuali e artisti, lì conobbi gli spazialisti (con il termine di Spazialismo si identifica un movimento fondato a Milano nel 1947 da Lucio Fontana). Erano anni di grande fermento e ricerca artistica e io ebbi la fortuna di incrociare le vite di Fontana, Baj, Dova, Crippa e di ascoltare le poesie di Montale e Ungaretti.

Andai a bottega da Roberto Crippa, lavorammo anche insieme ad alcune opere e la sintonia artistica fu tale che Crippa mi inviò a rappresentarlo in una sua mostra a New York nel 1971, accogliendo, fra le sue opere, anche due lavori realizzati a quattro mani. Crippa mi aiutò molto nella mia carriera, gli devo molto.

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Milano, 1972: Roberto Crippa e, in secondo piano, Antonio Secci fotografati nella Galleria Diarcon in via della Spiga durante una premiazione. Crippa ha dedicato a Secci uno scritto di presentazione e, nel 1970, ha firmato con lui due Composizioni. L’artista monzese non era nuovo a lavori ‘a quattro mani’: prima di Secci avevano sottoscritto con lui un’opera comune soltanto Lucio Fontana e Victor Brauner (ovvero il teorico dello Spazialismo e uno dei più importanti esponenti del Surrealismo).

Ebbi subito fortuna, un certo grado di riconoscimento professionale e con i proventi dei miei primi lavori acquistai un terreno, vicino al mare e accanto a quello appartenuto a mio nonno. Non avrei potuto rimanere senza quelle radici. Fu un periodo molto intenso e prolifico, che durò dal 1966 alla fine degli anni Settanta, quando alcune vicende personali crearono squarci nella mia vita. Feci ritorno in Sardegna, dove mi ritirai a coltivare un mio orto biologico e a riflettere. Con mia moglie Angela si sopravviveva grazie a quel terreno che avevo acquistato in un tempo felice. Riprovai il sentire perduto che aveva nutrito la mia infanzia: gli odori forti e aspri, il profumo del latte appena munto, i colori accesi, il vento, quella natura a cui tanto devo.

Mi mancava però qualcosa. Credo che l’uomo abbia bisogno della natura ma non possa fare a meno di persone, di rapporti umani e di comunicazione.

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Cala Gonone (Nuoro): depositate le vesti di artista, Secci alle prese con il lavoro nel suo campo.

Un nuovo evento importante della mia vita artistica mi accadde alla fine degli anni Novanta. Una giovane ragazza, Cristiana Collu, vince il concorso per la direzione di uno spazio espositivo il MAN (Museo d’Arte di Nuoro) e lo trasforma in un Museo internazionale d’avanguardia, portando avanti, contro tutti, il suo progetto straordinario. Mi chiama e realizziamo una grande mostra retrospettiva, che richiama moltissimi visitatori collezionisti, critici che non mi avevano dimenticato. Inizia per me una nuova primavera che mi ha fatto tornare (Livorno, Berlino, Vienna, Basilea) e che mi ha portato anche qui, a Bologna in questo spazio Seven che avete fatto bene a definire “stazione per viaggiatori di idee”. Questo è proprio quello che occorre: l’incontro, lo scambio e il confronto.

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Fotogallery / con gli occhi di Antonello Fancello

Squarci per guardare oltre

 

Guardi le opere di Secci e ti affiorano alla mente le parole del poeta portoghese Fernando Pessoa:

La pittura è come la poesia, più tenti di spiegarla e più rischi di rovinare il contenuto, il suo mistero… Ciascuna di queste opere contiene elementi peculiari e diversi, ma mi piace pensare che contenga anche la possibilità di un dialogo armonico tra di loro, dialogo che ritengo importante oggi più che mai.
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Milano, 1972: Roberto Crippa e, in secondo piano, Antonio Secci fotografati nella Galleria Diarcon in via della Spiga durante una premiazione. Crippa ha dedicato a Secci uno scritto di presentazione e, nel 1970, ha firmato con lui due Composizioni. L’artista monzese non era nuovo a lavori ‘a quattro mani’: prima di Secci avevano sottoscritto con lui un’opera comune soltanto Lucio Fontana e Victor Brauner (ovvero il teorico dello Spazialismo e uno dei più importanti esponenti del Surrealismo).

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Info e approfondimenti utili

 

A PROPOSITO/ I PREFERITI DI ANTONIO SECCI

Nella mia capsula del tempo metto…

Una bottiglia di mirto

Un ciuffo di rosmarino

Un’insegna: quella del Bar Jamaica di Milano

Un libro: Foglie d’erba, di Walt Whitman

Un disco: Satisfaction dei Rolling Stones