SUL COMODINO DI CARLO VERDELLI: LA LUNGA MARCIA DELLE DONNE ITALIANE RICOSTRUITA DA MARIANNA APRILE

introduzione di Salvatore Giannella – testi di Carlo Verdelli* e di Marianna Aprile**

Metti una sera prima di cena, nel ritrovato salone della Libreria Rizzoli in Galleria a Milano, due nomi di successo ed è subito tutto esaurito: a) Marianna Aprile (nella foto in alto), giornalista già brava sulla carta stampata, alla quale radio e televisione hanno dato ulteriore, meritata notorietà, impegnata a presentare la sua nuova creatura editoriale: il libro LA PROMESSA. Dal suffragio universale alla prima donna a Palazzo Chigi, storia di una rivoluzione incompleta, Rizzoli, 19 euro; b) Carlo Verdelli, vulcanico direttore che ha attraversato il mare tempestoso dell’editoria d’oggi al timone di varie testate, autore a sua volta di vari libri di successo, l’ultimo Il diavolo in tasca. Sottotitolo: Genitori e figli prigionieri del telefonino, Einaudi, su cui torneremo presto).

Nelle 350 pagine della Promessa di Aprile scorrono numerose storie già studiate e anche biografie “scoperte per caso o cercate con la tigna” di una cronista di razza che conosce l’importanza dei dettagli. Delineano lo scenario di una “rivoluzione incompleta”, definizione che l’autrice estrae nel libro (e nella serata in Galleria, incalzata dalle domande di Verdelli) dopo aver riflettuto sullo stato attuale dei diritti femminili.

Ho chiesto a Verdelli di far rivivere alla piccola comunità dei lettori di Giannella Channel le motivazioni che rendono il libro di Marianna giusto da acquistare e da leggere. E lui generosamente mi ha consegnato queste sue riflessioni. [S. Gian.]

La copertina del libro di Marianna Aprile, pubblicato da Rizzoli.

Un immane lavoro su donne combattenti

Prima di iniziare questa presentazione del libro di Marianna Aprile, con la quale per due anni e mezzo ho avuto la fortuna di lavorare [nel settimanale Oggi, Ndr], comincerei con una frase del capitolo che si intitola “Prima di iniziare”: pagina 10.

In un libro, specie un saggio, non è quasi mai il “cosa”, ma il “come”. Cioè il come affronti un argomento, specie se è un tema sul quale esistono biblioteche infinite: l’eterna, irrisolta e forse irrisolvibile questione femminile.

LA PROMESSA ha il coraggio di misurarsi con la più gigantesca e insieme negata discriminazione nella storia dell’umanità: quella delle donne da parte degli uomini. E lo fa scegliendo come architrave dell’analisi le figure femminili che nei secoli questa discriminazione l’hanno combattuta. Concentrando il fuoco dell’attenzione sulla storia dell’Italia e delle italiane, sulle tante promesse che hanno ricevuto e sulle tante delusioni/frustrazioni da tradimento di quelle promesse che hanno subìto e subiscono. (Nel 2025, cita l’autrice, l’Italia è all’85mo posto, su 148.  nella classifica sulla parità di genere. La resistenza maschile si rivela forse più forte del previsto. Le strade si fanno lunghe quando devono percorrerle i diritti delle donne). Se avete visto il film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi, questo libro vi aiuterà a capire il prima, il durante e il dopo.

Titolo molto felice, come felice è il libro, non nel senso di una visione rosa della vicenda ma perché si capisce da subito che funziona (l’impostazione, la scrittura, il tono pacato con punte di contenuta ironia del racconto). Si capisce che l’autrice ci teneva proprio a farlo e che l’editore ci credeva proprio a pubblicarlo, arricchendolo di capitoli iconografici che sono ormai una rarità in questo genere di pubblicazioni.

Tra i suoi molti pregi, ce n’è uno da sottolineare: questo non è un libro fatto coi libri e gli studi e i tanti documenti in materia. Anche, naturalmente. C’è infatti un lavoro davvero poderoso di raccolta di montagne di scritti, lettere, appunti anche inediti. Ma a rendere viva questa grande inchiesta giornalistica, perché di questo si tratta, ci sono gli incontri, le visite in alcuni luoghi cardine dove si è cercato che la promessa, le promesse, diventassero fatti. E le interviste, ne cito solo alcune: da Mirella Aloisio, la partigiana Rossella allora 17 anni, che non si faceva fare l’anestesia dal dentista per abituarsi a reggere il dolore; a Luciana Castellina, fondatrice del Manifesto, che dice che “lottare per la parità è stato uno degli errori del femminismo”; da Lidia Ravera,Porci con le ali” a 25 anni, lotte Sessantotto e seguenti, “eravamo sempre di complemento”; a Flavia Perina, ex direttrice del Secolo d’Italia e movimentista da destra. Come scrive Marianna: “Più che un libro di Storia, avete tra le mani un libro di storie”.

Dicevo di libro felice, che è il contrario di triste o ponderoso. Dicevo anche che è un libro-inchiesta condotto da una giornalista che ha trovato la sua voce, il suo stile nel fare questo mestiere, e che conosce l’importanza dei dettagli, dei minuscoli arricchimenti che impreziosiscono il racconto. Ne cito uno di pagina 53 [“Da resistenti a candidate“, trovate qui sotto i brani centrali, Ndr]  che rende l’idea della passione e dello scrupolo con cui sono realizzate queste pagine.

Un libro unisex. Le radici di questo immane lavoro di Marianna affondano nel trapassato remoto, da Adamo ed Eva (mai il contrario, anche se è lei la protagonista) alla mitologia e alla filosofia dell’antica Grecia. La grande discriminazione più o meno sommersa comincia con l’inizio della Storia. E continua, eccome se continua… Comunque, il libro di Marianna è unisex: vale per le donne, che vi si riconosceranno, ma vale anche per gli uomini che magari ci rifletteranno. O così si spera. [c. ver.]

*Carlo Verdelli (Milano, 1957) è editorialista del Corriere della Sera. E’ stato il primo direttore editoriale per l’offerta formativa nella storia della Rai, Inoltre vicedirettore di Epoca e del Corriere della Sera. Ha diretto Sette, Vanity Fair, Oggi, La Gazzetta dello Sport e, fino al 23 aprile 2020, la Repubblica. Ha pubblicato I sogni belli non si ricordano (Garzanti, 2014), Roma non perdona. Come la politica si è ripresa la Rai (Feltrinelli, 2019) e Acido. Cronache italiane anche brutali (Feltrinelli 2021).

Dieci piccole, grandi marchigiane (più uno)

Brano dal libro La promessa di Marianna Aprile

Non è il 2 giugno del 1946 che in Italia nascono elettrici ed elette. Avviene in realtà qualche mese prima, tra il 10 marzo e il 7 aprile 1946, quando vanno al voto 5.700 Comuni e, in extremis, si stabilisce che anche le donne possono votare e candidarsi. Le elettrici, però, fanno capolino addirittura nel 1906. (…)

Le protagoniste di questa incursione nel suffragio finalmente universale sono dieci maestre elementari marchigiane, nove di Senigallia (Carola Bacchi, Giulia Berna, Iginia Matteucci, Emilia Simoncioni, Enrica Tesei, Palmira Bagaglioli, Adele Capobianchi, Dina Tosoni, Giuseppina Graziola), una di Montemarciano (Luigia Mandolini Matteucci). Dieci protoelettrici.

“Donne tutte, sorgete!”– L’occasione arriva grazie a un’altra marchigiana, Maria Montessori, che sul giornale «La Vita» il 26 febbraio 1906 pubblica il Proclama alle donne italiane (…), in cui esordisce con una incitazione enfatica: «Donne tutte, sorgete! Il vostro primo dovere in questo momento sociale è di chiedere il voto politico».

In quel momento, la legge italiana non è esplicita sulla loro esclusione dalle urne. A far fede è la Costituzione dell’Italia postunitaria, che all’articolo 24 recita: «Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado, sono eguali dinanzi alla legge. Tutti godono egualmente i diritti civili e politici, e sono ammissibili alle cariche civili, e militari, salve le eccezioni determinate dalle Leggi». Ecco, di leggi che rendessero palesemente le donne una eccezione non ce n’erano, e quella elettorale ammetteva al voto tutti i cittadini di almeno venticinque anni che sapevano leggere e scrivere e che pagavano una certa imposta annuale.  Quel «regnicoli» è da intendere come maschile plurale o come maschile sovraesteso, e quindi come un termine che comprende anche le donne? Nel dubbio, la risposta che ci si dà a entrambe le domande è «no».

Maria Montessori (Chiaravalle, Ancona 1870 – Noordwijk, Olanda 1952). Medico, pedagogista e neuropsichiatra infantile. Fu accolta negli Stati Uniti, nel 1913, come “la più interessante donna vivente in Europa” e candidata più volte al Nobel per la pace. (L’illustrazione, di Ilaria Ferri, è tratta dal primo volume “Le vie delle donne”, di Salvatore Giannella e Gaetano Gramaglia, Antiga Edizioni 2023).

Interpretato come un divieto, Montessori prova a cambiare le cose.  (…) Il suo messaggio feconda l’Italia intera e così undici commissioni provinciali si ritrovano ad annotare moltissime richieste di iscrizione alle liste elettorali da parte delle donne che il proclama lo avevano preso molto sul serio. Sembra a tutti incredibile. E infatti dura poco: appena le liste arrivano nelle Corti d’Appello delle varie città, i nomi delle donne vengono depennati. Ovunque. La stessa impostazione è riscontrabile nelle sentenze di tutte le altre Corti d’Appello. O meglio, quasi tutte. Perché, come vedremo tra poco, le cose vanno diversamente per le nostre dieci maestre marchigiane.

L’età media di questa gloriosa decina è di ventotto anni, alcune sono nubili, altre sposate e con figli, perlopiù di estrazione modesta, figlie di casalinghe e impiegati o artigiani. Hanno tutte il diploma magistrale, tre di loro hanno frequentato anche corsi universitari. In comune hanno un lungo precariato, un salario basso, l’essere supplenti, il disagio di insegnare in posti spesso sperduti e difficilmente raggiungibili, una battaglia contro la burocrazia scolastica condotta da alcune persino nelle aule di tribunale. Sono prive di vere connotazioni politiche, sono solo donne, sodali tra loro, che hanno sviluppato una grande coscienza di sé e del proprio lavoro. Donne già in cammino, che aspettavano solo una miccia per innescare in loro un ragionamento più sistematico e, forse, il moto di ribellione a un sentimento di ingiustizia che covava da tempo e cercava un obiettivo.

Quando arriva il Proclama di Montessori, quell’obiettivo diventa il suffragio. E le nostre maestre si iscrivono nelle liste elettorali. Ma per loro le cose si mettono in modo da trasformare quell’ardimento in un passaggio culturale e giuridico importantissimo per l’epoca. A differenza dei suoi colleghi di Napoli, Venezia, Torino e delle altre città interessate dalla risposta al Proclama, infatti, il relatore della Commissione provinciale di Ancona, l’avvocato Luigi Capogrossi Colognesi, si dichiara a favore delle loro domande di iscrizione. Tre membri della Commissione su cinque lo seguono. È una vittoria, ma temporanea: contro la pronuncia della Corte provinciale, il procuratore del re Nicola Marracino fa un ricorso il cui esito vittorioso viene dato per scontato un po’ da tutti.

Ma ad Ancona c’è un giudice. Si chiama Lodovico Mortara, è sul suo tavolo che arriva quel ricorso. È lui a scrivere la sentenza innovativa e dirompente con cui la Corte d’Appello di Ancona lo respinge al mittente, sancendo di fatto il diritto di quelle dieci donne (quindi, in potenza, di tutte le altre) a starci, nelle liste elettorali. Viene pubblicata il 25 luglio 1906 e si incentra proprio sull’interpretazione di quel «regnicoli» dell’articolo 24. 

Lodovico Mortara (Mantova 1855 – Roma 1937). Giurista, è stato ministro della Giustizia con il primo governo Nitti. Su di lui, precursore del voto alle donne, è stato scritto anche un libro: Il giudice delle donne , di Maria Rosa Cutrufelli, edito da Frassinelli, 2016.

Scrive Mortara che in tutto il testo dello Statuto quel termine comprende uomini e donne (…) e che, essendo le donne titolari dei diritti fondamentali, non si capisce perché si debba ritenere che proprio l’articolo 24, e solo quello, le escluda implicitamente. Il discorso fila, ma Mortara lo rafforza mettendo nero su bianco un principio valido ancora oggi: «La legge non si cristallizza in una forma iniziale per sempre irriducibile, ma vive essa stessa della civiltà, ed è animata dallo spirito di questa. […] Se vi può essere un dubbio intorno l’intenzione del legislatore, questo va risoluto nel senso della libertà, trattandosi appunto di determinare l’estensione di un diritto politico che qualcuno definì pure diritto naturale, e che, sotto questo profilo, quasi nessuno contesta appartenere a tutti i soggetti capaci, senza distinzione di sesso». Poi c’è il riferimento allo «spirito» che anima la civiltà, che in Italia è in quel momento attraversata da spinte fortemente suffragiste. Lo sa bene Mortara, che pure non condivide molte di quelle istanze. Tre giorni dopo la pubblicazione della sentenza, spiega infatti in un’intervista al «Giornale d’Italia»: «Personalmente, io non ho entusiasmo per l’estensione del voto politico ed amministrativo alle donne, poiché mi sembra non ancora matura la preparazione della gran maggioranza di esse a questa importante funzione. (…) Chiamato però, come magistrato, a decidere la questione, mi son dovuto spogliare di ogni prevenzione personale per esaminare serenamente il testo della legge».

La sentenza di Mortara è osteggiata da un’accanita campagna di stampa che dura mesi. Poi, pure cancellata da un’altra sentenza, quella con cui, nel maggio 1907, la Corte di Cassazione la smonta sulla base di un ragionamento giuridico esattamente opposto. (…) E così anche le dieci maestre escono dalle liste elettorali. Nonostante quelli fossero anni assai burrascosi e politicamente instabili (…), nei dieci mesi tra la sentenza Mortara e la bocciatura della Cassazione non si tengono elezioni; quindi, quel diritto acquisito temporaneamente le dieci maestre non l’hanno potuto esercitare davvero. Mai una crisi di governo né un’elezione anticipata quando servono. [m. apr.]

** Marianna Aprile, barese, classe 1976, dopo venticinque anni di carta stampata oggi collabora con Marie Claire, conduce dal 2022 In Onda su La7 con Luca Telese, e Amici e nemici su Radio24 con Daniele Bellasio. Ha scritto Il grande inganno (Piemme, 2019), Materiali resistenti (Piemme, 2025, con Luca Telese) e il romanzo In balia (La nave di Teseo, 2021). Festeggia il prossimo 50° compleanno, il 3 maggio 2026, sposando a Roma l’editor Cristiano: auguri.  

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