Giovanni Succi, il digiunatore
di Cesenatico che ispirò Kafka

Il romagnolo colpì l’immaginazione del famoso scrittore
di lingua tedesca che compose nel 1922 la sua novella
Ein Hungerkünstler” (letteralmente “Un artista della fame”)

DAGLI APPENNINI ALLE ONDE / STORIE DELLA ROMAGNA NOSTRA

testo di Ennio Ferretti* / Confini

C’è a Cesenatico una stradina a due passi dal porto canale leonardesco che si chiama semplicemente Via Succi, una parallela a via Squero e perpendicolare a via Semprini, strade che costituiscono il cuore del centro storico di Ponente, quartiere della gente di mare e, di tanto in tanto, di chi vi scrive. Solo recenti scoperte nell’ufficio anagrafe hanno permesso di svelare che il nome proprio mancante davanti a Succi è quello di Giovanni, “benefattore e famoso digiunatore” com’è annotato nel documento cittadino: sì, un uomo che con le sue imprese aveva conquistato una fama internazionale negli anni fra Otto e Novecento e che aveva ispirato una famosa novella di Kafka, appunto “Un digiunatore” (qui letta da Arnoldo Foà su Radiodue e un recente brano musicale di Salvatore Fittipaldi). Tutto questo mi racconta, davanti a una gustosa crostata preparata dalla moglie (la pittrice Anna Maria Nanni) quell’incisivo storyteller della memoria romagnola che è Ennio Ferretti. Una storia straordinaria che Ennio ha ricostruito minuziosamente e poi affidato alle pagine di Confini, il quadrimestrale di arte, letteratura, storia e cultura della Romagna antica e contemporanea edito da Il Ponte Vecchio di Cesena. Eccone un condensato. (s.g.)

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Giovanni Succi (Cesenatico, 1850 – Casellina e Torri, odierna Scandicci, Firenze, 1918). Nell’archivio toponomastico del comune di Cesenatico viene indicato come “benefattore e famoso digiunatore”.

Giovanni Succi era un tale che per mangiare… digiunava! Proprio così. Si guadagnava infatti da vivere esibendosi come un fenomeno da baraccone digiunando per giorni e giorni; durante questi digiuni gli era concesso solo bere acqua a volontà e qualche goccia di un misterioso elisir, la cui ricetta si favoleggiava gli fosse stata fornita da uno stregone africano. La gente pagava per andarlo a vedere e faceva scommesse sulla durata delle sue performance.

Era nato a Cesenatico nel 1850 in una famiglia benestante (il padre possedeva una impresa di trasporti marittimi) e tutto faceva presagire una vita agiata per lui, per i due fratelli e le due sorelle.

Ma nel 1862 una terribile sciagura si abbatté su di loro: a seguito di una violenta tempesta nello Stretto di Messina il padre, Nicola Succi, perì con tutto l’equipaggio nell’affondamento del suo veliero, il “Brich”.

La famiglia si era così ritrovata in precarie condizioni economiche, tanto da doversi trasferire a Rimini presso i parenti della madre. Ma le disgrazie non sono finite per la famiglia Succi: nel 1864 la madre, Cherubina Pescanti, già segnata dalla precoce vedovanza e oberata dall’educazione e dal mantenimento dei suoi cinque figli, si spegne all’età di 44 anni.

A questo punto si perdono un po’ le tracce della famiglia Succi. Sappiamo però che Giovanni si era dato a viaggi avventurosi in Africa, soggiornando a lungo soprattutto a Zanzibar e in Madagascar. Fu durante uno di questi viaggi, come egli poi raccontò, che una malattia gli danneggiò il fegato costringendolo a stare senza mangiare per un lungo periodo. Egli constatò che questo forzato digiuno, anziché debilitarlo, lo rinvigoriva. Raccontò pure del fortunato incontro in uno sperduto villaggio con uno stregone che gli avrebbe fornito la formula di un magico elisir capace di dargli l’energia per sopportare quei lunghi digiuni che l’avrebbero in seguito reso famoso.

Rientrato in Italia nel 1885, Succi pensò bene di sfruttare le sue esperienze e, decantando le virtù miracolose del suo elisir, cominciò a esibirsi in digiuni dimostrativi che gli permettevano di sbarcare il lunario, perché gli spettatori, per vederlo, dovevano pagare un biglietto d’ingresso. Il Succi alternava, alle sue esibizioni, deliranti dichiarazioni nelle quali affermava che in lui si era incarnato lo spirito del leone e che la sua materia era divenuta incorruttibile. Nessuna meraviglia quindi che fosse preso per matto; sottoposto a una visita psichiatrica, fu internato in un manicomio con la diagnosi di “paranoia ambiziosa”.

Dimesso dal manicomio lo ritroviamo a Forlì, dove digiunò per 14 giorni sotto il controllo di alcuni medici e di una commissione di persone di fiducia; finito il digiuno, si recò a piedi a Forlimpopoli senza dare alcun segno di stanchezza.

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Succi il 28° giorno di digiuno durante l’esperimento di Milano.

Memorabile fu l’impresa compiuta nel novembre 1886 a Parigi, quando egli si propose di digiunare per ben 30 giorni.  Un impresario finanziò una commissione di medici incaricata di verificare in ogni momento la correttezza e quindi l’attendibilità della performance. Se fosse riuscito nell’impresa, Succi avrebbe incassato 15.000 franchi. Egli vinse, anche se ebbe lo scorno di essere moralmente battuto da uno sconosciuto pittore italiano, certo Merlatti, che negli stessi giorni  digiunò per 40 giorni, ottenendo il primato mondiale.

Nel febbraio 1888 Giovanni Succi fu presentato al prof. Luigi Luciani, uno dei più importanti fisiologi dell’epoca, direttore del laboratorio di fisiologia dell’Istituto di Studi Superiori di Firenze e insieme concordarono di ripetere a Firenze l’esperimento di 30 giorni continui di digiuno, prova già da lui superata precedentemente a Milano e a Parigi. Succi pose però la condizione che la prova fosse seguita, sia da una Commissione Scientifica che avrebbe dovuto assumersi l’onere dello studio dei fenomeni del digiuno, sia da un comitato di sorveglianza per garantire la serietà e il rigore dell’esperimento.

Alla Commissione Scientifica fu demandato il compito dei controlli medici da effettuarsi in modo continuativo… Inoltre fu stabilito che: durante il digiuno a Succi non era permesso ricevere visitatori o amici se non negli orari stabiliti e sotto controllo dell’apposita Commissione; che i visitatori dovevano rimanere divisi dal Succi da una apposita ringhiera; che il Succi non poteva accettare oggetti offerti dai visitatori. Fu concordato poi che durante il digiuno Succi avrebbe avuto facoltà di stare coricato o levato, di leggere, di scrivere, di fare passeggiate.

Fu stabilito infine un preciso elenco delle sostanze delle quali egli avrebbe potuto fare uso, e precisamente: a) un purgativo salino; b) acqua; c) piccole quantità di olio d’oliva per massaggi. E per ultimo, prima del digiuno, gli era concessa qualche sorsata del suo magico elisir.

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Milano: Giovanni Succi rompe il digiuno dopo una esibizione pubblica. (Disegno di Ettore Ximenes)

L’esperimento del Succi durò l’intero mese di marzo 1888. Alla fine egli aveva perduto sì 15 chili di peso, ma dai controlli medici era emerso che non aveva accusato disturbi fisici o psichici, anzi aveva addirittura incrementato la sua forza muscolare!

In una sua “Comunicazione”, letta davanti all’Accademia medico fisica fiorentina il 15 aprile, il prof. Luciani dichiarò “il digiuno del Succi essere un fenomeno naturale spiegabile con le leggi comuni della fisiologia”.

Resta comunque difficilmente spiegabile come possa un individuo digiunare per 30 giorni e 30 notti senza soffrire, mantenendo valide le sue forze muscolari e la mente lucida, sopportando con pazienza tutti gli esperimenti e le indagini cui i medici l’avevano sottoposto. Perché fra l’altro quest’uomo durante il digiuno, come risulta dai rapporti medici, percorreva in media dai tre ai quattromila passi al giorno, spendeva energie a cavalcare, a far passeggiate, a battersi alla sciabola e… a chiacchierare!

Non è improbabile che il Succi, nei suoi viaggi in terra d’Africa, abbia appreso un metodo per attutire la sensibilità dello stomaco agli stimoli della fame o che avesse una disposizione congenita ad avere poco bisogno di cibo. Oppure tutto era merito del suo magico elisir?

A dire il vero, in base alle osservazioni fatte dalla commissione medica che aveva seguito in tutte le sue fasi l’esperimento di Succi, pare che questa misteriosa bevanda altro non fosse che un miscuglio a base di cloroformio, cannabis e morfina che, almeno nella fase iniziale del digiuno, avrebbero avuto il potere di attutire i morsi della fame…

Nel 1894 ritroviamo Succi a Rimini, dove nella palestra di Via Cairoli si esibisce superando la prova di stare tre giorni e tre notti senza mangiare e senza dormire. Il biglietto d’ingresso per andarlo a vedere costava 40 centesimi.

A questo punto Giovanni Succi è oramai una celebrità: si esibisce nelle maggiori città d’Europa fino a giungere a New York, dove riuscirà a battere il record mondiale con un digiuno di ben 45 giorni! Il New York Times  del 21 dicembre 1890 riporta così la notizia:

Giovanni Succi, un signore italiano che ha raggiunto una certa fama come digiunatore professionista, ha iniziato l’altra sera quello che dichiara sarà un digiuno di 45 giorni. Chi desidera vedere come egli digiuna può trovarlo nella piccola hall del Koster&Bial’s (un teatro leggero nella 23° strada West), a ogni ora del giorno e della notte. Una parte della hall è stata delimitata da una ringhiera e al di là di questa sezione ci sono un letto, una poltrona, una tavola e delle sedie a uso del Signor Succi. Il digiunatore ha cenato l’altra sera alla presenza di una ventina o forse più di spettatori, e la sua cena è consistita in acciughe, trota lessata, olive, sedano, risotto (un piatto italiano cotto al forno che comprende riso, funghi, formaggio e vino), cavolfiori, rognone in umido, pollo arrosto, pernice arrosto, quaglia arrosto, uva, pere e un quartino di Chianti.

A Succi c’è voluta quasi un’ora per fare piazza pulita di tutto, e ha lasciato solo poche briciole. Alle otto e dieci in punto ha acceso un sigaro e così ha iniziato il digiuno… Il digiunatore ha promesso di resistere per 45 giorni senza alcun cibo solido. Egli potrà bere tutta l’acqua che desidera e occasionalmente potrà anche fumare. Ha inoltre una medicina che egli dice essere una semplice precauzione per alleviare il mal di stomaco. Di questa potrà prenderne venti o trenta gocce in un bicchier d’acqua ogni due o tre giorni… Il Signor Succi passerà il tempo a leggere, a conversare, a tirar di scherma, a tirare di boxe, a giocare a bigliardo. Potrà dormire quando ne avrà voglia.

Il New York Times dà poi anche notizia della riuscita dell’impresa:

Il Signor Succi ha terminato il suo 45° giorno di digiuno alle otto e 11 ieri sera con una leggera tazza di cioccolato… il suo 35° più lungo periodo di digiuno è cosa del passato… Era fisicamente quasi esausto, i suoi nervi letteralmente a pezzi e i suoi muscoli indeboliti… i dottori dicono che egli era sull’orlo di un collasso… essendosi effettivamente astenuto dal cibo… Egli pranzerà in pubblico nella hall del Koster&Bial’s… Il menu comprenderà zuppa di riso, sardine, pollo, quaglie arrosto, con vino, caffè e frutta.

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Il racconto di Franz Kafka Un digiunatore (Ein Hungerkünstler) venne pubblicato nel 1922. Il protagonista del racconto, un individuo emarginato e vittima della società in generale, è un “artista della fame” che esprime il digiuno estremo come forma d’arte. La storia esplora temi familiari della poetica kafkiana, quali la morte e l’isolamento, l’arte e l’ascetismo, la povertà spirituale e l’inutilità o fallimento personale, il tutto all’interno d’una generale corruzione dei rapporti umani.

Ma Giovanni Succi non finisce mai di stupire. In un servizio apparso su “La Stampa” del 29 marzo 1932 il giornalista Giovanni Corvetto intervista il torinese comm. Giovanni Fiandra che fu per lungo tempo impresario del Succi. Ebbene questo signore racconta, con ricchezza di particolari, episodi e aneddoti sulle imprese del digiunatore. Egli riferisce che, a partire dal 1898, Succi fece a Torino vari spettacolari digiuni, fra i quali uno di 50 giorni e uno addirittura di 66 giorni, durante il quale egli perdette ben 20 chili! Durante queste prove Succi fu rinchiuso in una cella in muratura, separato dal pubblico da una fitta grata e da una parete di vetro, disponendo solamente di 100 bottiglie di acqua minerale. Finito il digiuno, pur visibilmente smagrito, appariva in buona salute. Seguito da una folla in delirio, la prima cosa che fece fu quella di recarsi al più vicino ristorante per recuperare… i pasti perduti.

Ma gli anni passano e l’interesse del pubblico per i digiunatori di professione va via via scemando. Ma ancora nel 1907 Succi compie un’impresa notevole: in occasione dell’inaugurazione della prima sala cinematografica a Bologna, il grandioso cinematografo della Borsa, Succi, chiuso in una gabbia di vetro posta nella sala d’aspetto, digiunò per 30 giorni alla presenza di migliaia di increduli spettatori.

La carriera di Succi durò ancora pochi anni; accudito da una governante, si ritirò infine a vita privata nell’odierna Scandicci (Firenze), dove si spense il 9 ottobre 1918, a 68 anni.

Ma un’ultima sorpresa va menzionata a conclusione di questa storia. Nel 1922 fu dato alle stampe quello che fu l’ultimo racconto scritto da Franz Kafka (foto in apertura) che, gravemente ammalato, morirà due anni dopo. Il titolo del racconto è “Ein Hungerkünstler” e cioè “Un artista del digiuno” che narra di un digiunatore di professione che alla fine si lascerà morire nella gabbia in cui era stato rinchiuso per la sua esibizione. Ebbene il modello ispiratore di questo personaggio potrebbe ragionevolmente essere proprio lo stravagante Giovanni Succi.

Ennio-Ferretti-Anna-Maria-Nanni* Ennio Ferretti è nato nel 1936 a Cesenatico, dove tuttora risiede. Laureato in Lingue straniere, ha insegnato francese in varie scuole. Da sempre appassionato di enigmistica, collabora da anni con le più prestigiose riviste di questa materia. Ha pubblicato la guida cicloturistica Dal mare alla collina e, su un episodio poco conosciuto della guerra austro-napoletana del 1815, La battaglia di Cesenatico. È sposato con Anna Maria Nanni, pittrice (insieme nella foto a destra), e ha due figli e due nipoti.

A PROPOSITO

digiunatore-artistaIl Succi del terzo millennio è un polacco, 50 anni, un metro e 90, fisico asciutto e movimenti sciolti e snodati: si chiama Joachim M. Werdin (foto a sinistra) e tiene seminari a pagamento (costo d’iscrizione 350 euro) in tutto il mondo. L’ultimo l’ha convocato a Magenta (Milano), per la verità poco affollato: due signore vegane e un bravo cronista di Oggi, Giuseppe “Beppe” Fumagalli, che ha concluso il seminario-choc indetto dal guru del digiuno a oltranza con un sostanzioso spuntino. “Lui pratica l’astensione dal cibo come forma di benessere ma l’importante è non imitarlo”, ha tenuto a sottolineare il Beppe ai lettori dello storico settimanale della Rcs. (Il suo resoconto è sul n. 43 del 21 ottobre 2015).

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