Dieci anni fa, l’8 novembre 2016, perdevamo un grande italiano, protagonista per oltre mezzo secolo della lotta al cancro: Umberto Veronesi, creatore della Fondazione che porta il suo nome, fondatore dell’Istituto Europeo di Oncologia, nella milanese via Ripamonti. In vista dei prevedibili eventi commemorativi per rinnovare il ricordo di questo “medico di famiglia” di milioni di italiani, a me che ho curato per anni, dal 2001, la rubrica più amata (con quella di Enzo Biagi) del settimanale Oggi diretto da Paolo Occhipinti, piace ripescare l’intervista che gli feci nel 2008 sulla ricerca scientifica e la sfida ai tumori, intervista oggi leggibile integralmente sul mio recente libro “Al di là del bere e del mare” (Luigi Orlotti editore).
«Il vino fa buon sangue» dicevano i nostri nonni. O anche: «Un bicchiere al giorno toglie il medico di torno». Professor Veronesi, le ricerche degli scienziati con strumenti sofisticati nei laboratori moderni stanno dando loro ragione?
Sì, perché rispetto alle altre bevande alcoliche, il vino sembra avere un effetto protettivo contro i tumori. Questo effetto pare sia dovuto al resveratrolo, una molecola presente in dosi significative nel vino rosso, un po’ meno nei vini bianchi. Questa molecola, in studi di laboratorio, ha dimostrato la capacità di inibire i processi tumorali. Al momento, comunque, i dati scientifici sono stati ottenuti soltanto su modelli animali e non c’è evidenza diretta e conclusiva di un effetto protettivo sull’uomo. La ricerca, inoltre, sta verificando recenti dati sperimentali che dimostrerebbero questo: bere alcol in dosi moderate (corrispondenti a uno o al massimo due bicchieri di vino al giorno) riduce i rischi di infarto accrescendo la quantità di colesterolo buono (HDL, sigla che indica high density lipoproteins, lipoproteine ad alta densità), ma non toccando, però, i livelli del colesterolo totale. Non si deve comunque dimenticare che, viceversa, un eccesso di consumo di alcol, che sia o meno sotto forma di vino rosso, è nefasto sia per quanto riguarda il rischio di malattie cardiovascolari sia per lo sviluppo del cancro, senza contare che quest’abitudine provoca una serie di problemi sociali gravi.
A proposito di resveratrolo: ho sentito parlare di tanto propagandate pillole della lunga vita a base di questa molecola antiossidante contenuta nei semi dell’uva. A parte il fatto che io preferirei mangiare un bel grappolo a fine pasto, una curiosità: quanto valgono effettivamente queste «pillole di vino»?
Finora le pillole di resveratrolo non hanno prodotto gli effetti desiderati.
Ormai ci stiamo abituando alle stragi del sabato sera, sono cronaca quotidiana gli incidenti stradali causati dal cocktail assassino «alta velocità + livello alto di tasso alcolico». E nella stragrande maggioranza a perdere la vita dopo una notte spensierata in discoteca sono giovani, maschi tra i 25 e i 29 anni. C’è chi fa ricorso alle droghe, ma molti bevono troppo, e l’età di chi alza il gomito si abbassa sempre di più. E non attecchisce da noi il trucco salvavita del mondo nordeuropeo dell’autista astemio o astemio solo per quella sera. Lei, come medico e come padre, che cosa direbbe a questi giovani per condurli a un «bere consapevole»?
Io credo che famiglia e società dovrebbero concentrare la loro attenzione e i loro sforzi sul perché i giovani non bevono per convivialità o per avere uno stimolo piacevole all’allegria, ma per perdere il contatto con la realtà. Poco importa, ai giovani, se cadranno in futuro in una dipendenza. L’importante è fuggire da tutto, adesso e il più in fretta possibile. È chiaro che una legge più restrittiva sul consumo di alcol non può sanare questo disagio profondo. Per questo contro le dipendenze ci vogliono politiche educative (e quindi la scuola) centrate sullo sviluppo della cultura dello sport, del teatro, del cinema, dell’arte e di tutte quelle attività che creano nei ragazzi le condizioni naturali per una motivazione alla vita e alla creatività che contrasti l’uso di sostanze alcoliche e stupefacenti.
Lei da sempre raccomanda che la prevenzione e l’informazione sono le armi più potenti che abbiamo nelle nostre mani. Il suo ideale è un cittadino «bene informato», consapevole non solo del proprio diritto alla salute, ma anche del proprio ruolo di soggetto attivo nel «fare salute», assumendo un’attenzione quotidiana sui fronti a rischio, specie quello alimentare. Se dovesse sintetizzare in poche righe il messaggio ai cittadini, quali parole o cifre userebbe?
La prevenzione e la tutela della salute è oggi più che mai responsabilità di ciascuno di noi, perché dipende proprio da gesti quotidiani, come alimentarsi. E la prima prevenzione per molte malattie avviene a tavola, perché l’alimentazione è il più grande determinante della salute, il caposaldo della prevenzione del cancro e delle malattie più gravi del mondo occidentale. Se poi consideriamo che il 30% dei casi di cancro è legato all’alimentazione, mentre l’aria inquinata incide solo nel 3% dei casi e i fattori ereditari nel 5%, mangiare con buon senso non è affatto secondario. Dobbiamo recuperare quella coscienza che per millenni è stata alla base della medicina tradizionale e che oggi è andata perduta: la coscienza del valore terapeutico dell’alimentazione.
Un recupero molto difficile per chi, nelle metropoli, è costretto ogni giorno a rifocillarsi con un piatto veloce. E allora, che cosa mettere nel piatto? Elenchiamo i principali tra i cibi dannosi e, dall’altra parte, quelli virtuosi e protettivi.
Occorre moderare il consumo di carne (in particolare carni rosse bovine, ovine e suine, salumi) ed evitare gli alimenti ricchi di grassi di origine animale (burro, lardo, strutto, ecc.). Il grasso animale, infatti, veicola facilmente i residui di pesticidi, erbicidi, fungicidi che si usano in agricoltura, la ricaduta di polveri radioattive, il benzopirene che emana dalle città inquinate. Inoltre anche il modo di trattare la carne può essere importante: per esempio, se sottoposta a elevatissime temperature, può denaturarsi e produrre idrocarburi cancerogeni. Occorre poi, oltre a moderare il consumo di alcol, evitare i cibi molto salati, affumicati o in salamoia. Ma soprattutto occorre mangiare poco: quando ingeriamo una quantità eccessiva di calorie, sotto forma di proteine, grassi e zuccheri, queste vengono convertite in molecole di trigliceridi e accumulate nel tessuto adiposo come depositi di riserva. Ed è proprio nel grasso corporeo che più facilmente si accumulano le sostanze dannose presenti nell’ambiente. Da queste ci proteggono invece frutta e verdura: questi alimenti, poverissimi di grassi e ricchi di fibre, agevolando il transito del cibo ingerito, riducono il tempo di contatto con la parete intestinale degli eventuali agenti tossici presenti nella dieta quotidiana. Inoltre frutta e verdura, meglio se di stagione, sono scrigni di preziose sostanze che consentono di neutralizzare gli agenti cancerogeni, di «diluirne» la formazione e di ridurre la proliferazione delle cellule malate. Faccio qualche esempio: una sostanza presente in una classe di vegetali, le crucifere (cioè cavolfiori, broccoli, cavoli, verze e cavolini di Bruxelles, ma anche rape, ravanelli e rucola), hanno dimostrato un’evidente funzione protettiva anticancro. Alcuni vegetali, come la soia, sono ricchi di fitoestrogeni (sostanze simili agli ormoni femminili) e per questo possono svolgere un ruolo di regolazione di eventuali influenze ormonali sullo sviluppo dei tumori. Il licopene, che è il pigmento responsabile del colore rosso del pomodoro, svolge un’azione protettiva nei confronti del tumore della prostata. Le componenti principali degli agrumi, i polifenoli e i terpeni, sono state identificate come molecole dotate della capacità di interferire con i processi responsabili dello sviluppo del cancro e di incrementare il potenziale antitumorale di altre sostanze fitochimiche presenti negli alimenti.
Insomma, meno mangio più vivo…
Non ci sono dubbi che un’alimentazione povera di carne e ricca di vegetali sia più adatta a mantenerci in salute. Frutta e verdura, oltre a contaminarci molto meno degli altri alimenti, contengono principi attivi (flavonoidi e polifenoli) che, combinati assieme, agiscono come potenti antiossidanti e proteggono l’organismo dai radicali liberi, aiutandolo a difendersi da processi infiammatori, allergici, virali e tumorali. Ripeto anche che la miglior difesa è comunque l’abitudine a mangiare poco. Noi mangiamo per conservare la vita e il nostro organismo preleva calorie dai depositi di grasso, che vengono prudentemente immagazzinati quando ci si nutre. La salute sta nel mantenere in equilibrio questo processo di entrate e uscite. Basta per esempio alzarsi da tavola sempre con ancora un po’ di appetito.
Albert Einstein era vegetariano, e così tanti altri nomi illustri. Anche Lei è un convinto assertore della bontà di un’alimentazione vegetariana e, nel suo ruolo di senatore, intende promuovere la cultura vegetariana in Italia. Su quali basi poggia questa sua solida convinzione?
Il mio intento è quello di promuovere la cultura vegetariana come una libera scelta ispirata dal rispetto per la vita e dalla solidarietà verso gli esseri viventi. Abbiamo raggiunto un livello di benessere per cui i nostri stili di vita vanno oltre la tutela della salute individuale, per avere un’influenza anche sull’inquinamento ambientale, sul rispetto degli animali e della loro sofferenza, sulla fame e le epidemie di alcune popolazioni, sulla scarsità di acqua e di energia. Per contrastare lo squilibrio assurdo per il quale decine di migliaia di esseri umani poveri muoiono ogni giorno per mancanza di cibo e allo stesso tempo quasi altrettanti muoiono per eccesso di cibo, bisogna agire non solo a livello politico ed economico mondiale, ma anche sul comportamento alimentare dei singoli e delle famiglie, per arrivare a condividere, oltre che una scienza, un’etica della nutrizione. Oggi abbiamo sufficienti dati per confermare che ridurre il consumo di carne nel mondo occidentale può contribuire a ridurre la scarsità di cibo e di acqua nei Paesi più poveri. Perché in realtà i prodotti agricoli sarebbero sufficienti a sfamare tutti se non fossero in gran parte utilizzati per alimentare gli animali da allevamento, perché i terreni destinati al pascolo potrebbero essere coltivati e dare più alimenti, perché per produrre un chilo di carne occorrono ventimila litri d’acqua. Un graduale aumento della cultura del «mangiare vegetale» appare quindi la condizione necessaria per porre fine a questa tragedia, oltre a essere un’ottima soluzione per mantenere in salute e ridurre i rischi di chi ha il problema opposto: un eccesso di cibo che può far ammalare fino a uccidere.
Lei, professor Veronesi, a 83 anni è l’immagine di una buona salute. A quali allenamenti sottopone il suo corpo e la sua mente? È vero che un suo grande sostegno è il cioccolato? Quando e quanto ne prende? E il caffè, con la sua teobromina, lo consiglia o no?
A causa dei ritmi del mio lavoro, ho sviluppato l’abitudine a saltare il pranzo: durante la giornata prendo un paio di caffè, che aiutano la concentrazione e attenuano la stanchezza, e alla sera mi concedo un pasto gradevole in compagnia. Questo regime mi permette di restare lucido e non appesantito fino a sera. È vero, sono golosissimo di cioccolato, anzi, direi che sono un vero e proprio estimatore, senza contare che il cioccolato fondente contiene quantità importanti di polifenoli in grado di prevenire le malattie croniche come il cancro e i disturbi cardiocircolatori. Mi impegno a tenere sempre in esercizio la mente con progetti, idee, ricerche, studi e anche, più banalmente, con i giochi di intelligenza. Inoltre cerco sempre di coltivare una grande curiosità, che anima le passioni intellettuali e spinge a non smettere mai di cercare nuovi stimoli. Per questo amo la lettura, la musica, il cinema, il teatro e l’arte. Il mio obiettivo è quello di mantenere nella quotidianità un equilibrio fra entusiasmo del cuore e scetticismo della ragione, senza mai cadere nel pessimismo.
Sta avanzando una scienza dal nome difficile, nutrigenomica. Di che si occupa? E che cosa cambierà?
La nutrigenomica è una nuova disciplina, nata dalla rivoluzione del DNA, che si occupa della relazione fra cibo e geni individuali, cioè di comprendere come ciascuno di noi reagisce agli alimenti che consumiamo e come questi influenzano la comparsa di determinate malattie. Si tratta in fondo di spiegare perché certi alimenti sono più dannosi per un individuo e innocui per altri, e viceversa perché altri proteggono la salute di qualcuno ma sono inefficaci per altri. Sappiamo che la risposta è nei geni, o meglio, nella loro interazione con le sostanze che introduciamo nel nostro organismo. Negli ultimi anni abbiamo scoperto, per esempio, che alcuni geni coinvolti nella regolazione di processi vitali della cellula si attivano o si disattivano al variare delle calorie che assumiamo o alla presenza o meno di determinate sostanze nella nostra dieta. L’alimentazione sarebbe dunque uno dei fattori in grado di regolare «l’espressione del genoma», cioè di influire su come alcuni fra i circa trentacinquemila geni che si trovano nel nostro DNA vengono attivati per fare in modo che la cellula esegua le funzioni vitali. L’obiettivo di questo complesso studio è arrivare a consigliare una dieta personalizzata per prevenire il tumore, ma anche utilizzare diete arricchite in determinate sostanze come nuovo approccio terapeutico.
La mortalità per cancro diminuisce dal 1994. Ma quando crede che quella malattia sarà definitivamente sradicata?
Questa è la domanda che più di frequente mi viene posta. Non è possibile naturalmente fornire un tempo preciso, una scadenza esatta, perché la ricerca scientifica, in biomedicina, così come nelle altre discipline, vive in primo luogo di metodo e di principi, ma anche di intuizioni, di casualità, di fughe in avanti e di battute d’arresto. Possiamo però offrire alla gente delle prospettive e degli orizzonti, sulla base dell’esperienza e della conoscenza disponibile; possiamo dare delle speranze o al contrario sfatare certe forme di illusione e possiamo aiutare a capire il percorso della ricerca scientifica. Detto questo, sì, penso che sconfiggeremo il cancro. È ragionevole pensare che fra una decina d’anni, forse meno, e con l’aiuto delle conoscenze sul DNA umano e le nuove tecnologie in grado di studiarlo, riusciremo ad avere un controllo più esteso della malattia tumorale. Al tempo stesso, però, possiamo fin d’ora iniziare ad adoperare le conoscenze che progressivamente acquisiamo per fini pratici: sulla base di conoscenze parziali, anche se approfondite, si può già ridurre il peso della malattia. Il cancro oggi sempre più spesso non è più ritenuto, come fino a pochi decenni fa, un «male oscuro», una maledizione che colpisce alla cieca e che non si può nemmeno nominare, ma piuttosto una malattia su cui la ricerca sta ottenendo risultati sempre più importanti, una malattia che in molti casi si può curare e soprattutto si può prevenire. Ricordiamoci che il futuro della lotta al cancro è in mano non solo alla ricerca, ma anche alla politica di sanità pubblica e soprattutto ai cittadini, perché nella prevenzione conta soprattutto la responsabilità individuale.
L’INFANZIA DEI GRANDI
UMBERTO, UN GIGANTE
ANCHE DA PICCOLO
Anche Luca Novelli, nostro prestigioso collaboratore, non ha voluto mancare agli appuntamenti rievocativi di Umberto Veronesi (cento anni dalla nascita, 28 novembre 2025; e dieci anni dalla scomparsa, 8 novembre 2016). È da poco uscito per la serie Lampi di genio/Editoriale Scienza il libro destinato ai giovanissimi (e non solo) che ha per protagonista proprio lui, Umberto Veronesi e il nemico numero uno. Qui il suo contributo sull’infanzia del grande oncologo.
Umberto da ragazzino era uno spilungone, secco e magro, relegato negli ultimi banchi tra i più irrequieti e lavativi. I compagni di classe lo chiamavano “il gigante”, ma si sentiva brutto e -parole sue- tendeva a incurvarsi per sentirsi più accettato. Era piuttosto diverso dal Veronesi adulto, schiena ben dritta, affabile e affascinante, amatissimo non solo come chirurgo, e non solo dalle 30.000 donne che ha operato nel corso della sua lunga carriera. Protagonista degli straordinari progressi dell’oncologia degli ultimi decenni, scienziato e ministro della Sanità, Umberto nasce in una cascina alle porte di Milano, figlio di un fattore, Francesco Veronesi. Orfano di padre a soli sei anni, Umberto ha per fortuna una mamma fantastica, Erminia, che terrà insieme la numerosa e bella famiglia. Umberto infatti ha quattro fratelli e una sorellina: Franca, Giuseppe, Guido, Antonio e Lino.
Ogni sera mamma Erminia li mette tutti intorno al tavolo davanti al grande camino. Al piccolo Umberto piace la vita di campagna. È felice quando nasce un puledro o un vitello. Sa tagliare l’erba con la falce e mungere le pecore, dà il fieno ai cavalli e cura le galline. Ricorderà con orrore l’uccisione del maiale di casa. Mangia molta polenta ma cresce in statura e nel cuore, anche se i problemi non mancano. Mamma Erminia è sola, con sei figli. Deve occuparsi di tutto, dell’amministrazione, dei braccianti, della cascina e anche dei malintenzionati che gironzolano attorno alla fattoria.
La scuola in città
Per andarci deve camminare per quattro chilometri attraverso i campi, con la nebbia, talvolta con la neve. Quando c’è il ghiaccio torna a casa con le mani e i piedi infiammati. Sono i “geloni”. Sua madre li cura strofinandoli con un limone o fette di patate, che in casa non mancano. Per malanni più gravi passa in cascina il medico condotto, il dottor Oriani, che arriva a cavallo. È un signore elegante, con la sua borsa e la sua cravatta a farfalla. A Umberto piace come rassicura sua mamma. Gli piace anche il lavoro che fa, perché il dottor Oriani aiuta la gente. È il primo contatto di Umberto con quella che sarà la sua missione nella vita.
Sono anni difficili. Il regime fascista sta cercando di far uscire l’Italia da anni di crisi e recessione con una politica autarchica e coloniale. L’agricoltura è arretrata. Nelle campagne c’è miseria e fame. L’elettricità non è ancora diffusa. La radio sta facendo i primi passi. Ma in casa di Umberto non manca il giornale che leggeva suo padre e i supplementi illustrati che fanno venir voglia della metropoli vicina, con le sue luci e sue vetrine scintillanti.
Milano è vicina
Umberto ama l’estate. Esplora le risorgive intorno alla cascina, può fare il bagno con i suoi fratelli nei fossi più grandi. Ma quando è inverno è proprio dura. Le stanze sono gelide. Per scaldare i letti mamma Erminia usa una strana intelaiatura dove è sospeso un braciere. È uno scaldino. Si mette sotto le coperte prima di andare a dormire. Al mattino il fuoco del camino è spento e trova spesso il ghiaccio nei bicchieri. Per colazione una tazza di latte e orzo. Poi tutti a scuola, con qualsiasi tempo, senza tante storie. Era desiderio di suo padre far raggiungere ai figli un’istruzione superiore. Mamma Erminia renderà questa cosa possibile.
La domenica tutti a messa nella chiesa del Casoretto. Mamma Erminia è contenta quando lo vede in processione accanto al parroco, vestito da chierichetto. Lei è molto religiosa e credente. È persino amica del parroco che viene a visitarla in fattoria e apprezza la sua cucina. Un giorno lo stesso parroco sarà un paziente di Umberto.
Ma la vita in campagna finisce. Mamma Erminia ha trovato un acquirente per la cascina. È stato un buon affare. Tutta la famiglia si trasferisce in città. Umberto abiterà in un appartamento in un grande caseggiato. Le scuole saranno vicine. Avrà nuovi amici, nuovi problemi, nuovi desideri. Avrà l’acqua calda in casa, l’ascensore e addirittura il riscaldamento. Dovrà studiare parecchio per fare contenta mamma Erminia.
La guerra
Mentre per Umberto e i suoi fratelli le cose sembrano andar meglio, in Europa scoppia la Seconda guerra mondiale. Il 10 giugno 1940 l’Italia governata da Benito Mussolini scende in campo come alleata della Germania di Hitler. Eserciti e flotte si scontrano nel mondo in luoghi apparentemente lontani, ma presto tutti saranno coinvolti.
Lo sarà anche Umberto, che è solo un adolescente con i problemi della sua età. Siede sempre agli ultimi banchi. Poi, fuori dalla scuola, frequenta una piccola banda di ragazzini della mia età, tutti figli di immigrati dal meridione d’Italia. Passa i pomeriggi tra un biliardino e l’altro. Non studia e perde tempo. Risultato: è bocciato due volte.
Al liceo Giosuè Carducci non è visto bene. È un vecchio edificio, serio e austero come austeri e autoritari sono i suoi insegnanti. I migliori e più simpatici sono stati emarginati. Rischia d’essere emarginato anche lui. Ma pian piano la “stupidera”, dovuta agli ormoni dell’adolescenza, passa. Scopre libri e autori molto più interessanti dei suoi compagni di strada, anche più irriverenti e sovversivi. Legge persino libri di antropologia!
Si mette a studiare seriamente. Alla fine prenderà il benedetto diploma. In realtà non sarà certo la scuola il suo problema più grande. Gli Alleati angloamericani sono sbarcati in Sicilia e il 25 luglio 1943 Mussolini ha dato le dimissioni. Le strade si riempiono di manifestanti. Le statue del dittatore sono abbattute. C’è un nuovo governo, ma la guerra non è affatto finita. E Umberto ci si trova in mezzo.
Soldato per forza
Milano è bombardata da aerei angloamericani, in centro e in periferia. I tedeschi, ex alleati, sono in tutto il paese e non hanno intenzione di andarsene. A diciassette anni, come tanti altri ragazzi della sua età, Umberto si trova in un bel guaio. L’8 settembre 1943 il nuovo governo ha annunciato alla radio l’Armistizio, ovvero la resa senza condizioni alle forze anglo-americane. L’Italia non è più fascista e vuole la pace ma i tedeschi di Hitler che occupano gran parte del paese sostengono un governo alternativo: la Repubblica Sociale Italiana, che fiancheggerà l’esercito tedesco. Chi non si arruola volontariamente è considerato disertore e rischia la fucilazione. Migliaia di giovani italiani, militari e no, si trovano invischiati in una guerra che non è la loro. La prima idea di Umberto è fuggire. Con alcuni amici cerca di prendere un treno che lo avrebbe portato nella vicina e neutrale Svizzera. Ma alla stazione una pattuglia di soldati tedeschi senza tanti complimenti li arresta e li porta in caserma. Umberto è inquadrato in una formazione di supporto dell’armata tedesca. Malamente vestito ed equipaggiato è spedito in Liguria. Non ha neppure la possibilità di salutare la famiglia.
Ragazzino al fronte
Il trasferimento in Liguria è un colpo di fortuna nella sfortuna: prima a Monterosso, sulle Cinque Terre, poi a La Spezia, vicino a Porto Venere. Sono località bellissime dove Umberto non è coinvolto in azioni di guerra. In una villa requisita dal comando tedesco assiste persino a un festeggiamento inaspettato. È arrivata la notizia che Hitler è stato ucciso in un attentato. Sarebbe la fine di tante sofferenze. Soldati e ufficiali sono felicissimi. Invece no. Purtroppo Hitler se la cava e la guerra continua, sempre più tragica, sempre più senza senso.
Un altro trasferimento lo porta in Toscana, in una situazione decisamente drammatica: è al servizio di un distaccamento della Panzer Divisionen! È nelle retrovie e vede morti e feriti. E succede il peggio. Durante un bombardamento cerca un rifugio. Attraversa un campo che sembra sicuro. Mette un piede su una mina e bum!… Salta in aria.
Ha appena il tempo di pensare che non vedrà più sua madre e i suoi fratelli.
Clandestino e resistente
Umberto si sveglia in un ospedale di Pistoia, fasciato da capo ai piedi. Dalla carne gli hanno estratto 200 schegge. Solo una è rimasta nel torace. I chirurghi hanno ritenuto troppo pericoloso rimuoverla. È troppo vicino al cuore. Non potrà mai toglierla. Per tutta la vita farà suonare il Metal detector ogni volta che prenderà un aereo.
È assistito da amorevoli infermiere volontarie della Croce Rossa. È il suo primo contatto con un ospedale. Ne ha una buona impressione. Ha intorno gente che ha perso braccia, gambe, occhi, ma vede medici e chirurghi che li curano senza sosta.
Non immagina che anche lui passerà gran parte della sua vita con il camice bianco.
Comunque dopo un paio di trasferimenti in altri ospedali ottiene una breve licenza di venti giorni. Può tornare a casa per la prima volta dopo molti mesi. Ma ha già deciso. Non tornerà al fronte. Entrerà in clandestinità. Sarà rischioso. I disertori quando sono catturati sono deportati o fucilati.
La città occupata
A casa, sua madre e sua sorella lo curano con affetto, ma quando finisce la licenza deve lasciarle. Sarà il primo posto dove verranno a cercarlo. Contatta gli amici che si sono uniti alla Resistenza e si schiera con loro. Per la Resistenza farà il postino, portando messaggi da una parte all’altra della città, sempre rischiando di essere fermato e identificato.
Dorme in case sempre diverse, di amici e parenti. Per lui c’è sempre un pasto e un rifugio. È attento, prudente ma sempre in pericolo. Una volta, proprio quando va a trovare sua madre, una squadra di quattro militari tedeschi viene a cercarlo, in casa, al quinto piano. Lo salva la portinaia che fa mancare la corrente mentre il manipolo sale in ascensore. Riesce a scendere le scale a rotta di collo e a uscire indenne dal portone. Salvo per un pelo!
Curare gli altri
Il 25 aprile la città è liberata. E dopo le atomiche su Hiroshima e Nagasaki si chiude il sipario sulla Seconda guerra mondiale. L’incubo è finito. La pace è una gran cosa anche se la città porta ancora i segni dei bombardamenti.
Umberto brucia le tappe scolastiche e si iscrive all’università, a Medicina. A differenza del liceo, che ha superato per miracolo, qui si trova a suo agio. Finalmente studia cose che lo appassionano.
Frequenta tutte le lezioni e prepara bene gli esami. Cerca sempre di portare a casa un 30 e lode. Mai meno di 27!
All’inizio gli interessa più la mente, lo attrae la psicologia. Vorrebbe capire perché ci si allontana dalla ricerca della felicità e come nascono cattiveria e guerra.
Poi è attratto da come funziona il corpo umano e dalla figura del medico. Sarà il primo medico della sua famiglia. Mamma Erminia sarà orgogliosa di lui.
All’università non studia soltanto, ha tanti e nuovi amici. È appassionato di montagna e con alcuni di loro va spesso sulle Alpi vicine. Sale sul massiccio del Bernina a più di 4.000 metri d’altitudine, attraversa ghiacciai e si arrampica su pareti a picco. Gli piace salire in alto e guardare il mondo da lassù. Fa anche canottaggio sul Naviglio, uno dei canali che attraversano la città.
Lo raggiunge in bicicletta. Poi tutti a remare su queste barche sottili, al ritmo del timoniere. Vince anche parecchi premi. È una bella lezione di quello che si può fare quando si è affiatati e sincronizzati.
Con gli amici fonda il primo club di sci d’acqua d’Italia. È un club molto particolare: fa persino sci nautico sul Naviglio, trainato da una Topolino!
Il Grande Nemico
Gli studi di medicina sono lunghi e impegnativi, ma Umberto è uno studente brillante. Si laurea con lode. È solo un primo passo della carriera di un medico. Poi c’è la specializzazione. Umberto è ben visto alla sua università. Potrebbe ambire a una borsa di studio all’estero, in cardiochirurgia, a Houston, negli Stati Uniti o in neurochirurgia a Stoccolma.
Sono specializzazioni che consentono carriere accademiche prestigiose. Il successo sarebbe garantito. Invece Umberto sceglie la strada più in salita, la sfida più difficile: l’oncologia, la branca della medicina che combatte il male più temuto. Quando si laurea nessuno lo chiama con il suo nome. Nel 1950 una diagnosi di tumore equivale a una condanna. La ricerca è ferma, il cancro è una malattia invincibile e misteriosa. È il Brutto Male. Si sa poco di lui. Sono cellule impazzite che poi proliferano in tutto il corpo. A Milano se ne occupa l’Istituto dei Tumori. È un’istituzione pubblica che fa ricerca, assistenza e ricovero. Lo sceglie come sede della sua specializzazione. È qui che avviene il suo primo vero incontro con il Nemico Numero 1, con i colleghi che lo combattono e soprattutto con i malati che ne sono affetti. È un istituto di cura a carattere scientifico. Vi lavorano più di mille tra medici, infermieri, ricercatori, tecnici e personale amministrativo. È un istituto che crescerà, cambierà, diventerà più grande e moderno.
Negli anni che seguiranno per Umberto l’Istituto sarà molto più di un luogo di lavoro. Nelle sue corsie, negli ambulatori, nei laboratori e nelle sue sale operatorie la lotta al Nemico Numero 1 diventerà la ragione della sua vita. Una vita nel segno di un’idea costante: “Il vero innovatore è sempre un grande rompiscatole”.