Si è fermato, causa Covid, il cuore di Raoul Casadei, 83 anni, il “re del liscio” che ha fatto ballare l’Italia e ha esportato il genere musicale (e con esso, i valori della propria terra romagnola: la famiglia, l’amore, l’amicizia). Mi associo, con tanti altri, al dolore della famiglia che vive nel Recinto a Villamarina di Cesenatico. Porto con me il ricordo di una cena con lui nel corso di una serata festosa a Rimini, in coincidenza con l’interessante congresso nazionale di otorinolaringoiatria organizzato a Rimini prima dell’emergenza sanitaria dal primario del Morgagni-Pierantoni di Forlì, Claudio Vicini. E affido ai lettori le sorprendenti parole che Raoul mi consegnò in un’intervista del settembre 2016 per la rubrica che ho curato per cinque anni su Sette, lo storico magazine del Corriere della Sera.

Raoul Casadei - ritratto digitale Streamcolors

Raoul Casadei (Gatteo, Rimini, 1937 – Cesena, 2021), simbolo della Romagna del “regionalismo estroverso”.
Nel 2001 ha passato il timone al figlio Mirko.

(CREDIT Giacomo Giannella / Streamcolors)

Caro Raoul, ero nel prato davanti al Grand Hotel di Rimini per la prima Notte del liscio organizzata dalla tua squadra familiare e ho ascoltato le tue parole di elogio per Secondo Casadei, creatore di Romagna mia, la canzone più eseguita, dicono i dati Siae, nelle balere di tutta Italia…

“Ma sbagli se pensi che io ti indichi come mio eroe lo zio Secondo, che morì a 65 anni, nel 1971. Pur ammirandolo come creatore dell’inno dei romagnoli, venduto con oltre sei milioni di dischi e interpretato da ugole di ogni genere…”

Perfino dal Papa: cantò le prime strofe sottovoce davanti a una delegazione di emiliano-romagnoli. Me lo confidò Enzo Biagi, che era nel gruppo con Sergio Zavoli, monsignor Ersilio Tonini e l’attuale presidente del Touring Club Italiano, Franco Iseppi…

“Esatto. Ma la mia scelta in questa occasione cade su un personaggio non della Romagna del ‘regionalismo estroverso’, della forte identità insieme agli altri italiani e stranieri ospiti, ma su un sardo: Enrico Berlinguer, indimenticabile segretario generale del Pci. Un personaggio che mi è rimasto nel cuore”.

Enrico Berlinguer - ritratto digitale Streamcolors

Enrico Berlinguer (Sassari, 1922 – Padova, 1984). “Si iscrisse giovanissimo alla direzione del Pci” (Giancarlo Pajetta).
È stato segretario generale del Pci dal 1972 fino alla morte e principale esponente dell’eurocomunismo.

(CREDIT Giacomo Giannella / Streamcolors)

Come nasce questo tuo sentimento di affettuosa stima?

“L’ho incontrato più volte alle feste dell’Unità. Io intrattenevo con le note e lui chiudeva con parole che miravano dritto a mente e cuore dei presenti. Una rivista uscì con un fotomontaggio del mio corpo con la testa di Enrico e il titolo «Berlinguer con Casadei arringa e compatta la folla». Sono rimasto affascinato dai suoi interventi e dalla sua figura. Era dolce, umile, modesto. Guardava molto lontano. L’austerità, la questione morale, la dignità del lavoro… erano parole che delineavano un progetto politico per una nuova Italia. Lo stesso compromesso storico da lui auspicato era un’idea che sotto altre forme si è concretizzata in altri Paesi più avanti di noi: pensa al governo di Grande Coalizione che, con la guida di Angela Merkel, governa bene la Germania. Un governo nato dalla collaborazione tra la sinistra democratica, incarnata dalla Spd, e i cristiano-democratici della Cdu. Il compromesso storico lanciato da Berlinguer era un’idea altruista, basata su un’intelligenza diffusa che andava oltre gli interessi personali e a favore degli interessi degli italiani tutti”.

Ritieni ci sia spazio oggi per le idee lasciateci in eredità da Berlinguer?

“Lui ci ha insegnato che la buona politica è la ricerca delle soluzioni. Che queste soluzioni nascono spesso dal compromesso tra le idee delle varie correnti. Noi invece viviamo in una terra dove la politica esaspera i contrasti invece che avvicinare ad accordi condivisi, sicché gli uni dicono il contrario degli altri, a costo di apparire ridicoli: c’è un grande sole? L’altro vede pioggia… Questo è alla base della mancata costruzione di una nuova Italia protagonista. Perché io, 79enne patron del liscio, non ho nostalgia: io guardo al futuro”.

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L’intervista, arricchita da altri particolari, è confluita poi nel mio libro In viaggio con i maestri (Minerva, Bologna, 2018), con altre 67 scelte tra i 252 dialoghi fatti per Sette, allora diretto da Pier Luigi Vercesi.

 

Salvatore Giannella, giornalista che ha ideato e cura con passione questo blog che vuole essere una bussola verso nuovi orizzonti per il futuro, ha diretto il mensile scientifico del Gruppo L’Espresso Genius, il settimanale L’Europeo, il primo mensile di natura e civiltà Airone (1986-1994), BBC History Italia e ha curato le pagine di cultura e scienza del settimanale Oggi (2000-2007). Ha scritto libri (“Un’Italia da salvare”, “L’Arca dell’arte”, “I Nicola”, “Voglia di cambiare”, “Operazione Salvataggio: gli eroi sconosciuti che hanno salvato l’arte dalle guerre”, “Guida ai paesi dipinti di Lombardia”, “In viaggio con i maestri. Come 68 personaggi hanno guidato i grandi del nostro tempo” e, a quattro mani con Maria Rita Parsi, “Manifesto contro il potere distruttivo”, Chiarelettere, 2019), curato volumi di Tonino Guerra ed Enzo Biagi e sceneggiato docu-film per il programma Rai “La storia siamo noi” (clicca qui per approfondire).

Dalla collana “Il mio eroe”: