Marcinelle 56 anni dopo: Napolitano, Schifani e Fini piangono le vittime, noi ai giovani ricordiamo un eroe normale: il minatore abruzzese Silvio Di Luzio

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agosto 1956, ore 8,10 del mattino: nella miniera di carbone di Marcinelle, in Belgio, una gabbia parte dal punto d’invio 975 del pozzo d’estrazione con un vagoncino male agganciato. Ha inizio la tragedia che vedrà la morte di 262 minatori su 274 presenti, 136 dei quali italiani. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, tramite l’ambasciatore italiano a Bruxelles Roberto Bettarini, ha espresso sentimenti di vicinanza agli intervenutio alla commemorazione della tragedia del Bois du Cazier: “Il ricordo della terribile vicenda di Marcinelle è ancora vivo nelle famiglie e nei compagni delle vittime. Tutta l’Italia vi scorge l’emblema dei sacrifici affrontati dai lavoratori italiani emigrati in altri Paesi, impegnati a costruire un avvenire migliore per le giovani generazioni e un’Europa più moderna e slidale. Il dramma che oggi rievocate”, continua il messaggio del nostro capo dello Stato, “è di stimolo alla incessante ricerca di condizioni di lavoro sicure e dignitose per tutti. Si tratta di un obiettivo che nemmeno oggi può dirsi raggiunto e che deve continuare a impegnare le autorità italiane ed europee”. Messaggi di analogo significato sono stati emessi dalle altre due massime cariche dello Stato, Renato Schifani e Gianfranco Fini, presidenti del Senato e della Camera.

Le loro parole mi hanno evocato quelle di un maestro del giornalismo, Enzo Biagi, da me riportate nell’intervista su Oggi del 12 maggio 2004 e riprese nel libro che ho curato nel 2010, “Consigli per un Paese normale”, Rizzoli. Quella che raccolsi all’epoca, nello studio di Biagi al porimo piano della libreria Rizzoli in Galleria Vittorio Emanuele a Milano, era una lettera aperta al ministro degli Italiani nel mondo, Mirko Tremaglia (1926-2011). Rileggiamola:

“Signor ministro, la disturbiamo per una piccola vicenda burocratica che riguarda però un grande uomo, una delle figure più luminose dei quattro milioni di italiani che vivono all’estero. Il protagonista si chiama Silvio Di Luzio, è abruzzese di nascita e il Belgio lo annovera da tempo tra gli eroi nazionali, per aver vissuto come protagonista le operazioni di soccorso nella catastrofe mineraria di Marcinelle.
Non c’è bisogno che le ricordiamo quella giornata tragica dell’8 agosto del 1956 quando morirono 262 minatori, 136 dei quali italiani, e il valore simbolico di quel luogo: lei stesso, ministro Tremaglia, con una scelta significativa, volle farne la meta della sua prima visita ufficiale all’estero da ministro degli italiani d’oltre confine in occasione del 45mo anniversario di quella tragedia provocata da un banale inconveniente. E proprio in quella occasione volle incontrare a Marcinelle, davanti al Monumento al sacrificio del minatore italiano, gli ultimi due superstiti dei 18 della squadra di soccorso ancora in vita: erano Redento Novelli (scomparso nel 2002 per silicosi) e lui, proprio il nostro Di Luzio, l’uomo che re Baldovino in persona gratificò di una medaglia e della nomina a cavaliere all’indomani della tragedia.
Ancora oggi, 2004, a quasi mezzo secolo di distanza di quella strage (portata sugli schermi della Rai da Angelo Rizzoli, in una fiction con Claudio Amendola e Maria Grazia Cucinotta), quando parla di quella giornata sciagurata, Silvio Di Luzio sembra rivedere davanti agli occhi il fumo sprigionarsi dal pozzo carbonifero del Bois de Cazier. «Quando arrivammo alla miniera», ricorda, «vedevamo solo fumo, era tutto buio, ma sapevamo che lì sotto, a mille metri di profondità, c’erano 275 nostri colleghi. Io avevo già partecipato ai soccorsi per altre sciagure, ero allenato. Ma quando siamo arrivati lì sotto, abbiamo trovato l’inferno. Non so come noi stessi siamo riusciti a salvarci».
Furono tanti i giorni di febbrile lavoro per estrarre, tra immani difficoltà, i rarissimi sopravvissuti e poi le centinaia di cadaveri. «Quella tragedia», va ripetendo da sempre Silvio Di Luzio, «ha fatto sì che in questo Paese noi italiani siamo stati finalmente rispettati. Fino ad allora eravamo trattati come schiavi».
Successivamente, trent’anni dopo, Di Luzio con altri colleghi è stato all’origine della volontà di salvare il Bois de Cazier dal definitivo abbandono, collaborando come Associazione ex minatori al paziente restauro del sito, diventato ora un museo e, allo stesso tempo, un luogo della memoria. Questo è l’uomo che oggi lamenta un difficile rapporto con la burocrazia italiana. «Attualmente», spiega., «vivo con la pensione maturata avendo lavorato 45 anni in Belgio, di cui 11 in miniera. In Italia nel 2001 ho fatto la domanda per ottenere la pensione da ex combattente, ma mi hanno riconosciuto gli arretrati solo dal 1999, nonostante mi spettassero dal 1986. Mi è stato spiegato che ho fatto la domanda in ritardo: ma io, come potevo sapere?».
Ecco, illustre ministro, la piccola storia che ci permettiamo di segnalarle. Siamo certi che, con il Suo interessamento, quello che sembra un banale intoppo burocratico possa essere superato. Lei farebbe quella che una volta si chiamava opera buona e che per noi è un’opera di giustizia. In Italia e nel mondo stiamo vivendo tempi molto cupi, in cui è l’umanità stessa in pericolo. Ma intanto cominciamo con il fare qualcosa per questo piccolo, grande uomo che aspetta un segnale in una città belga salita alla cronaca per ben altre vicende segnate da quella «negatività» che tanto indigna il nostro capo dello Stato: quelle del mostro di Marcinelle, il pedofilo assassino Marc Dutroux. Risolvendo il piccolo caso Di Luzio, Lei può dimostrare che, al contrario di un diffuso luogo comune, anche nel bene ci può essere romanzo. Aspettiamo fiduciosi”.

Silvio Di Luzio, minatore-eroe di Marcinelle, è morto a 79 anni in Belgio il 26 giugno del 2005, un anno dopo l’appello lanciato da Biagi al ministro Tremaglia. Al momento dell’ultimo saluto terreno, così un compagno di lavoro ha letto il suo elogio funebre: «Se c’è un tratto che ha distinto la vita di Silvio, questo eroe del quotidiano, del lavoro e dell’altruismo, è stato il coraggio di ricominciare sempre. Di non arrendersi mai. Lo fece a 17 anni, quando decise di non subìre oltre i soprusi dei tedeschi. Imbracciò un fucile e fece la guerra partigiana. Di Luzio è stato uno tra quelli che ha liberato l’Italia. Uno dei primi patrioti della Brigata Maiella a entrare a Bologna, nella Bologna di Biagi. Poi il ritorno a casa, a Torricella Peligna, in Abruzzo. La rabbia di sentirsi trattato come un peso, come un poco di buono perché era stato “partigiano“. Nell’immediato dopoguerra per la nomenclatura badogliana o fascista, rimessa in piedi da Togliatti, allora ministro della Giustizia, che concesse la grazia ai gerarchi del regime, uno che aveva fatto il partigiano era poco più che un “brigante”. […] Per tutta la vita l’uomo della Maiella ha lottato per la memoria dei suoi compagni morti sotto la miniera. Soprattutto quando volevano buttare giù ciò che resta delle torri della miniera, per farci sopra un supermercato. È stata l’ultima grande battaglia di un uomo vero. La miniera Bois di Cazier è ora un museo della memoria del lavoro italiano all’estero». A ricordo della necessità di un ambiente di lavoro sicuro, materia in cui l’Italia è ancora oggi molto indietro, con i suoi tre morti in media al giorno.

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