Roberto Poli, Università di Trento: «Nei prossimi decenni il Sud Italia vivrà una desertificazione demografica e il Paese si dividerà in due diverse unità statali»

SCENARI, FUTURI POSSIBILI

intervista di Ramiro Baldacci¹ per Riparte l’Italia

Roberto Poli, Università di Trento: «Nei prossimi decenni il Sud Italia vivrà una desertificazione demografica e il Paese si dividerà in due diverse unità statali»

SCENARI, FUTURI POSSIBILI

intervista di Ramiro Baldacci¹ per Riparte l’Italia

Studiando i dati presenti oggi nel nostro tessuto sociale e geopolitico, è possibile capire con metodo scientifico cosa potrebbe accadere nel futuro? È quello che abbiamo chiesto a Roberto Poli, professore ordinario presso il Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale all’Università di Trento e Direttore del Master in Previsione Sociale nel quale conduce i corsi di Previsione Sociale e Laboratorio di Futuro. È presidente di AFI (Associazione dei Futuristi Italiani) e membro del Comitato scientifico dell’Italian Institute for the Future. È presidente di Skopìa, una start up dell’Università di Trento che opera con aziende e Pubbliche amministrazioni. Ha pubblicato Lavorare con il futuro. Idee e strumenti per governare l’incertezza (Egea edizioni, 2019). Le sue risposte sono state una sorpresa anche per noi.

Professor Poli, è possibile cercare di capire in anticipo cosa accadrà nel futuro? Ci sono delle metodologie valide che garantiscono risultati soddisfacenti?

Non cosa accadrà, ma so cosa potrebbe accadere. Il futuro non è già scritto (se lo fosse, non ci sarebbe nulla da fare), ma può svilupparsi in molti modi nuovi, anche sorprendenti. Gli Studi di futuro (che la Commissione Europea chiama Strategic Foresight) hanno sviluppato una batteria di metodi per aiutare i decisori a vedere i futuri possibili in gestazione, in modo da aiutarli a prendere decisioni più consapevoli.

Per poter parlare di futuro dobbiamo analizzare i megatrend che già sono in corso oggi e che avranno uno sviluppo decisivo domani. Partiamo dalla popolazione mondiale, dal fatto che è previsto sia un aumento del numero di abitanti del pianeta sia un loro invecchiamento. Non tutte le aree geografiche registrano però trend omogenei in questo senso, giusto?

Non tutti i cambiamenti sono uguali: alcuni sono più importanti di altri. Il termine megatrend si riferisce a questi cambiamenti più rilevanti. Tipicamente si tratta di cambiamenti che sono in corso da molti decenni e che promettono di durare ancora a lungo. Con loro dovremo fare i conti, che ci piaccia o meno. Vi rientrano ad esempio i cambiamenti demografici, l’urbanizzazione, la necessità di avere sempre più energia, la crisi climatica. Rispetto alla demografia, l’ONU ci dice che a livello globale passeremo dagli attuali 7,8 miliardi di persone a circa 11 miliardi (proiezione centrale). Più di tre miliardi in circa ottanta anni!
 
La situazione diventa ancora più significativa non appena si realizza che la quasi totalità di questo aumento è a carico dell’Africa. Credo si tratti di una situazione che converrebbe discutere molto apertamente. Quanto all’aumento dell’aspettativa di vita, si tratta di un fenomeno globale in cui l’Italia si trova sfortunatamente in testa (assieme a Giappone e Germania). Per dare un’idea, in Italia nel 2050 una persona ogni sette avrà 80 o più anni (e 6 su 10 più di 60 anni). Anche in questo caso, non crede che sarebbe opportuno parlarne? Per evitare enormi tensioni sociali, sarà fondamentale imparare a invecchiare bene. Alcune idee le abbiamo, ma servono interlocutori.

A fianco della crescita della popolazione, abbiamo una crescita esponenziale del fabbisogno energetico e delle risorse alimentari, ma potrebbero non essercene a sufficienza. È corretta questa ricostruzione?

Come sappiamo le persone hanno alcuni “difetti”: hanno bisogno di cibo, vestiti, abitazioni, scuole. Ognuna di queste attività richiede energia.

Un altro megatrend che osserveremo nel futuro sarà la crescita enorme delle città, quindi un aumento dell’urbanizzazione cui fa da contraltare una forte desertificazione delle zone più periferiche. Siamo pronti per uno scenario del genere?

Il fenomeno è prevalentemente asiatico e africano. In Europa lo vedremo meno. L’unica megacity europea sarà probabilmente Parigi. Anche senza diventare megacities, la maggioranza delle città continuerà comunque a crescere. Il punto è che le città consumano più energia delle campagne, producono più inquinamento e rifiuti e nei contesti urbani l’invecchiamento della popolazione si fa sentire più acutamente. Le città saranno la frontiera dei prossimi decenni.

L’elemento che sicuramente avrà un impatto determinante nel futuro è quello dei cambiamenti climatici. Il conto alla rovescia verso il punto di non ritorno è già iniziato. Questo è il megatrend che ha la più forte interrelazione con gli altri e che potrebbe generare una loro accelerazione ulteriore?

Non so se sarà il megatrend più importante, ma certamente sarà uno dei megatrend dominanti. In realtà tutti i megatrend sono importanti e tutti si influenzano reciprocamente in molti modi complessi. Sarebbe bello poter dire: adesso affronto il problema del clima, poi, una volta risolto, penserò all’invecchiamento. Poi, risolto quel problema, mi occuperò di energia. La realtà non funziona così. Tutti i megatrend si sviluppano contemporaneamente e tutti si influenzano. Le strutture tradizionali di governo fanno fatica a gestire situazioni di questo tipo perché sono abituate a separare i problemi per sfere di influenza (economia, ambiente, scuola, ecc.), come se la realtà fosse una torta che si può fare a fette.

È possibile calare questi megatrend anche nella realtà italiana? Ci sono prospettive migliori o peggiori rispetto alle attese globali?

Un solo aspetto: la doppia desertificazione del Sud. La crisi climatica impatterà pesantemente sulle regioni del Sud e sulle isole con aumento delle temperature e progressiva mancanza di acqua. Come se non bastasse, i dati ci dicono che nei prossimi decenni l’Italia passerà da 60 milioni di abitanti a circa 51 milioni. Il punto è che i cittadini mancanti saranno quasi tutti in carico alle regioni del Sud e alle isole. Questa è la seconda desertificazione, quella demografica. Rimarranno solo gli anziani e i meno qualificati. Questi dati mi indicano un reale pericolo di frattura del Paese in due diverse unità statali, come è già successo in Cecoslovacchia.

È vero che, il fatto di poter analizzare gli sviluppi del futuro, non vuol dire automaticamente avere la ricetta per risolvere tutti i problemi, ma dovendo darsi delle priorità, quali sono i tre fronti su cui lei interverrebbe subito?

Un fronte di intervento l’ho menzionato nella precedente risposta: la doppia desertificazione del Sud solleva problemi che mi sembra opportuno prendere in considerazione. Un secondo fronte riguarda la Pubblica Amministrazione come volano di sviluppo. L’Italia è un paese di piccole se non piccolissime aziende. Se fossimo un paese di grandi aziende potremmo anche disinteressarci della PA: la grande azienda ha le risorse per trovare le risposte che le servono. Le piccole aziende no. Per loro è fondamentale avere una PA efficiente. Come terzo fronte suggerirei di investire negli asili.
 
A prima vista può sembrare una idea eccentrica. Si consideri però che gli psicologi ci dicono che la flessibilità delle persone nasce in età prescolare. Investire sugli asili vuol dire formare una popolazione di cittadini più flessibile. Considerando i cambiamenti in arrivo nel mercato del lavoro, avere persone più flessibili sarà un punto di vantaggio. Da questo punto di vista considero un dramma il fatto che i molti fondi per gli asili messi a disposizione dal PNRR non sono stati richiesti dai comuni. Evidentemente ci sono importanti ritardi culturali che dovremo imparare a gestire.

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Ramiro Baldacci (Roma, 1974), laureato in Giurisprudenza, cura il settore Attività sociali di Riparte l’Italia, osservatorio economico e sociale fondato dal giornalista Giuseppe Caporale e presieduto dal giurista Luigi Balestra. L’Osservatorio, con sede in Roma, organizza analisi, scenari, inchieste e idee sul tema della Ripartenza e dell’Italia del futuro (ripartelitalia.it). Contatto: [email protected]

L’ATTUALITÀ DELLA MEMORIA

Che il futuro ci torni amico

testo di Salvatore Giannella / L’Europeo*

Mancano pochi giorni al 2000 e, nonostante i fuochi che bruciano in molti angoli della terra e nella mente di tanti uomini, è assai improbabile che il nuovo millennio somigli al suo predecessore, a quell’anno Mille tramandatoci come un periodo di terrore e sangue. Non è da prestare attenzione alle numerose profezie che si riferiscono al giro di boa di questo millennio, come quelle preoccupanti che fanno coincidere l’inizio del Duemila con la fine del mondo…
 
Dobbiamo preoccuparci? A giudicare da altre centinaia di profezie sulle sulla fine del mondo, tutte liberatisi infondate, non tanto. Il terzo millennio può essere atteso con una certa calma. Non è un precipizio che si apre sul vortice del nulla ma una porta, ormai familiare, spalancata su un nuovo millennio. Eppure per molti questa attesa si è caricata di paura. Per esempio, l’ultima ricerca dell’Assap (l’associazione delle agenzie pubblicitarie) mostra che la maggior parte degli italiani non si aspetta niente di buono dal futuro. Il sociologo Roberto Guiducci, a proposito di questo malessere così palpabile tra gli abitanti delle metropoli, Milano in testa, ha tirato fuori una diagnosi di “defuturizzazione”. E suscita grande impressione la tesi di una sociologa tedesca (Anita Weissbach-Riga) sul fenomeno, sempre più diffuso nel suo Paese che proprio quest’anno si è dotato di un nuovo ministero del Futuro, delle donne che per paura del futuro si fanno sterilizzare.
 
A vincere le paure del futuro può servire uno sguardo al domani con l’aiuto di una nuova scienza: la futurologia. I futurologi non intendono dare certezze ma ridurre le incertezze. Non scoprono e non inventano il futuro. “Prospettano” futuri possibili: futuribili per citare la testata rinata un mese fa a opera meritoria della Franco Angeli che ha voluto onorare un imprenditore-mecenate veneziano, Pietro Ferraro, che alla Costruzione del futuro come impegno morale (il titolo del suo ultimo libro, prima della morte nel 1974) dedicò la sua vita di industriale versatile e di convinto sperimentatore di impegno civile.
 
I futurologi non si servono di miti fantasia, ma della ricerca scientifica e dell’alta tecnologia. Non fanno profezie, ma presentano scenari, come quelli che abbiamo apprezzato a Big Millennium, il grande appuntamento di fine autunno organizzato a Rimini dal Centro Pio Manzù e al convegno “Dieci Nobel per il futuro” rinnovato per Sant’Ambrogio a Milano: scienziati e premi Nobel che in gran numero hanno voluto contribuire a questo inserto speciale dell’Europeo, che esplora alcuni sentieri delle strade del futuro che ci attende a cominciare dall’America, il Paese che per molti versi anticipa le tendenze dell’intero Occidente.
 
A questi studiosi, scienziati e no, che contribuiscono a far avanzare in Italia e nel mondo il “pensare il futuro” ci piace suggerire di inserire tra i dati dei loro modernissimi computer l’antica scritta (sul muro della celletta di un convento abbandonato) lasciata da’ Fra Silvestro, l’ultimo frate di quella comunità che viveva in un calanco del Montefeltro:

Che cosa desidero dalla vita? Continuare a dubitare.

Perché il futuro sarà amico di coloro che lo pensano e lo studiano, ma che anche non si sottraggono alle sfide che pone la civiltà del dubbio. (Mia prefazione all’inserto speciale “Terzo millennio: previsioni per un miglior uso” pubblicato sul numero dell’11.1.1995, direttore Lamberto Sechi. Le previsioni dalla A di Agricoltura alla Z di Zootecnia, raccolte da chi vi scrive, erano accompagnate dai simboli indicanti gli scenari ottimistico, oppure pessimistico, tempestoso e la Banca dati per approfondire l’argomento)

A PROPOSITO/ BANCA DATI

Per approfondire lo scenario indicato nel testo

✥ Il CNR: il Centro Sud Italia è a rischio desertificazione: le regioni più in pericolo sono la Sicilia e la Puglia

Un processo di desertificazione si ritiene in atto quando la sostanza organica presente nel suolo è inferiore all’1%, mentre generalmente tale percentuale può arrivare fino al 4% grazie al ciclo biologico dei vegetali, che necessitano, però, di 500 chilogrammi d’acqua per produrre un chilo di sostanza organica. (Fonte: (bonificamarche.it)

✥ Sud Italia a rischio desertificazione: inaridito il 20% del territorio italiano

Nella Conferenza Internazionale sulle Terre Aride, i Deserti e la Desertificazione, promossa nel 2020 dall’Università Ben Gurion in Israele, si è affermato che, nel mondo, ogni ora vanno persi 1.300 ettari di terra coltivabile, a causa di siccità e desertificazione. Secondo l’Atlante Mondiale sulla Desertificazione, oltre il 75% della superficie terrestre è già degradata e questa percentuale potrebbe raggiungere il 90% nel 2050. Nell’Unione Europea l’8% del territorio, interessante 13 Stati, è a rischio desertificazione; le zone più esposte sono in Spagna, Sud Italia, Malta, Cipro, SudEst della Grecia e nelle aree di Bulgaria e Romania, che si affacciano sul Mar Nero; nella nostra Penisola, a rischio è il 20% della superficie totale. La Corte dei Conti europea ha stimato che, nel Vecchio Continente, le aree meridionali, centrali e orientali a rischio elevato o molto elevato, dal 2008 al 2017 sono aumentate di 177.000 chilometri quadrati, pari al 10,6%, arrivando a un totale di kmq. 645.000 a rischio alto o molto alto.
 
“Questi dati confermano l’importanza dell’impegno che ANBI, attraverso Irrigants d’Europe, sta profondendo, affinché a Bruxelles non prevalgano posizioni di ambientalismo fondamentalista, che avrebbero conseguenze pesantissime per l’ecosistema dei nostri territori, a iniziare da una pedissequa applicazione della normativa sul Deflusso Ecologico, per la quale ribadiamo la necessità di una moratoria, che permetta di adeguare il sistema idrico ai condivisi obbiettivi di sostenibilità, che ci si prefigge” afferma Francesco Vincenzi, presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI).
 
In questo quadro, secondo i dati settimanalmente elaborati dall’Osservatorio ANBI sulle Risorse Idriche, è l’Emilia Romagna a dimostrare un sorprendente trend a rischio. Oltre al fiume Po che, pur in ripresa, resta ad un terzo della portata del 2020 e sempre sotto la media storica, tutti gli altri corsi d’acqua soffrono o addirittura precipitano nei livelli, come il Reno e l’Enza, che scende di nuovo sotto il minimo storico.
 
“Di fronte alla situazione, che si delinea, è fondamentale la funzione ecosistemica dei 200.000 chilometri del reticolo idraulico, che innerva la Penisola e che abbisogna di essere adeguato alla nuova realtà dettata dalla crisi climatica. Il nostro Piano per l’Efficientamento della Rete Idraulica prevede 729 interventi di manutenzione straordinaria, sulla base di progetti definitivi ed esecutivi, capaci di attivare quasi 12.000 posti di lavoro, grazie a un investimento di circa 2 miliardi e 365 milioni di euro” aggiunge Massimo Gargano, Direttore Generale di ANBI.
 
Ulteriore conferma del crescente trend siccitoso arriva dalla Sicilia: nei 4 bacini presenti in provincia di Palermo si è persa, nei 6 anni più recenti, una disponibilità d’acqua mediamente pari 68,43 milioni di metri cubi.
 
Nel resto d’Italia la situazione si conferma “a macchia di leopardo”.
 
Per l’uso a fini irrigui, prosegue l’inevitabile calo delle riserve idriche nei bacini della Basilicata (in una settimana, -4 milioni di metri cubi ca.), mentre in Puglia il calo è di circa nove milioni di metri cubi. (Più info e dati nel testo di Tommaso Tautonico)

✥ Libro per approfondire l’emergenza idrica: “Acqua ultima chiamata” (a cura di Salvatore Giannella, Antiga Edizioni, 2022)

Salvatore Giannella, "Acqua ultima chiamata", Antiga Edizioni.

✥ Spopolamento al Sud, in 25 anni meno 800 mila residenti. La ministra Carfagna: la svolta con il Pnrr

Dal 2007 a oggi sono scomparse dal Sud 800 mila persone, il tasso di occupazione in oltre due decenni ha fatto segnare un -0,8% rispetto al +0,3% al Nord e gli investimenti sono stati inferiori di oltre il 6% rispetto alle regioni settentrionali. L’analisi dell’Ufficio Studi di Confcommercio sull’economia meridionale è stata presentata a Bari nel corso del convegno organizzato da Confcommercio Imprese per l’Italia, dedicato al Pnrr e al Mezzogiorno dal titolo “Opportunità e rischi connessi alla realizzazione del Pnrr, il ruolo del partenariato economico, sociale e territoriale”.
 
«Il lavoro che stiamo portando avanti per favorire lo sviluppo e la crescita del Mezzogiorno si fonda anche sull’impegno di fare in modo che le ingenti risorse che ci arrivano dall’Ue servano davvero a ridurre i divari nelle infrastrutture, nei servizi, nei diritti, nelle opportunità, nel tessuto economico e produttivo – ha detto il ministro per il Sud e la Coesione territoriale, Mara Carfagna, a scelta di destinare alle regioni del Mezzogiorno almeno il 40% delle risorse allocabili territorialmente è indicativa».
 
Mezzogiorno, nel 2050 ci saranno 3,5 milioni di abitanti in meno. Puglia, crollo delle nascite: -28% in dieci anni. Le regioni del Mezzogiorno riceveranno nei prossimi anni 212 miliardi di nuovi finanziamenti pubblici, di cui 80 miliardi provenienti dal Pnrr, il 40% delle risorse complessive del Piano. “Il Sud, quindi, potrà recuperare un bel pezzo del terreno perso grazie al Pnrr e il Pnrr potrà restituire all’Italia smalto economico e sociale attraverso la crescita del prodotto potenziale, se e solo se il Sud tornerà a funzionare a pieni giri”.
 
Sono i due aspetti inscindibili che emergono dal report in cui spicca inevitabilmente quella perdita sanguinosa di 800mila residenti in 25 anni nelle regioni meridionali. Rispetto al passato, le destinazioni sono prettamente i Paesi esteri e non solo le regioni settentrionali. Brutalmente, significa che l’investimento in istruzione o formazione sui giovani meridionali contribuisce a incrementare il Pil di altre nazioni… La maggior parte dell’accumulato ritardo del nostro Sud è proprio la questione demografica: il Nord cresce del 9,3% come abitanti, quelli del Sud scendono del 2%.
 
Risultato: o si aggiustano questi trend demografici o qualsiasi intervento risulterà inefficace. Anche in questo scenario sono da segnalare le prospettive disegnate da Mara Carfagna: «Abbiamo riattivato le Zes, le abbiamo rese finalmente operative. Furono istituite nel 2017, poi sono state un po’ dimenticate. Le abbiamo inserite nel Pnrr e investito 630 milioni per l’infrastrutturazione e abbiamo introdotto il regime di autorizzazione unica per garantire semplificazioni amministrative straordinarie. Abbiamo anche aumentato le agevolazioni fiscali, il credito d’imposta passa da 50 a 100 milioni di euro. Faremo del Sud una piattaforma logistica». Ma non solo un hub logistico perché Confcommercio suggerisce di sfruttare al meglio la leva del turismo. In particolare, occorre rimpolpare quei flussi stranieri che pre Covid aprivano scenari molto interessanti. Secondo Confcommercio il turismo “tornerà presumibilmente più forte di prima perché, allargando il ragionamento a tutta l’Italia, dopo un decennio in cui abbiamo naturalmente subito la concorrenza di altre grandi aree planetarie che competono con l’Italia nell’attrarre turisti, dal 2010 la spesa dei turisti stranieri confrontata con 100 euro di spesa degli italiani in Italia passava da 3 euro a 4,3 euro». (Più info e dati nel testo di Alessio Pignatelli, 25.5.2022)

✥ Nascite in picchiata: al Sud meno 40% negli ultimi 20 anni

Rispetto a inizio secolo perse 136 mila culle l’anno, dal 2008 la virata al ribasso. Nella provincia di Andria Barletta e Trani crollo della natalità record (quasi 40%).
 
«Superare il declino demografico a cui l’Europa sembra condannata»: l’invito che il presidente Sergio Mattarella ha proposto nel suo discorso di giuramento di giovedì 3 febbraio 2022 in Parlamento parte dalla consapevolezza che i dati sulle nuove nascite non sono mai stati così allarmanti.
 
A certificare il tracollo sono le statistiche Istat degli ultimi vent’anni e le elaborazioni su base provinciale effettuate dal Sole 24 Ore del Lunedì sulla natalità nell’anno post pandemia appena concluso. Ne emerge una mappa che misura in profondità l’impatto di questo fenomeno nei territori. Si parte da Barletta Andria Trani dove oggi i nuovi nati iscritti all’anagrafe ogni mille abitanti sono il 40% in meno rispetto a vent’anni fa. (Più info nel testo di Michela Finizio, 8.2.2022)

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