CONNECT 2 · Il nuovo Atlante di Giannella Channel · Agosto 2026


Le parole ritrovate

Quando sognavamo un New Deal italiano

“Mi accorgo che sull’emergenza climatica e sulla transizione ecologica stiamo ripetendo alla nausea sempre le stesse cose. D’altronde se guardi tu, Salvatore, che cosa scrivevi su Airone nei lontani anni della tua direzione, dal 1986 al 1994, non dicevamo già le stesse cose che diciamo oggi? Non curavi già allora una rubrica che aveva come titolo anticipatore Per un New Deal italiano? Non c’è nulla che non sapevamo già 30-40 anni fa, un vantaggio conoscitivo che ci avrebbe permesso di dare una svolta diversa rispetto ai problemi in emergenza che abbiamo oggi. Se 30 anni fa avessimo cominciato a gestire in un modo diverso lo sviluppo economico non solo d’Italia ma del mondo intero, magari oggi avremmo dei problemi ma non con questa emergenza dai tanti volti critici:”

(Luca Mercalli, dal libro Terra ultima chiamata, a cura di Salvatore Giannella, Antiga Edizioni, 2020)

Bologna, al Pilastro un nuovo poliambulatorio per chi è in situazione di fragilità

A Bologna è stata approvata dalla Giunta la convenzione tra il Comune e l’Associazione onlus ODV “Buoni Dottori” per l’apertura di un ambulatorio medico in via Trauzzi 15 a/b, nel quartiere Pilastro, dove medici specialisti di alto profilo con alle spalle una lunga carriera nelle strutture cliniche degli ospedali bolognesi, offriranno visite, consulenze e diagnosi gratuite dall’età pediatrica all’età adulta a chi ha difficoltà di accesso alla sanità pubblica e privata.

Il Comune, attraverso Acer Bologna, mette a disposizione la sede con l’obiettivo di valorizzare l’immobile e rispondere alle necessità sociali e sociosanitarie del quartiere, dando una risposta concreta al preoccupante fenomeno della rinuncia alle cure per motivi economici.

“Buoni Dottori” è stata fondata nella primavera scorsa da un gruppo di specialisti in varie discipline mediche e chirurgiche che hanno deciso di donare tempo e competenze per offrire visite gratuite a chi non può permettersele. I soci fondatori sono: Pietro Cortelli (presidente), Claudio Borghi, Eugenio Brunocilla, Massimo P. Di Simone, Gaetano Domenico Gargiulo, Gilberto Poggioli, Eleonora Porcu, Livio Presutti, Mario Taffurelli, Pierluigi Viale. L’idea è nata dalla volontà di questo gruppo di dottori di restituire tempo, impegno e professionalità alla città di Bologna che, attraverso l’Università e gli ospedali, ha dato loro tante opportunità. L’obiettivo è quello di garantire un aiuto concreto e senza scopo di lucro, contribuendo a ridurre le disuguaglianze nell’accesso alle cure sanitarie.

Il bacino di utenza iniziale è di circa 250 pazienti annui. I servizi offerti comprenderanno visite specialistiche, pareri o consulti multidisciplinari per patologie croniche, attività di follow-up ed esami strumentali complessi, quali ad esempio endoscopie e doppler, caratterizzati storicamente da costi di ticket elevati.

[Sesto Potere, sestopotere.com, online dal 1999 e altri giornali)

Questo fiocco azzurro non è isolato nella storia della medicina dell’Emilia Romagna. Seguo l’attività dell’Associazione Salute e Solidarietà di Forlì, nata nel 2009 grazie alla progettazione iniziale insieme al Centro Studi per il Volontariato dell’allora AUSL di quel capoluogo romagnolo. Leggo dal loro sito: “I nostri medici e infermieri, operatori della sanità, psicologi e amministrativi, curano e assistono le persone italiane e straniere che non possono usufruire dei servizi sanitari pubblici, perché le norme vigenti non lo consentono o perché non riescono ad accedervi per il disagio e le difficoltà che vivono”. Il gruppo di lavoro, che opera gratuitamente con la Caritas di Forlì, è presieduto dal medico (in pensione) Giorgio Maria Verdecchia, ex direttore della Chirurgia dell’ospedale Morgagni di Forlì. Più info e donazioni sul sito salesol.org. Tel. 353.4663924 (s.g.)

  • A Rimini la prima scala di risalita per i piccoli di anguilla
  • Sanità, piano straordinario della Regione Sardegna: in arrivo quasi 2mila tra medici, infermieri e tecnici
  • Il sogno realizzato di Waru, il primo rifugiato politico laureato al Politecnico di Milano
  • Le aziende guidate da donne vanno meglio: le imprenditrici più innovative premiate da Gamma Donna (e le aziende migliori in cui lavorare)
  • Energia solare Ue: record storico, genera il 25% dell’elettricità europea a giugno
  • Acqua, un maxi serbatoio nel nostro sottosuolo
  • Analisi e opinioni: Riformista sarà lei! Per cambiare davvero occorre cambiare poco, quasi nulla, quasi sempre. Parola di Paolo Occhipinti
  • A futura memoria: Walter Chiari, Ava Gardner e un fotoreporter gentiluomo da riscoprire, il genovese Francesco Leoni
  • Numeri per capire
  • Lo sgabello del cittadino (il nostro speaker’s corner): Ritorno a Seveso, cinquant’anni dopo, di Francesca Cambi
  • Le parole dei nonni: la lite in dialetto tra il re e Cavour in piemontese
  • L’urlo: Esempi da seguire, Bilbao e la ricchezza della Cultura, di Concita De Gregorio

A Rimini la prima scala di risalita per i piccoli di anguilla

Un vero e proprio “percorso dedicato” per permettere alle anguille di compiere il proprio viaggio riproduttivo: sul fiume Marecchia, sotto il Ponte dello Scout nel Comune di Rimini, è stata inaugurata la scala di risalita per “ceche”, così si chiamano i giovani esemplari di anguilla europea (Anguilla anguilla), nell’ambito del progetto di ricerca GLASS-EEL-RESCUE, della Regione Emilia-Romagna, promosso dall’Università di Bologna attraverso il Dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie e il Corso di Acquacoltura di Cesenatico, diretto dal professor Oliviero Mordenti. L’evento si è svolto in occasione del World Fish Migration Day 2026, la giornata internazionale dedicata alla tutela dei pesci migratori e dei fiumi liberi, con la partecipazione di Costa Edutainment, che da oltre un decennio affianca l’Università nei progetti di conservazione dell’anguilla europea — specie attualmente classificata come criticamente minacciata di estinzione.

La scala di risalita: cos’è e come funziona. La struttura installata sul fiume Marecchia è collocata in corrispondenza di uno sbarramento ed è stata realizzata lungo una sponda naturalizzata, sulla quale è stato posato un piano inclinato in calcestruzzo, dotato di supporti in materiale plastico. Tale sistema consente alle sole giovani anguille di risalire il corso d’acqua superando l’ostacolo e di proseguire successivamente il loro percorso verso le acque interne.

L’anguilla europea nasce nel Mar dei Sargassi, nell’Atlantico settentrionale, e percorre migliaia di chilometri per raggiungere i fiumi europei, dove trascorre la maggior parte della propria vita adulta. Gli ostacoli artificiali come dighe, briglie, sbarramenti possono interrompere questa migrazione, impedendo alle ceche di colonizzare habitat un tempo fondamentali per la specie.

La scala di risalita del Marecchia ripristina la continuità ecologica in modo non invasivo, senza opere idrauliche, sfruttando unicamente la spinta naturale delle ceche.

L’impianto inaugurato a Rimini è il primo installato nell’ambito del progetto GLASS-EEL-RESCUE. Un secondo impianto è previsto sul fiume Lamone.

[Corriere Romagna]

Sanità, piano straordinario della Regione Sardegna: in arrivo quasi 2mila tra medici, infermieri e tecnici

Un Piano straordinario di assunzioni per rafforzare in modo strutturale il Servizio sanitario regionale della Sardegna: 1.000 infermieri e 500 medici, da reclutare a tempo indeterminato attraverso concorsi e procedure di mobilità a carattere extraregionale. È il cuore della delibera approvata il 15 luglio dalla Giunta regionale, che dà mandato ad ARES Sardegna di avviare le procedure per l’ingresso di 1.500 nuovi professionisti nel sistema sanitario dell’isola.

Il provvedimento punta a garantire personale adeguato alle Case della Comunità, agli ospedali di Comunità e alle altre strutture del territorio, oltre che alla rete ospedaliera e ai servizi di emergenza-urgenza.

[La Nuova Sardegna]

Il sogno realizzato di Waru, il primo rifugiato politico laureato al Politecnico di Milano

Laurearsi dopo un percorso iniziato in un campo profughi e con l’obiettivo di contribuire a salvare vite attraverso la tecnologia. È la storia di Charles Emmanuel Waru, 31 anni, originario del Sud Sudan, che il 23 luglio 2026 ha conseguito la laurea magistrale in Ingegneria biomedica al Politecnico di Milano, diventando il primo studente del progetto Unicore (University Corridors for Refugees) coordinato da UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati, a raggiungere questo traguardo nell’ateneo milanese. Ora il suo obiettivo è rimanere a Milano e iniziare a lavorare nel settore biomedicale.

Nato in Sud Sudan, Charles Emmanuel Waru si è trasferito in Uganda nel 2007, prima dello scoppio della guerra civile. Grazie al sostegno di alcuni amici, ha potuto proseguire gli studi fino a conseguire una laurea triennale in Ingegneria biomedica. Con il peggioramento della situazione nel suo Paese, ha trovato rifugio in un campo per rifugiati in Uganda, proprio dal quale ha presentato la candidatura al bando del progetto Unicore, che offre a studenti rifugiati la possibilità di proseguire gli studi universitari in Italia. Arrivato a Milano nell’ottobre 2023, dopo aver ottenuto una delle borse di studio messe a disposizione dalle università italiane aderenti all’iniziativa, ha completato il percorso magistrale al Politecnico. Il professor Luca Mainardi, docente di Bioingegneria, ha ricordato il primo colloquio sostenuto da Charles in videoconferenza direttamente dal campo profughi: ora è stato lui stesso a proclamarlo dottore magistrale, definendo questo momento “un cerchio che si chiude” e sottolineando il valore dell’accesso all’istruzione come diritto fondamentale.

Charles racconta che il suo primo sogno era diventare medico, ma i costi e l’elevata selezione lo hanno spinto a scegliere l’ingegneria biomedica. “Oggi non potrei essere più felice della mia scelta: voglio dare il mio supporto alla medicina come ingegnere contribuendo ad abbassare il tasso di mortalità grazie alla tecnologia”, ha spiegato. Durante il percorso universitario ha svolto un tirocinio che è diventato anche la base della sua tesi, occupandosi dei processi logistici e di assistenza ai dispositivi medici e facendo da collegamento tra chi realizza le apparecchiature sanitarie e chi le utilizza. Il prossimo passo è entrare nel mondo del lavoro. “Adesso vorrei restare a Milano per iniziare a lavorare, non ho preferenze tra ospedali e altre aziende. In futuro, chissà. Il mio obiettivo è aiutare le persone.” Pur guardando al futuro in Italia, Charles non esclude di mettere un giorno la propria esperienza al servizio dell’Africa, anche attraverso progetti sviluppati a distanza grazie alle nuove tecnologie.

La cerimonia di laurea è stata anche l’occasione per ribadire il valore del progetto Unicore (più info: universitycorridors.unhcr.it/) che consente a studenti rifugiati di accedere all’università attraverso borse di studio dedicate. “La nostra università non è solo il luogo della conoscenza: è una comunità. Dimostriamo che i talenti non hanno confini”, ha dichiarato la prorettrice Isabella Nova, portando i saluti della rettrice Donatella Sciuto. Anche la docente Maria Gabriella Signorini, relatrice della tesi, ha espresso soddisfazione per il percorso dello studente. Nel corso dei tre anni trascorsi a Milano, Charles ha costruito una rete di amicizie, in particolare con gli altri studenti rifugiati del Politecnico coinvolti nel progetto Unicore. Prima della discussione della tesi Waru ha potuto condividere il momento anche con i genitori, collegati dall’Africa in videochiamata.

[MonzaNews]

Le aziende guidate da donne vanno meglio. GammaDonna premia le imprenditrici più innovative con Fab50

“Il talento imprenditoriale femminile trova la sua strada, anche quando il sistema rallenta. E così le aziende guidate dalle donne vanno meglio, crescono più forte della media”.

Così GammaDonna (l’associazione no-profit che sostiene e promuove la crescita del ruolo delle donne nel mondo dell’impresa per favorire uno sviluppo economico sostenibile e duraturo) fotografa l’evoluzione dell’ecosistema imprenditoriale femminile con le Fab50: 50 protagoniste dell’innovazione che stanno trasformando settori strategici dell’economia italiana, dalla salute alla transizione ecologica, dalla manifattura avanzata al digitale. Per i loro profili e video, cliccare su www.gammadonna.it.

[Osservatorio Riparte l’Italia]

PS: Secondo la classifica World’s Top Companies for Women di Forbes, sono queste le aziende migliori in cui una donna può lavorare in Italia nel 2025. Esse si confermano modelli di inclusione e valorizzazione del talento femminile.

Tra i criteri principali considerati per stilare la classifica, figurano la rappresentanza delle donne nei ruoli dirigenziali, la presenza di misure di welfare a sostegno della genitorialità, la parità retributiva e la percezione delle dipendenti in merito all’ambiente di lavoro.

La valutazione ha coinvolto oltre 120.000 donne in 36 Paesi, chiamate a esprimere un giudizio sulle proprie realtà lavorative in termini di cultura aziendale, rispetto e possibilità di crescita professionale. Ecco quali sono le dieci migliori aziende italiane per le donne.

1. Generali. 2. Ferrero (leggi anche È Ferrero l’azienda ideale in cui lavorare secondo gli italiani: da Money.it).

3. Enel. 4. Eni. 5. Intesa San Paolo. 6. Grimaldi Group. 7. Eurospin Italia. 8. Calzedonia, 9. Banca d’Italia. 10. Amplifon.

PS2: Da segnalare l’attività della Scuola dei mestieri” del gruppo OTB. Questo gruppo che riunisce i marchi Diesel, Jil Sander, Maison Margiela, Marni e Viktor&Rolf, oltre all’aziende Staff International e Brave Kid, promuove ogni anno a Noventa Vicentina un corso gratuito di 6 mesi che combina formazione e attività pratiche. Il percorso è rivolto ai neodiplomati, studenti ITS e laureati in discipline della moda interessati a specializzarsi nella sartoria e sviluppo prodotto. Il progetto si articola su due edizioni annuali. Il prossimo comincerà a settembre. Sul sito si legge:. “Dall’inizio del progetto sono stati formati oltre 50 giovani talenti, di cui oltre l’85% è stato inserito all’interno delle aziende del Gruppo”.

Per partecipare alla fase di selezione per l’edizione di settembre inviare una videoregistrazione di 60 secondi che riassuma le esperienze e le aspirazioni del candidato, oltre alle ragioni del suo interesse a partecipare all’iniziativa. La video candidatura andrà inviata all’ indirizzo: academy@staffinternational.com

Energia solare Ue: record storico, genera il 25% dell’elettricità europea a giugno

Nel giugno scorso 2026 l’energia solare ha generato il 25% dell’elettricità dell’Unione Europea, un record mensile, secondo un’analisi pubblicata oggi dal think tank energetico Ember. Con una produzione record di 52 terawattora (Twh) nel mese di giugno, il solare si è affermato come la principale fonte di generazione elettrica nell’Ue, superando il nucleare (21%), il gas (15%), l’eolico (14%), l’idroelettrico (12%) e il carbone (8%).

E’ la terza volta che l’energia solare conquista il primo posto in un singolo mese, dopo il giugno 2025 e il maggio 2026, sottolinea Ember.

A giugno, l’energia solare ha generato il 34% dell’elettricità in Spagna e ben il 36% in Germania. Persino un Paese noto per l’elevato consumo di carbone, come la Polonia, il mese scorso ha prodotto il 24% della propria elettricità tramite il solare.

“L’ascesa dell’energia solare è stata davvero stratosferica, superando ogni previsione”, spiega Chris Rosslowe, analista di Ember. L’esperto sottolinea come, nel giro di pochi anni, questa fonte di energia rinnovabile sia diventata “una componente vitale del sistema energetico europeo”.

Tra il 2021 e il 2025, l’energia solare nell’Ue è cresciuta di oltre il 20% annuo, affermandosi come la fonte energetica in più rapida espansione, ha aggiunto il think tank specializzato nel settore energetico. [AdnKronos]

Nei primi cinque mesi del 2026 la produzione dell’energia solare in Italia ha raggiunto 19,7 TWh, con un aumento del 20,4% rispetto allo stesso periodo del 2025 [dati Terna da NEST].

Acqua, nel sottosuolo italiano un maxi serbatoio naturale

L’ISPRA ha presentato la nuova Carta Idrogeologica d’Italia: mappati 957 grandi sorgenti, 60 mila pozzi e gli acquiferi che garantiscono oltre l’84% dell’acqua potabile nazionale. Un patrimonio strategico contro la crisi climatica.

Sotto i nostri piedi esiste un gigantesco patrimonio naturale che ogni giorno garantisce l’acqua che arriva nelle nostre case. Oltre l’84% dell’acqua potabile distribuita nel Paese proviene infatti dalle falde sotterranee, una rete di acquiferi, sorgenti, pozzi e fontanili che rappresenta una delle risorse strategiche più importanti per l’Italia.

A fotografare con precisione questo enorme “serbatoio naturale” è la nuova Carta Idrogeologica d’Italia, presentata dall’ISPRA dopo oltre quarant’anni dall’ultima ricognizione nazionale. Si tratta della prima mappatura omogenea dell’intero territorio italiano dedicata alle acque sotterranee, uno strumento destinato a diventare fondamentale per la gestione della risorsa idrica in un’epoca sempre più segnata dagli effetti del cambiamento climatico.

Dove si trova la grande riserva d’acqua dell’Italia?

Secondo la nuova mappa, circa il 66% del territorio nazionale ospita acquiferi con una capacità produttiva medio-alta. Le aree più ricche di risorse idriche sotterranee si concentrano soprattutto nella Pianura Padano-Veneta e lungo l’Appennino centrale e meridionale, ma la disponibilità di acqua nel sottosuolo è diffusa praticamente in tutta la penisola.

Il censimento realizzato da ISPRA restituisce numeri che raccontano l’enorme valore di questo patrimonio nascosto:

  • 957 grandi sorgenti con portata superiore ai 10 litri al secondo;
  • circa 2,7 miliardi di metri cubi d’acqua captati ogni anno, pari all’80% dell’acqua sorgiva utilizzata per uso civile;
  • oltre 60 mila pozzi censiti;
  • 241 sorgenti termominerali;
  • più di 60 sorgenti sottomarine e costiere, oggi disperse in mare ma considerate una possibile risorsa per il futuro.

La Carta Idrogeologica sarà accompagnata da una banca dati digitale consultabile da cittadini, ricercatori e amministrazioni pubbliche.

L’obiettivo è costruire un sistema informativo sempre più completo che, nei prossimi anni, porterà alla realizzazione della Banca Dati Nazionale delle Sorgenti e di una nuova carta dedicata alle aree più favorevoli alla ricarica naturale delle falde.

La crescente frequenza di siccità e periodi di scarsità d’acqua rende ancora più strategica la conoscenza delle risorse presenti nel sottosuolo.

Le acque sotterranee, infatti, risultano generalmente più stabili rispetto alle risorse superficiali come fiumi, laghi e bacini artificiali, che risentono più rapidamente degli effetti delle alte temperature e della diminuzione delle precipitazioni.

“La nuova Carta Idrogeologica d’Italia rappresenta uno strumento scientifico di fondamentale importanza”, ha dichiarato la presidente di ISPRA, Alessandra Gallone. “Le acque sotterranee sono molto più resistenti agli effetti del cambiamento climatico rispetto a quelle superficiali. Conoscerne con precisione ubicazione, percorsi e modalità di ricarica significa offrire alle istituzioni strumenti più efficaci per pianificare, gestire e proteggere una risorsa essenziale per il futuro del Paese”.

[circulareconomyletstalk.it]

Analisi e opinioni

Riformista sarà lei! Per cambiare davvero occorre cambiare poco, quasi nulla, quasi sempre. Parola di Paolo Occhipinti

Quando dico che sono contrario alle riforme mi guardano tutti male. Devo sempre spiegare che non mi considero un bieco conservatore, anzi. Tento di spiegarmi anche con voi. Nei miei cinquant’anni di carriera giornalistica, quaranta dei quali impegnati a dirigere settimanali, ho sempre rimandato al mittente le proposte di riforma, che nel gergo giornalistico vengono presentate come progetti di re-styling. Le ho sempre considerate offensive della mia intelligenza professionale. C’è bisogno di un re-styling, ossia di una riforma, se tu, nel gestire un giornale, non sei stato capace di cogliere giorno per giorno i segnali che suggeriscono piccoli aggiustamenti per adeguarsi ai mutamenti più o meno piccoli della realtà, alle novità culturali, scientifiche, tecnologiche. Credo succeda lo stesso se gestisci un negozio, un ospedale, un’azienda o un ministero. Mettere sotto esame quotidianamente i presupposti della propria cosiddetta comfort-zone non è un esercizio comodo né facile. Ma è una condizione necessaria per non vedersi costretti, dopo troppi rimandi più o meno giustificati, a mutamenti radicali, che diventano indigeribili perché stravolgono cattive abitudini consolidate e ormai assimilate come innocue, mentre sono state complici di un progressivo allontanamento dalla realtà.

Nella gestione di problemi essenziali come la scuola, la giustizia, la sanità, invochiamo continuamente, da tempo immemorabile, riforme miracolistiche e irrealizzabili, divenute indispensabili solo perché nessun governo è stato capace di promuovere negli anni tante piccole correzioni, piccoli stanziamenti, piccoli sacrifici, piccoli compromessi.

Temo che questo approccio autolesionista condizionerà anche il futuro dell’Europa. In attesa di varare grandi progetti, come un esercito comune, una lingua unica, un Parlamento sovrano, siamo incapaci di uniformare nei 27 Stati il colore dei semafori, la taglia dei vestiti e i numeri delle scarpe, l’età della patente e dell’obbligo scolastico, e tante altre piccole cose che messe tutte insieme renderebbero più piccole e più accettabili anche le riforme di domani.

Nella pratica della vita quotidiana così come nella gestione dei grandi problemi internazionali, la politica dei piccoli passi si mostra sempre utile a sdrammatizzare i grandi teoremi ideologici spesso divisivi e paralizzanti. Ammoniva Tomasi di Lampedusa: tutto cambia perché nulla cambi. Per cambiare davvero occorre cambiare poco, quasi nulla, quasi sempre.

Paolo Occhipinti (Milano, 1939) si è segnalato per i suoi stimolanti editoriali su Giannella Channel. Accogliamo con piacere questo nuovo contributo per Connect, augurandoci di averlo a lungo prezioso collaboratore e amico.

A futura memoria

Talenti da riscoprire: Francesco Leoni, il fotoreporter gentiluomo

Il settimanale Oggi del 23 luglio 2026 dedica un servizio centrale, nella serie dei grandi amori dell’estate, alla love story tra Walter Chiari e Ava Gardner. Eloquenti titolo e sommario: “La dolce vita partì con loro. Le loro cene in via Veneto a Roma negli anni Cinquanta erano epiche. I fotografi impazzivano pur di avere una loro foto insieme e l’attore era pronto a tutto per difendere la loro privacy”.

Ai miei cari colleghi di Oggi e alla comunità digitale di Connect voglio indicare una figura ammirevole di fotoreporter (tra i principali collaboratori di Oggi dalle Riviere ligure e francese) che proprio agli inizi della storia amorosa di Walter e Ava, scoperti per caso a Portofino, si comportò in maniera esemplare. Ne parlai in occasione di una mostra “Da Hollywood a Portofino: dive e divine del dopoguerra: cento foto che troverete in mostra e una che cercherete invano”,

Che cosa mancava tra le eccezionali immagini “liguri” di Clark Gable e Sophia Loren, Marlon Brando e Ira Furstenberg, Marcello Mastroianni e Maria Callas e via dicendo? Mancava la fotografia più famosa di Francesco, lo scoop che poteva essere e non è stato per un semplice e grandioso gesto di eleganza che oggi, a distanza di un quarto di secolo dalla sua scomparsa, vale la pena di ricordare perché meglio di mille parole rievoca chi era davvero Francesco Leoni e perché può essere indicato come un modello per i fotografi contemporanei.

Francesco aveva scattato la foto che ritraeva Walter e Ava, allora signora Sinatra, all’uscita di un albergo di Portofino. Una foto che sarebbe stata senza prezzo sulle riviste di mezzo mondo. Ma che invece non ebbe prezzo quando Walter raggiunse Leoni e lo implorò di restituirgli il rullino che significava costosa rottura di matrimonio di Ava. Per convincere Leoni, l’attore gli porse un assegno in bianco: “Mettici tu la cifra”. Ma la cifra non fu mai scritta. L’assegno ritornò nelle mani di Walter, insieme al rullino con le foto dei due amanti clandestini. “Grazie, no. Se accettassi l’assegno, sarei un ricattatore”.

Questo era Leoni, che ha fotografato Genova e le Riviere del dopoguerra, la loro ripresa economica, le storie d’amore, le sommosse, i personaggi. Se fotografare viene dal greco fotòs, luce, e grafein, scrivere, Francesco ha scritto con la luce le storie più avvincenti di uomini e donne, alluvioni e rivolte, cronaca nera e delitti come la sequenza tragica dell’uccisione del fattorino Alessandro Floris da parte del terrorista Mario Rossi (a proposito: con la vendita di quelle foto, scattate da un fotoamatore, Francesco non incassò una lira, diede tutto alla vedova).

Questo era Francesco Leoni, fotoreporter gentiluomo, creatore di un archivio fotografico di immenso valore (oltre 4 milioni di immagini), gestito professionalmente dai figli Paola e Andrea.

Il fotoreporter Francesco Leoni (a sinistra) a tu per tu con l’attore Van Johnson.

Numeri per capire

375

I voti a favore dell’assoluzione di Ulisse, accusato (nel tradizionale processo X Agosto a Villa Torlonia in San Mauro Pascoli, edizione 2022) di essere un ingannatore seriale ed egoista. Alla fine del dibattimento il tribunale popolare lo ha assolto: 226 i contrari. Divisa anche la famiglia Giannella, presente come sempre a questi appuntamenti ideati e condotti da Miro Gori

453

Le nuove piante spontanee scoperte negli ultimi vent’anni in Italia. Lo rivela uno studio della Società botanica italiana

7

i cardiologi di Forlì e Cesena che costituiscono la band Doors to balloon: hanno partecipato al Porretta Soul Festival. Fondatori: Fabio Tarantino e Andrea Santarelli. “La scelta del nome è legata alla nostra professione. Doors to balloon è un termine tecnico”, spiega Tarantino, “usato per indicare il tempo che intercorre tra la diagnosi dell’infarto miocardico e l’intervento di angioplastica coronarica: si tratta di aprire l’arteria coronaria con un palloncino in modo tale da migliorare l’affluenza del sangue al cuore”

17

le vittime del naufragio della Consolata, il Titanic romagnolo, avvenuto 80 anni fa al largo di Cesenatico e commemorato, come ogni anno, il 21 di luglio. Più info e una storia toccante su Giannella Channel al link; https://www.giannellachannel.info/cesenatico-1946-naufragio-consolata-titanic-romagnolo-la-scelta-drammatica-vittorio-bergamini/

Lo sgabello del cittadino

(il nostro speaker’s corner)

Ritorno a Seveso, cinquant’anni dopo

Prologo. Seveso, 10 luglio 1976: cinquant’anni fa un territorio lombardo veniva colpito da uno dei peggiori disastri ambientali d’Europa a causa della fuoriuscita dalla fabbrica ICMESA di una nube di velenosa diossina. A distanza di mezzo secolo, con il capo dello Stato Sergio Mattarella, molti giornalisti sono arrivati a Seveso per ricordare quella tragedia. Anche Mario Tozzi ha realizzato una puntata del suo apprezzato programma Sapiens – Un solo pianeta, andata in onda l’11 luglio scorso. Qui ho trovato un giudizio espresso dall’autorevole opinionista del Corriere della Sera Gian Antonio Stella, sul lavoro che all’epoca feci come inviato dell’Europeo. Parole che costituiscono una ideale medaglia da appuntare sul mio petto di cronista. Eccole: “Che cosa si produceva dentro quella fabbrica non lo sapevano nemmeno gli operai che ci lavoravano lì dentro…Lo scrive, in un articolo straordinario sull’Europeo Salvatore Giannella in cui dice: ‘Perché mentono i dirigenti dell’ICMESA? Essi nascondono molti dati decisivi per capire come e perché è accaduta la tragedia dell’ICMESA. Nascondono, per esempio, di essere stati a conoscenza del fatto che nel reattore, una grossa caldaia del reparto B dell’azienda, si produceva diossina con regolarità all’insaputa degli stessi operai che ci lavoravano. Ne producevano, con sufficiente approssimazione, un chilo e duecento grammi al mese, una quantità impressionante se si pensa che un solo grammo può uccidere legioni di esseri viventi”. Fine di questo prologo. E ora cedo la parola a Francesca Cambi (Pietrasanta, 1982), analista in un’agenzia di stampa, laureata in filosofia: una lettrice che ha accolto già in passato l’invito a partecipare a questo progetto di giornalismo partecipativo. Lei è andata a Seveso e ha incontrato due coniugi impegnati nella rinascita della comunità. Con loro ha rivissuto quei giorni terribili, come promemoria per le giovani generazioni.

Così è ripartita la nostra comunità di Seveso e dintorni

Seveso: i coniugi Alfredo Spagnuolo e Dina Colombini col primo numero del notiziario Solidarietà del 29 agosto 1976

“Solidarietà – Giornale popolare della Brianza” è il notiziario che nacque il 29 agosto del 1976 a Seveso, pochi giorni dopo la fuga di diossina dall’ICMESA, e i coniugi Alfredo Spagnuolo e Dina Colombini ne conservano ancora qualche copia ingiallita. A cinquant’anni di distanza da quella nube tossica, ripercorrono quei giorni col trasporto di chi ha contribuito alla rinascita e alla ricostruzione della propria comunità, rispondendo con ogni mezzo alla paura e ai problemi concreti dei cittadini delle aree più contaminate.

“Sembrava che la nostra zona dovesse essere desertificata, che non avesse un futuro o una speranza”, raccontano. Nel 1976, allora ventenni, abitavano nell’area di rispetto nel comune di Cesano Maderno, al confine con le aree A e B, le più esposte alla presenza della diossina. “Non stare all’aperto, non coltivare né mangiare i frutti della terra o degli alberi, non toccare l’erba, tenere le finestre chiuse e proteggere i bambini”: elencano i divieti fatti dalle ordinanze comunali il giorno dopo l’incidente.

Era il 10 luglio e un guasto a uno dei reattori della fabbrica ICMESA di Meda aveva provocato la fuoriuscita di una sostanza tossica, per giorni rimasta senza nome, che, trascinata dal vento, si propagò su una vasta area compresa tra i comuni di Meda, Seveso, Cesano Maderno, Limbiate e Desio.

“Per una settimana non si seppe nulla”, dicono. L’azienda si limitò ad avvisare i sindaci dei comuni più colpiti, Meda e Seveso, senza fornire nessuna spiegazione ulteriore. Gli abitanti, perlopiù provenienti dal Veneto e dal Meridione che negli anni del boom economico si erano stabiliti nell’operosa Brianza, seguivano con rispetto le ordinanze senza troppa preoccupazione, abituati da tempo ai fumi maleodoranti provenienti dalla fabbrica. Pochi giorni dopo, però, le foglie iniziarono a seccare, avvennero le prime morie di animali, soprattutto quelli da cortile come galline o conigli, e comparvero sui bambini le prime piaghe da ustione (si definirono poi col nome di cloracne), mentre restava ancora sconosciuta la sostanza evacuata dal reattore.

La notizia delle letali conseguenze della nube tossica arrivò ai ‘giornaloni’ che subito pubblicarono titoli allarmanti: ‘Un gas misterioso che uccide piante e animali invade un paese’. A distanza di dieci giorni dall’incidente si scoprì che la nube conteneva diossina, un tossico potentissimo i cui effetti venivano associati alla devastazione provocata dai bombardamenti nella guerra in Vietnam. I territori più colpiti furono subito divisi in tre zone a seconda del livello di contaminazione del terreno: la A ad alta contaminazione e cuore dell’emergenza tra i comuni di Seveso e Meda, la zona B a bassa contaminazione che copriva una parte dei comuni di Cesano Maderno e Desio e poi la zona di rispetto, fascia di sicurezza al confine delle aree A e B. A Seveso arrivarono militari e scienziati (tra le prime figure, Laura Conti, pioniera dell’ambientalismo scientifico) con tute protettive; il comune mise a punto un piano di evacuazione per portare via adulti e bambini e sospese le attività produttive, mentre i boicottaggi fermavano i carichi di mobili alla frontiera. Anche la politica entrò a Seveso con la battaglia del Partito radicale di Emma Bonino e dell’associazione UDI (Unione delle donne italiane) a favore dell’aborto terapeutico, non ancora legalizzato. Intanto, le case più contaminate venivano abbattute e la gente sfollata nei distanti Comuni di Assago e Bruzzano, alla periferia di Milano.

“A Seveso sembrava non esserci un futuro, una speranza”, ricordano.

In un clima di incertezza e di smarrimento generale, mentre gli abitanti cercavano risposte in merito alla salute, speranze e rassicurazioni per il loro futuro, raccontano che l’associazionismo cattolico si mobilitò “per far capire alla gente di non essere lasciata sola”. Gran parte della popolazione dei Comuni colpiti dalla diossina era cattolica e la vita di paese si concentrava intorno alla parrocchia frequentata allora anche dal sindaco e da tutta la comunità. Fu proprio in questo ambito che nacque un progetto partecipativo condiviso, basato sulla solidarietà e sull’aiuto reciproco. Per rispondere al problema concreto di informare la popolazione nacque subito il notiziario “Solidarietà” redatto e stampato presso l’Ufficio Decanale di Assistenza e Coordinamento (UD), un ente fondato a Seveso dalla Diocesi per affrontare l’emergenza e guidato dal medico Ambrogio Bertoglio.

Raccogliendo donazioni e avvalendosi dell’aiuto di professionisti, educatori ed enti istituzionali, l’Ufficio fu un prezioso interlocutore per la popolazione così come il notiziario, diffuso in circa 60mila copie nei mercati, nelle parrocchie, nei luoghi di aggregazione dei Comuni brianzoli colpiti dalla nube di diossina.

Il periodico ospitava articoli dei medici dell’ospedale di Desio che svolgevano lavori di screening e profilassi per cercare di rispondere all’emergenza sanitaria con consigli e precauzioni, riportava notizie relative al tessuto produttivo (Artigiani a convegno Uniti verso la ripresa), informava sulla calda questione degli alloggi quando oltre 700 persone furono costrette a lasciare le loro case. In un clima politico fortemente polarizzato, era molto sentita la delicata questione dell’aborto terapeutico (per la cronaca, il 7 agosto 1976 il governo italiano autorizzò l’interruzione di gravidanza per le donne della zona contaminata, Ndr).

Anche Dina Colombini, allora maestra d’asilo, compare tra le firme del giornale in un articolo dedicato ai bambini e al problema educativo da affrontare quando nell’ottobre del 1976 molte scuole restarono chiuse per la presenza di diossina, la moltiplicazione dei casi di cloracne e per l’assenza degli insegnanti che, impauriti, decisero di non fare lezione. Nei mesi successivi alla fuga di diossina, mentre centinaia di persone erano sfollate e gli effetti a lungo termine del veleno restavano un’incognita sanitaria ed ecologica sul futuro, ci furono grosse mobilitazioni, raccontano, per ribadire che una speranza era ancora possibile.

La reazione di Seveso alla diossina fu un esempio di solidarietà e partecipazione che ebbe poca eco sui media nazionali, ma fu un prezioso sostegno per i cittadini, ricreando un tessuto sociale che la paura e la disinformazione stavano erodendo. [fr.cam.]

Ancora un momento, prego. Un giorno parlai di Seveso con Enzo Biagi, il più autorevole degli inviati (dal Corriere della Sera) sul campo inquinato. Trovo traccia di quel dialogo su un libro edito dalla Rizzoli nel 2010: Enzo Biagi, Consigli per un paese normale, a cura di Salvatore Giannella. Rileggo: “Caro Enzo, ricordi la zona più contaminata e poi bonificata? Quel paesaggio ti fece affiorare alla mente il Vietnam. Scrivesti: ‘Ho visto sul fiume Mekong che cos’è un bosco senza vita, un albero che non metterà mai più le foglie’. Ebbene, su quel paesaggio di desolazione, giorno dopo giorno, in silenzio una squadra di uomini dell’Azienda regionale delle foreste ha dato vita a un grande bosco, il Bosco delle Querce”.

Enzo Biagi: “Questa è una notizia di quelle che fanno bene al cuore. Questi alberi fioriranno, vedranno tante primavere, ci giocheranno i bambini, andranno a prendere il fresco i vecchi. Ecco, questi uomini che, fiduciosi nel futuro e nella vita che continua, hanno piantato gli alberi nella terra avvelenata ti riconciliano con l’umanità. E ti fanno tornare orgoglioso di essere italiano”.

Le parole dei nonni

Parole dialettali incontrate frequentando la stampa di luglio

L’11 luglio è la data del famoso armistizio di Villafranca nel 1859, tra Napoleone III e Francesco Giuseppe, senza che i piemontesi ne fossero informati, di fatto ponendo fine al sogno di «liberare» il Veneto. In quella cornice storica avviene il duro incontro-scontro tra Vittorio Emanuele II e Cavour. Il sovrano e il suo primo ministro litigarono in piemontese, e mentre Vittorio cercava di ristabilire i ruoli — «mi sun ‘l re!» —, Cavour si spazientì: «’L re sun mi», sono io il vero re. «Chiel? Chiel a l’è ’l re? Chiel a l’è ’n birichin!», lei è un bricconcello!”.

[Cavour è protagonista di una delle interviste impossibili raccolte nel volume “Al di là del bere e del mare”, di Salvatore Giannella, Orlotti editore, da poco in libreria].

L’urlo

Esempi da seguire, Bilbao e la ricchezza della Cultura. Un rapporto svela perché in Italia bisogna investire in questo settore, di Concita De Gregorio*

Mi telefona un amico da Bilbao. Ha visitato il Guggenheim, è entusiasta, la bellezza certo, ma anche come la città ruoti intorno al museo. Andai a Bilbao poco dopo l’inaugurazione, quasi trenta anni fa, e mi spiegarono che l’operazione, dopo il declino delle acciaierie, la perdita di una connotazione industriale della città, sarebbe stata quella di una riconversione culturale. Il museo di arte contemporanea ne sarebbe stato, come dicono gli economisti, il volano.

Curiosa sono andata a cercare un po’ di dati. Lo scorso anno il Guggenheim ha avuto un milione e 300mila visitatori, i turisti arrivati nella città dei Paesi Baschi sono stati un milione e 400mila. Non mi pare ci sia molto da aggiungere.

E noi? Noi che abbiamo il maggior numero di luoghi così belli e importanti che devono essere preservati a ogni costo secondo l’Unesco, noi quanto otteniamo dalla cultura? Un paio di settimane fa è stato pubblicato l’aggiornamento annuale di “Io sono Cultura”, il rapporto di Fondazione Symbola e Unioncamere. «La Cultura è molto più di un settore economico: è una forza che genera valore, innovazione e coesione sociale», dice la presentazione.

Vero, ma siamo sicuri che chi ci governa lo abbia compreso davvero? Mi viene da dubitare. Perché i numeri del rapporto (115,8 miliardi di valore aggiunto, il 5,7% dell’economia nazionale, un milione e 540mila occupati del settore) sono sì belli, ma mostrano come quel patrimonio potrebbe essere ancora più valorizzato per aumentare la ricchezza collettiva.

«Ogni euro generato dal sistema produttivo culturale e creativo attiva un euro e settanta centesimi nel resto dell’economia», dice ancora il rapporto. Per altri osservatori un euro investito in Cultura si può moltiplicare fino a cinque volte. Ma serve una visione, come quella di Bilbao. «Come più volte sottolineato dal presidente Sergio Mattarella “la Cultura non rappresenta un lusso superfluo, ma un autentico asset competitivo”», ricorda Ermete Realacci, vecchio compagno di strada e oggi presidente Symbola.

*[Repubblica, 2.8.2026]

La documentazione completa di Symbola, Fondazione per le qualità italiane a sostegno dell’artigianato nazionale. è scaricabile dal sito www.symbola.net, Mail: info@symbola.net. Tel. 06.45422601. Un’utile bussola da non perdere. (s.g.)

*Fonti e collaboratori di questo numero di CONNECT: Emilia Romagna: Sesto potere, agenzia di informazione di Forlì, fondata e diretta da Marco Colonna. Contatto: contact@yoursite.com; Corriere Romagna; Lombardia: MonzaNews; Sardegna: La Nuova Sardegna; Marche, Il Resto del Carlino; Piemonte: Money.it. Libri per approfondire i temi trattati, tutti a cura di Salvatore Giannella: Terra ultima chiamata e Acqua ultima chiamata, con il Manifesto di Treviso per la difesa dell’acqua, Antiga Edizioni, 2020 e 2022; Enzo Biagi, Consigli per un Paese normale, Rizzoli, 2010; Francesco Leoni: Da Hollywood a Portofino, catalogo per una mostra, Provincia di Genova, 2002.

CONNECT, il nuovo Atlante di Giannella Channel, è grato a tutti coloro che, in sintonia con questo impegno di giornalismo partecipativo, volontario e gratuito, contribuiscono con la loro collaborazione a garantire la qualità e il rigore scientifico del risultato editoriale. In particolare per questo numero di agosto 2026 ringraziamo: Antonio Molino, per il dono dell’illustrazione della Olivetti ‘dal volto umano’. Per il logo: l’art director Vanda Calcaterra. Web operator: Jorge Gramaglia. Per i testi: Luca Mercalli, Paolo Occhipinti, Manuela Cuoghi, Maria Giovanna Regano, Tiziana Rambelli, Bruno Dordolo, Gaetano Gramaglia. CONNECT 2, agosto 2026. Alla prossima puntata.

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