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RICORDI DAL FUTURO: GLI ANNI DELL’EUROPEO /

QUANDO RECUPERAI IL FILM SULL’ “AUTUNNO CALDO”

DEL ’69, CHE ERA STATO DISTRUTTO DALLA RAI

Nell’anno in cui si celebra il doppio anniversario della RAI (70 anni dall’inizio della programmazione televisiva e 100 anni dalla prima trasmissione radiofonica) mi piace ricordare una pagina di quella storia cui ho contribuito quando ero giovane cronista dell’Europeo.  Uno scacco al censore, perché salvai una testimonianza unica nella nostra storia recente: il film sull’ “autunno caldo” del ’69, che era stato distrutto dalla Rai. Quel salvataggio, onorato dal direttore Tommaso Giglio con la copertina dell’Europeo n. 7/1978, andò così. (S.G.)

F

ebbraio 1978,  Lugano. Rischiava di restare il classico, insoluto giallo all'italiana, con uno strascico di dubbi, sospetti e polemiche. Dopo alcune ricerche, invece, L’Europeo è riuscito a ritrovare una copia del film sull' “autunno caldo” del 1969 che la Rai-TV di Ettore Bernabei  aveva clandestinamente distrutto alla vigilia della riforma radiotelevisiva.

Al macero erano finiti 97 mila metri di pellicola, milioni di immagini che documentavano un capitolo di storia viva dell'Italia contemporanea: le aspre vertenze per i rinnovi contrattuali; la mobilitazione e le lotte dei lavoratori del Nord industriale e del Sud agricolo; la resistenza degli industriali; le mediazioni del governo; i primi sanguinosi successi degli strateghi della tensione; le bombe di Piazza Fontana; l'arresto di Valpreda. E ancora: la recrudescenza tragica e feroce dei fascisti, la morte di Antonio Annarumma il primo agente di polizia ucciso negli “anni di piombo”, gli scontri tra dimostranti e polizia.

La decisione di mandare al rogo le immagini di quel periodo, passato ormai alla storia come l' “autunno caldo”, era stata sepolta nel silenzio e certamente gli italiani non avrebbero saputo più niente se un mese fa non si fosse presentata per gli autori della parte centrale di quel film (il giornalista Giorgio Pecorini, che fino al 1967 lavoro nella redazione dell'Europeo, e il regista Wladimir Tchertkoff) la necessità di recuperare spezzoni del loro lavoro. I due firmarono il programma in cinque puntate, La spinta dell'autunno, tremila metri di pellicola messi in onda tra il gennaio e il febbraio del 1971. Quando sono andati nel palazzo di vetro di viale Mazzini a chiedere di rivedere quell’inchiesta, si sono sentiti rispondere che tutto il materiale era andato distrutto.

Come mai? La spiegazione ufficiale è questa. Tempo fa il reparto negativi della Rai, secondo la consuetudine, mandò una nota alla direzione generale con una lunga lista di materiale giacenti in magazzino. "Qual è da conservare? E quale da distruggere?", chiedevano. L'indicazione che venne dall'alto fu questa: al macero i 97 mila metri di pellicola sulle lotte sindacali del 1969, compreso l'intero filmato de La spinta dell'autunno. E non solo quelli. Andavano distrutti anche la Canzonissime di Dario Fo e Franca Rame, quelle che ai i due attori costarono quindici anni di esilio televisivo. Era l'ottobre del 1975. L'ordine fu eseguito subito. Un rogo in piena regola alla vigilia della riforma della Rai, quella che ha riportato Dario Fo sul video e ha fatto cambiare tante altre cose dell'ente.

Un rogo casuale? Lo si può giustificare con la normale "prassi di magazzino"? È solo un gesto, una missione dovuta a ottusità burocratica o all'ignoranza del valore dei documenti? È difficile, per la Rai, poter sostenere questa linea di difesa. Perché da anni c'erano richieste per utilizzare l'eccezionale materiale raccolto. Nessuna fu mai esaudita. Del primo tentativo, avvenuto nel ‘71, parla, sulla Stampa, Gino Giugni, studioso del movimento operaio, oggi docente di diritto del lavoro all'Università di Roma e ieri protagonista di quegli avvenimenti (collaborò con il ministro Carlo Donat-Cattin nella faticosa mediazione del conflitto): "Presi contatto con la Rai sollecitando l'utilizzazione del materiale per una serie di film didattici, predisposti per mostrare agli studenti, finalmente, non solo il contratto fatto ma il farsi di un contratto".

Giugni non fu il solo. Senza sapere di lui, e ignari gli umi degli altri, anche altri docenti universitari e istituti di ricerca si rivolsero alla Rai chiedendo di poter rivedere, per farne oggetto di studi  più approfonditi, le cinque puntate di Pecorini e Tchertkoff e l'immenso materiale firmato che, per motivi di spazio (e di censura) non era andato in onda.

Erano studiosi e istituti di grosso nome:  Raffaele Laporta, Tullio De Mauro, Pio Baldelli, l'Istituto di storia dell'arte di Firenze, l'Istituto di linguistica dell'Università di Salerno la società di linguistica italiana. A tutti Ettore Bernabei e il direttore dei servizi culturali Fabiano Fabiani (questi ricopriva la stessa carica sia al momento della proiezione che della distruzione dei filmati) non risposero.

I vertici della Rai non risposero nemmeno un anno dopo, nel 1972, quando la federazione unitaria dei sindacati Cgil-Cisl-Uil e la Federazione dei lavoratori metalmeccanici chiesero che filmati e registrazione sonora scuse chiesero che filmati e registrazioni sonore fossero conservati presso la Cineteca nazionale. E nell'inverno 1975-76 (non si sa ancora con precisione la data) hanno distrutto tutto.

Dopo la dolorosa scoperta di Pecorini e Tchertkoff, un mese fa, c'è stata la prima ondata di proteste.

Hanno aspettato quattro anni. Ha espresso sdegno Giugni: “E’ come se un incendio doloso avesse distrutto un intero settore dell'Archivio di Stato", scrive il docente, che ricorda gli oscurantisti falò dei libri non ortodossi, la pratica dei ministeri dove, quando cambia il titolare, si bruciano le carte compromettenti: "Oppure, per fare un esempio parallelo e pertinente con la nostra materia, come nel 1944 vennero distrutti gli archivi delle Corporazioni fasciste per salvare alcuni embrare alcuni, anzi molti nomi che vi erano compromessi”.

Hanno espresso sdegno i sindacati: "Chiediamo una rigorosa e pubblica inchiesta che accerti e sanzioni le responsabilità di questo arbitrio", hanno scritto Luciano Lama, Luigi Macario e Giorgio Benvenuto alla commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai-TV, al presidente Paolo Grassi e al direttore generale Pierantonino Bertè.

Hanno espresso sdegno uomini di cultura come il linguista Tullio De Mauro: "Il delitto commesso nel palazzo di vetro di viale Mazzini e più orribile di altri commessi fuori, proprio per l'apparente levità della materia su cui si è abbattuto: immagini, memorie, parole. Ma sono le immagini, le parole con cui abbiamo creduto in tanti di cominciare a costruire il rinnovamento autenticamente democratico della società italiana, una civiltà e una cultura migliori intorno a nuovi posti di lavoro" (Paese Sera). E Raffaele Laporta: "L'aver cancellato quel materiale unico senza motivi legittimi, l'aver impedito a lavoratori, studenti, insegnanti di comprenderlo per imparare da esso, per non commettere (se ve ne sono stati) altri errori, va messo nel conto della politica di certi gruppi dirigenti che vogliono controllare a modo loro l’ ‘educazione politica’ degli adulti. Questo è un episodio di lotta di classe. È stata certo un’idiozia e uno spreco: ma, consumato su un patrimonio pubblico, comune, non è forse stata anche un’infamia?” (lettera a Repubblica). E Giovanni Grazzini, presidente del sindacato e critici cinematografici: "L'arretratezza della nostra cultura è testimoniata dal fatto che, mentre esistono leggi le quali fanno obbligo di depositare presso le biblioteche nazionali centrali ogni foglio stampato e presso gli archivi ogni sorta di documento notarile, non ne esistono di analoghe per il materiale filmato finito".

Proteste cadute nel silenzio, per ora. E tutto sarebbe stato destinato, forse, a concludersi nel limbo delle polemiche impotenti, delle espressioni di rammarico ufficiali (una prima giustificazione ufficiosa raccolta in viale Mazzini suona così: "Non possiamo conservare tutto. E questa volta abbiamo aspettato quattro anni prima di liberarci degli avanzi") se L'Europeo oggi non potesse aggiungere un imprevisto capitolo svizzero.

Se a Roma queste immagini vengono mandate al macero, non è così a Lugano dove, insieme ai soldi italiani, custodiscono in ordinati e funzionali forzieri anche questi nostri patrimoni culturali.

La TVS, Televisione della Svizzera italiana, 850 dipendenti tra giornalisti, funzionari e tecnici contro i 15.000 dipendenti Rai, aveva acquistato per poche lire l'inchiesta di Pecorini e Tchertkoff sull'autunno caldo. L’aveva mesa in onda in due puntate, nonostante fossero giunte pressioni da Berna per censurare il programma.

L'Europeo a Lugano si è procurato una copia di questo eccezionale filmato. Nei prossimi giorni organizzeremo una proiezione e un dibattito per sindacalisti, politici e uomini di cultura, con la speranza di accertare cause e responsabilità in questa incredibile vicenda all’italiana. Per ora, mettiamo a disposizione dei lettori un'ampia sintesi fotografica, perché tutti possano vedere e giudicare. [] (Salvatore Giannella)

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Il mio testo era accompagnato dalla testimonianza (“Per impedire altri scempi”) dei due censurati autori dell’inchiesta: il rigoroso giornalista amico di don Milani, Giorgio Pecorini, nella foto sopra, con gli occhiali (milanese di nascita, morto nel 2020, a 95 anni, nella sua casa di Volterra) e il regista Wladimir Tchertkoff (1935-2003, nato in Jugoslavia da genitori russi, reso famoso anche da un suo docu-film su Chernobyl, il Gulag nucleare).

COM’E’ FINITA / LA RAI-TV NON LO FARA’ PIU’


“L'autunno caldo fu bruciato per un disguido”, ha risposto la Rai.  Ma la commissione parlamentare vuole vederci chiaro

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Roma, febbraio 1978

L'


accusa più grave per il rogo dei filmati sull'autunno caldo del ‘69 viene lanciata alla Rai TV proprio dal suo ex presidente, Beniamino Finocchiaro, uno dei padri della riforma dell'ente. Dal suo ritiro di Molfetta, in Puglia, dove è tornato a fare il sindaco, Finocchiaro commenta in termini molto indignati questa storia. Le sue dichiarazioni dicono molto di più delle tardive e imbarazzanti smentite con cui la Rai liquida, con la formula del "disguido burocratico", la distruzione di quasi 100.000 metri di pellicola.

L'ex presidente parla chiaro: "Qui ci vuole l'intervento della magistratura. Si deve avviare un procedimento penale contro i responsabili di questa indebita distruzione patrimoniale". Una richiesta esagerata? "Macché. C'è un particolare nella lettera con cui la direzione generale della Rai si giustifica con i sindacati che rivela inquietanti retroscena. La distruzione dei filmati avvenne nel novembre 1973, dice Pierantonino Bertè. Ebbene, in quel periodo in viale Mazzini operava già il primo consiglio di amministrazione, insediatosi dopo la riforma. L'insediamento c’era stato nel maggio del ‘75, sei mesi prima che fossero distrutti i filmati. Per legge, la distruzione di materiale di magazzino doveva avvenire con l'autorizzazione del consiglio e con il suo ordine esecutivo. Così non è stato. Il rogo è avvenuto all'insaputa del consiglio di amministrazione. Ecco perché si devono accertare le responsabilità penali".

E’ inaccettabile, per Finocchiaro, il termine usato di Bertè per giustificare quella distruzione: "Disguido burocratico? Scherziamo? Disguido non può essere, data la natura e la quantità del materiale. Non può essere, poiché proprio in quel periodo si era tutti in tensione perché era stato invocato l'intervento della magistratura contro il consiglio d'amministrazione proprio per una questione riguardante il magazzino. Eravamo accusati di aver sopravvalutato il valore delle scorte, dei filmati giacenti. E invece c'era roba di questo genere, di questo valore, che veniva data con disinvoltura alle fiamme, sotto il nostro naso".

Lo sfogo dell'ex presidente della Rai TV non si ferma qui: "La distruzione di materiale scomodo era un'operazione tipica della gestione Bernabei. Nella Rai pre-riforma il magazzino era lo strumento principale della censura televisiva. Una trasmissione che dava fastidio veniva accantonata, con la scusa che ‘non c'era spazio nel palinsesto’, non si poteva cioè inserire nei programmi.

Il magazzino costituiva una tappa importante nella strategia della manipolazione del pubblico.  Perché affossare, distruggere il materiale informativo significa sottrarre documentazioni che possono consentire alle masse giudizi storici seri, motivati. Com’è, appunto, il caso dei filmati sull'autunno caldo".

Cosa c'è nel magazzino della Rai? Che fare, allora? Finocchiaro indica una soluzione per evitare altri casi del genere per il futuro: "Bisogna rendere pubblici tutti gli atti della Rai, dal patrimonio ai compensi, alle scorte di magazzino. Una volta pubblico, nessuno potrebbe toccare quel materiale. Una novità del genere sarebbe un colpo mortale per quei burocrati più o meno oscuri che costituiscono una barriera dura per una effettiva democratizzazione della Rai. Una correzione semplice che già avanzai prima della riforma, quando il responsabile della sezione Cultura del mio partito, il Psi. Allora la proposta non fu accettata., Una Rai aperta, una Rai con gli archivi aperti al pubblico non la voleva nessuno… Al potere politico piace così com'è oggi:

acquiescente, servizievole. Per trovare chi comanda effettivamente in viale Mazzini, bisogna andare nelle direzioni dei partiti".

Cosa dice la Rai nella lettera arrivata ai primi di febbraio alla Federazione unitaria Cgil-Cisl e Uil? Oltre a confermare la distruzione dei 97.000 metri di pellicola non trasmessi, Bertè assicura che “gli archivi Rai, per quanto attiene alla trasmissione La spinta dell'autunno, conservano integralmente una copia del materiale trasmesso". Cosa conserva la Rai?  I negativi originali no, quelli sono andati distrutti. Una copia. Ma di che qualità? E perché da viale Mazzini si è aspettato tanto a dare una prima risposta ufficiale? Perché ancora a metà febbraio non è stata mandata la relazione promessa alla commissione parlamentare, nonostante le quotidiane sollecitazioni telefoniche ricordate all'Europeo da uno dei suoi componenti, Carlo Fracanzani?

Per chi materialmente girò quei filmati, il regista Vladimir Tchertkoff, la copia conservata della Rai è un esemplare  vidigrafo: "E’ come se l'Archivio di Stato buttasse i manoscritti originali del Trattato di Versailles, conservando la fotocopia. Con l'aggravante che, nel caso delle pellicole, il decadimento è più immediato". Della pessima qualità Tchertkoff è convinto: "Perché l'ho vista, quella copia. Mesi fa, insieme al giornalista Pecorini, siamo incaricati dalla TV svizzera di ricercare e acquistare in Rai materiale filmato per un servizio sulla questione universitaria in Europa. Andiamo nella cinetica della Rai, nella palazzina Persichetti di via Novaro, e lì chiediamo la duplicazione di una parte del nostro film sull'autunno caldo, quella che riguarda l'assemblea all'università di Roma con la lite tra studenti e operai. Seguiamo la consueta trafila burocratica aziendale. Compiliamo i moduli, precisiamo le richieste tecniche: suono originale in sincrono e copiatura del negativo.

E’ rimasta una brutta copia. "Arriva il materiale. Devo rifiutarlo. La qualità fotografica è pessima, inaccettabile per gli standard richiesti dalla TV svizzera come da qualsiasi altro ente televisivo. Lo riconosce anche l'impiegato Rai. Lui si giustifica: "La cattiva qualità deriva dal fatto che la duplicazione è stato fatta da una copia vidigrafa". Chiedo che la duplicazione venga ripetuta utilizzando il negativo originale. L'impiegato va a cercare sui registri, poi mi informa: "I negativi originali sono andati distrutti". Distrutti? E perché?, chiedo. E lui: “La spinta dell'auto è stata archiviata come ‘dibattito in studio’ e dei dibattiti in studio non si conservano i negativi originali. Così se un ‘disguido burocratico’ ha portato alla distruzione di 97.000 metri di film non trasmessi, una ‘regolarità burocratica’ giustifica la distruzione dei 3.000 metri trasmessi. Distruzioni avvenute in contrasto con una disposizione interna della Rai, che prevede in questi casi la firma liberatoria del regista".

Aggiunge Giorgio Pecorini: "E’ solo un caso se il comunicato della Rai avverte che ‘esiste una copia delle puntate della trasmissione’, senza precisare, soprattutto senza mostrare di che qualità siano tali copie?’.

 "Più che piangere il morto", un processo e uno sbocco politico chiedono le forze della cultura, dei sindacati, i politici intervenuti alla prima proiezione-dibattito organizzato dall'Europeo a Roma, Ecco una sintesi degli interventi.

Gino Giugni, ordinario di diritto del lavoro all’Università di Roma, studioso del movimento operaio: “IO avevo chiesto alla Rai l’utilizzazione del materiale non trasmesso per poter costruire un film didattico. Una parte centrale di quel materiale riguardava la trattativa al ministero del Lavoro tra sindacati e industriali, mediatore Carlo Donat-Cattin. Non esiste nella noistra storia, nemmeno in quella di altri Paesi, il caso di una trattativa sindacale filmata quasi per intero, e addirittura suscettibile di essere ricostruita pezzo per pezzo in modo da dare un quadro completo di come viene fatto un contratto. Nel dibattito emergono due circostanze gravi. La prima è che la Rai non c'è pure essendo stata invitata; la seconda apprendo qui la giustificazione del ‘disguido burocratico’. E’ una prova di stupidità burocratica incredibile. Se un responsabile ha da essere individuato è chi ha firmato quella lettera perché si è assunto la paternità di quello che è accaduto".

Agostino Marianetti, segretario generale aggiunto della Cgil: "I direttori generali dovrebbero essere responsabili anche dei disguidi burocratici. E’ sorprendente il modo con il quale ci si defila delle responsabilità, ma anche la grettezza burocratica con cui si risponde a una sollevazione che vi è stata da parte di vasti ambienti contro un attentato a un patrimonio culturale di storia dell'Italia, quale è quello che si è consumato in viale Mazzini".

Giorgio Pecorini: "Nel corso di più riunioni formali e ufficiali con altri argomenti all'ordine del giorno, i dirigenti sindacali delle tre confederazioni avevano sollecitato Bernabei, allora direttore generale, ricordando la lettera, la data, il numero di protocollo della richiesta ufficiale. Non ottennero risposta. Non avevano potuto puntare i piedi perché l'ordine del giorno della riunione era diverso. Al termine della seduta, chiacchierando nei corridoi, erano tornati sull'argomento: ‘Ma perché non rispondi a quello che ti abbiamo chiesto?’. La risposta di Bernabei fu: "Lasciate perdere, ne parleremo un'altra volta".

Carlo Fracanzani,  deputato democristiano, fa parte della commissione di vigilanza sulla Rai TV: "Convinto della gravità della distruzione dei filmati, a metà gennaio ho telegrafato al presidente Paolo Emilio Taviani richiedendo la convocazione urgente della commissione per prendere in esame il problema e per tirare le conclusioni e i pronunciamenti che il fatto merita. Ancora oggi, alla commissione non è giunto dalla Rai nessun rapporto sulla questione. Mi meraviglio che sia già stata fornita una risposta ai sindacati, e a noi invece non sia arrivato niente. Sarà questione di giorni, credo. Poi la commissione dovrà dare un deciso giudizio che non si limiti a essere platonico, per evitare che simili eventi si ripetano nel futuro, per arrivare a una regolamentazione della conservazione di materiale così importante per la nostra storia. Così importante per tanti motivi: io, a quelli finora espressi, aggiungerei un altro nella mia qualità di docente universitario. Assistendo adesso alla riproduzione di determinati scene, alle trattative tra sindacati, industriali e Donat-Cattin, credo che questo documento potrebbe costituire utile materiale di insegnamento universitario per mostrare l’evoluzione di pensieri e di linea di certi personaggi politici".

Elio Giovannini, uno dei segretari aggiunti della Cgil: "Due cose. Una sul fatto che commemoriamo un fatto importante, nel senso che si tratta di un tentativo di stabilire il rapporto che passa tra la formazione di un contratto e cosa succede tra il tavolo e la gente.

Il fatto negativo della distruzione dei 97.000 metri di pellicola sta qui, perché ricordo che anche la sistemazione ultima detenzione che anche la sistemazione ultima del materiale fu subordinata a preoccupazioni di equilibrio politico. La pellicola buttata via, qualcuno avrebbe potuto trovarla noiosa, ma invece è la parte più viva, quella in cui la formazione delle decisioni, gli scontri interni, i momenti di contraddizione, spiegano in modo diretto e vivo quelle che furono le conclusioni contrattuali di quell'autunno del 1969”.

"E adesso, cosa facciamo? Siamo in credito di una risposta politica della commissione parlamentare, va bene. Ma la chiudiamo lì, con le scuse e basta? Questo episodio incredibile e scandaloso riguarda non solo il modo con il quale la Rai conserva materiali ma anche il modo col quale la Rai si atteggia verso i problemi sociali del paese. I sindacati devono chiedere l'apertura di un confronto pubblico intorno all'organizzazione della Rai come servizio pubblico. Chiudiamo con un bilancio pesante la partita vecchia.ma il sindacato vuole aprire una partita nuova".

Dario Fo, attore: "La cosa non mi sorprende. La Rai distrugge anche trasmissioni che le sono valse premi e riconoscimenti. Per esempio, le sette puntate di Chi l’ha visto?, di cui ero uno dei protagonisti, per la loro qualità ebbero il ‘cerchio d'oro’ della Philips. Questi della Rai sono atti di violenza, e quello che è più triste è che possono continuare, perché alla fine ci si limita ai mugugni. Bisogna che di questi problemi si investa la società, bisogna far partecipare la gente, coinvolgerla, farle capire che una censura come questa uccide ogni possibilità di comunicazione affettiva, di libertà, di democrazia. Un poeta siciliano ci ha insegnato: ‘Un popolo, mettetelo alla catena, spogliatelo, tappategli la bocca: è ancora libero. Levategli il lavoro, il passaporto, la tavola dove mangia, il letto dove dorme: è ancora ricco.  Un popolo diventa povero e servo quando ‘i paruli non figghiano parole, e si mangiano tra loro2.

Tullio De Mauro, docente universitario, ex assessore alla cultura della Regione Lazio, autore di molti saggi sui problemi linguistici: "Mi pare giusto affrontare la questione su come evitare che autentici delitti del genere possano ripetersi. Un convegno della Regione Lazio e una seduta del Consiglio nazionale dei Beni culturali hanno di recente fatto il punto sulla questione dello stato caotico in cui si trovano i documenti radiotelevisivi nei centri di Roma e Milano. Porto l’esempio della mia esperienza di ricercatore. In due anni ho avuto spesso a che fare con gli archivi Rai. Ho cercato trasmissioni relative a Pasolini, don Lorenzo Milani e, ovviamente, all'autunno caldo. Per don Milani il materiale è quasi del tutto distrutto. Quello che resta è inaccessibile. Con Laura Betti ho chiesto materiale su Pasolini. Non c'è niente, hanno risposto. Questo è di una gravità eccezionale. Ho saputo che per fare una rievocazione dello scrittore, il Tg2 sta comprando materiale dalla Tv svizzera. I due problemi essenziali sono: conservare il materiale e permettere  l’accesso al pubblico. Una via da battere è forse quella dell'estensione delle competenze del ministero dei Beni culturali".

*

Tiriamo le somme: a questo punto le indicazioni, le vie di seguire non mancano. Se si arriverà a riforme concrete in questo senso, il caso sollevato dall'Europeo, al di là di ogni polemica, non sarà stato inutile (Salvatore Giannella) []



NON È SOLTANTO LA RAI A CENSURARE GLI SCRITTORI: NEL  LIBRO SUL CENTENARIO DI SCALFARI MANCA LA TESTIMONIANZA DI GIOVANNI VALENTINI. LA TROVATE QUI
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Paola Severini Melograni riporta in Rai l'esercito del bene. Mi narrò la storia di un santo laico: Mario Tommasini brp class="pfirmatit"intervista di bSalvatore Giannella/b
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Venga a presentare il libro br /su Fausto Coppi da noi, br /in Rai. Firmato: emCommunity/em
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su Fausto Coppi da noi,
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Arrivò Andrea Barbato e la Rai fu un po’ BBC

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Salvatore Giannella
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