E lo storico mi raccontò i Re della Repubblica,
dai “primi” notai agli attuali protagonisti

intervista di Salvatore Giannella a Maurizio Ridolfi,
da L’Europeo n. 1/2, 2012

max-paiella-manu-chao-elezione-presidente-repubblicaGentilmente concessaci dagli amici della trasmissione radiofonica “Il ruggito del coniglio“, proponiamo ai lettori l’ascolto della simpatica reinterpretazione di Me gustas tu (Manu Chao) a tema elezione presidenziale. Testo di Dose e Presta, alle tastiere Attilio Di Giovanni, canta il grande Max Paiella.

All’inizio gli inquilini del Quirinale erano perfino monarchici. Ma soprattutto, mi spiegò lo storico romagnolo, i presidenti si attenevano a un ruolo di garanti. Poi hanno osato sempre di più. Fino all’exploit degli ultimi capi di Stato che, nelle traversie post-Tangentopoli, hanno tenuto fissa la barra del timone. E conquistato popolarità

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La copertina de L’Europeo di febbraio 2012

“Re della Repubblica”: visti da vicino, gli inquilini del Quirinale appaiono provocatoriamente allo storico come eredi di alcune prerogative dell’antica monarchia. E non solo Giorgio Napolitano, che a Capodanno ha avuto la consacrazione (“re Giorgio”) addirittura dal New York Times per l’impressionante capacità politica nel gestire l’ultima crisi di governo. “Basti pensare che nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946 erano stati a favore della monarchia ben cinque futuri presidenti della Repubblica: per primi, i liberali Enrico De Nicola e Luigi Einaudi. Ma anche i democristiani Antonio Segni, Giovanni Leone e Oscar Luigi Scalfaro”, dice lo storico Maurizio Ridolfi, 54 anni, romagnolo di Cesena, una laurea a Bologna, professore di Storia contemporanea all’Università della Tuscia, a Viterbo. “Poi, a partire da Sandro Pertini, a mano a mano che declina l’autorevolezza della forze politiche, cresce il ruolo del presidente, un ruolo che, a mio parere, pone domande sull’evoluzione del legame tra la Costituzione di fatto e il testo costituzionale: un dettato che, comunque, i primi cittadini della Repubblica hanno saputo interpretare con uno stile personale e, a volte, con forte carisma politico”.

maurizio-ridolfi-presidenti-re-della-repubblicaLo sguardo di Ridolfi ha privilegiato nella sua studiosa attenzione proprio il doppio binario politico-istituzionale e simbolico-rituale della storia italiana: “Presidenti. Storia e costumi della Repubblica nell’Italia democratica” è l’ultimo libro da lui curato (editore Viella, www.viella.it, 30€), che segue “Monarchia e Repubblica: 1848-1948” scritto con la collega pavese Marina Tesoro, edito da Bruno Mondadori come gli altri due precedenti (Storia dei partiti politici: l’Italia dal Risorgimento alla Repubblica; e Storia politica dell’Italia repubblicana). E proprio “I re della Repubblica” è il titolo di una grande mostra in preparazione a Tarquinia organizzata dall’Istituto per la storia della democrazia repubblicana, fondato nel 1995 e diretto da Giovanni Di Capua.

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Lo storico Maurizio Ridolfi (Roma, 1969)

L’affresco di Ridolfi dedicato al pianeta Quirinale risulta ricco di dettagli, minuzioso. Al cronista ricorda la tecnica dei pittori fiamminghi, come nel “San Francesco” di Jan van Eyck, dal 1982 nella Galleria Sabauda di Torino, che è un trionfo di particolari: nel paesaggio, che è grande quanto un biscotto, c’è descritta una città intera, e c’è un lago, sulla cui superficie una barca di appena tre millimetri porta a bordo ben sette figure. La sua rivisitazione, necessariamente sintetica, di un tratto distintivo dell’operato dei presidenti, da De Nicola a Napolitano si chiude con un (non secondario) interrogativo finale sui presidenti prossimi venturi e sui loro poteri.

Professor Ridolfi, come vede i nostri presidenti?

I primi cinque capi di Stato li vedo come figure che concorrevano a preservare e a garantire l’armonia dei poteri istituzionali, in tempi nei quali la grande politica aveva dirigenti di partito di alto spessore. Questa prima fase, durata un quarto di secolo, la chiuderei con Giuseppe Saragat. Il secondo gruppo, dopo la figura intermedia del “grigio” Leone, lo vedo iniziare da Sandro Pertini e proseguire con i suoi successori: è la fase, appunto, degli emergenti “re della Repubblica”, quella segnata dal costante declino della classe politica e della parallela crescita degli inquilini del Colle, che si trovano a dover svolgere (o si affidano) ruoli inediti rispetto a quelli indicati dalla Costituzione e li sanno interpretare con un forte interventismo personale, in anni di crescente crisi della classe dirigente partitica. L’attuale presidente, “re Giorgio”, diventato il punto di riferimento per una larga fascia di italiani, compresi gli studenti e i lavoratori che sono stati maggiormente colpiti dalla crisi, ne è l’esempio più evidente.

In questo lungo viaggio della Repubblica all’osservatore esterno può sembrare paradossale che, all’indomani dell’Assemblea Costituente, alla carica di capo provvisorio della Repubblica, sia stato eletto un vecchio liberale meridionale di idee monarchiche come Enrico De Nicola…

In realtà fu una scelta felice. “Il presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale”, indica l’articolo 87 della Costituzione. E aver puntato su un esperto giurista, garantista e attento alle forme del potere, come De Nicola, riuscì a comporre le diverse tessere del mosaico politico di allora. Aver puntato sulla sua figura scongiurò i contraccolpi della divisione dell’Italia in due sancita dal referendum tra monarchia e repubblica e ricondusse gli elettori monarchici a un atteggiamento di lealtà verso le istituzioni repubblicane.

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Il palazzo del Quirinale, a Roma

Lui stesso, consapevole della sua provvisorietà, non varcò mai l’ingresso del Quirinale, restando nell’appartamento di rappresentanza presso Palazzo Giustiniani.

Più che dalla sedentarietà nel Palazzo, De Nicola volle segnare il suo mandato con il viaggio: voleva conoscere l’Italia e, con il viaggio, rimetterla insieme. Perché i viaggi dei presidenti, come quelli precedenti dei monarchi, avevano questa finalità: rappresentare l’idea di un Paese unito. E lui fece diversi viaggi lungo la penisola, soprattutto nei primi mesi del mandato, 1946, con più visite in Sicilia ed Emilia-Romagna, e quindi in Veneto, Toscana e Lazio (le visite saranno anche negli anni successivi caratterizzati dai retroterra politici e culturali di ogni inquilino del Quirinale). Se gli italiani apprezzavano nel Nord il ruolo istituzionale e invece le qualità dell’uomo nel Sud, anche nelle regioni meridionali egli fu in grado di rafforzare e popolarizzare l’immagine della Repubblica italiana.

Anche il suo successore, Einaudi, nel suo discorso di insediamento tenuto davanti alle Camere riunite, tenne a sottolineare le sue precedenti propensioni a favore della monarchia.

Ma subito dopo riaffermò la sua leale adesione al nuovo ordinamento repubblicano e la centralità della Costituzione di fronte alle nuove sfide dell’Italia: “Far durare sistemi democratici quando a votare e a deliberare sono chiamati non più ristrette minoranze di privilegiati ma decina di milioni di cittadini tutti uguali dinanzi alla legge”.

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Luigi Einaudi

Se dovesse indicare, tra i tanti, un particolare che contraddistinse l’operato di Einaudi, il “presidente professore” che aveva concorso ad avviare la ricostruzione dell’Italia come governatore della Banca d’Italia e ministro del Bilancio, che cosa evidenzierebbe?

A lui si dovette l’avvio, nel 1949, della consuetudine del messaggio di fine anno alla nazione. Da allora questo è diventato uno dei più importanti rituali della vita politica italiana. E aggiungerei anche lo sforzo per avvicinare gli italiani del Nord a quelli del Sud. Lui, piemontese, con la moglie Ida, viaggiò molto in tutta la penisola. Servendosi del “treno presidenziale” (descritto e raffigurato dalle fotografie e immagini video come un “treno reale”, in analogia a quello di cui si serviva Vittorio Emanuele III per i suoi spostamenti), il primo cittadino fece 130 viaggi fuori della capitale. Viaggi in prevalenza nel Centro-Nord, ma anche al Sud, specie a Napoli, con frequenti soggiorni a Villa Rosebery. Qui invitava spesso De Nicola e si faceva filmare con lui, nella speranza che questi incontri tra l’uomo di Torino e l’illustre napoletano permettessero il rafforzarsi dell’unità nazionale.

1954: in Italia vengono venduti i primi 170 mila televisori. E in video, l’anno dopo, compare il volto di un leader sindacalista, cattolico sociale e antifascista, Gronchi, eletto presidente da un ventaglio di forze che vanno dal Partito comunista al Movimento sociale.

Con Giovanni Gronchi lo schermo della Tv divenne un fattore dirompente nel trasformare l’immagine della massima figura istituzionale dello Stato. Gronchi fu il primo presidente mediatico, il protagonista di un primo film compiuto: Signor Presidente, frutto di invenzione di regia (Ubaldo Magnaghi) e della costruzione di una narrazione vera e propria. Gronchi svolse in Italia la funzione di traghettatore tra il cinema e la Tv, ciò che in Francia Charles De Gaulle avrebbe interpretato con maestria. Nello stile di questo inquilino del Quirinale, alla serietà e alla compostezza tradizionali, si accompagnavano atteggiamenti più disinvolti, in cui poteva emergere l’umanità del presidente e una disponibilità al sorriso un tempo assenti, come nel caso dei sovrani di casa Savoia.

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Giovanni Gronchi

Il settennato di Gronchi coincide con gli anni del cosiddetto “miracolo economico” e con i primi segni di distensione nel quadro della Guerra fredda mondiale…

Nel suo calendario c’è traccia di queste due fasi storiche: i suoi viaggi, visite, celebrazioni, inaugurazioni lungo la penisola privilegiarono in primo luogo la sua Toscana e ancor di più le regioni centro-settentrionali laddove si registrava il boom economico. E poi all’estero: fu lui il primo presidente a prendere a lasciare fermo il treno presidenziale e a prendere l’aereo. Primo leader occidentale dai tempi della rivoluzione russa, volò a Mosca e Leningrado, nel 1960, accogliendo l’invito di Nikita Kruscev. “Finché l’Urss rimane quello che è, non si può parlare di pace nel senso proprio di questa parola, ma non possiamo neppure ignorarci e tanto meno farci la guerra”, disse al rientro.

Furono anni nei quali il patriottismo repubblicano ebbe diverse occasioni di rilancio. Basti pensare alla riconsacrazione dei luoghi della memoria. Fu il caso, per esempio, del grande sacrario di Redipuglia, in Friuli, dove erano collocate le spoglie di oltre centomila caduti nella Grande Guerra. Ricordo che mio padre Giacomo, che era segretario di una sezione dei combattenti e reduci in Puglia, in quegli anni vi accompagnava delegazioni.

Quello fu forse il momento più alto, pur discusso rispetto alla strategia che rifletteva, del settennato di Gronchi.

Discusso perché?

Perché a Redipuglia ripropose in chiave patriottica un’immagine di lungo periodo che partiva dai morti della Grande Guerra e in qualche modo lanciava l’idea che comunque i morti vanno onorati, che bisogna superare la discriminazione tra i morti che nella guerra avevano visto giusto e i morti che non avevano visto giusto. Era un tentativo per superare la polemica post-resistenziale dell’ultima guerra, sui morti partigiani e i morti di Salò, per considerare tutte le vittime delle guerre; non contrapponendo le ragioni dei vincitori ai torti dei vinti. Si prefigurava quella che la destra missina chiamerà in modo polemico la ‘pacificazione nazionale’. Fu una lettura, la sua, che provocò molte discussioni e repliche dissonanti nel campo antifascista.

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Antonio Segni

Pacificazione messa in crisi durante il breve periodo di permanenza al Quirinale del successore di Gronchi, Segni, che fu costretto alle dimissioni per ragioni di salute dopo soli due anni dall’investitura.

Ti riferisci al Piano Solo, il pericoloso piano che vide al centro il generale De Lorenzo e gli ambienti militari teso a interrompere, e comunque a condizionare l’azione dei governi di centro-sinistra. Le polemiche furono molto forti all’epoca e durarono a lungo. Il libro più recente sulla materia (Il Piano Solo, Mondadori, 2010), scritto da Mimmo Franzinelli, insiste sulle responsabilità di Segni: basato su documenti, mette in evidenza la conoscenza di quel famoso Piano Solo da parte del presidente. Emergeva e resta la sensazione di una pagina oscura, di una figura presidenziale che si fece prendere dai tanti dubbi rispetto al suo ruolo e che non reagì di fronte a iniziative di grave rischio per le istituzioni.

Comunque quella questione ebbe il risultato di oscurare gli aspetti positivi del Segni politico, protagonista del trattato europeista di Roma e autore della riforma agraria che cambiò il volto dell’agricoltura italiana. Posso testimoniare del fermento con cui fu accolta quella riforma nel Tavoliere pugliese, dove Giuseppe Di Vittorio richiamò Gaetano Salvemini, in esilio negli Stati Uniti, e istituì a Cerignola una “scuola della firma” (link) per insegnare ai braccianti analfabeti a firmare gli atti notarili e quindi a rendere concreta l’attualizzazione della riforma di Segni.

Se è per questo, altro si può dire della pur breve presidenza Segni. A lui si dovette, primo tra i presidenti, il 16 settembre 1963, l’invio di un messaggio “libero” al Parlamento, in cui si invitava a perfezionare il sistema costituzionale, esplicitando la non rieleggibilità della carica presidenziale e invece abolendo la norma relativa al divieto di scioglimento delle Camere negli ultimi sei mesi di mandato (un’indicazione rimasta senza seguito). Così come era accaduto con Gronchi, tanto più influiva l’instabilità dei governi in Italia, quanto più forti risultavano le suggestioni del modello francese semi-presidenzialista in gestazione e quindi la discussione su eventuali e maggiori poteri del presidente nel sistema politico.

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Giuseppe Saragat

A Segni, a vent’anni dalla caduta del regime fascista, successe un socialdemocratico, votato dai partiti di sinistra, Saragat.

Antifascista già nell’esilio francese, Saragat è il presidente che a tutti gli effetti ricolloca al centro del discorso pubblico i temi della Resistenza e ne fa il collante vero. Sono gli anni in cui il mito della Resistenza va sostituendo il mito del Risorgimento come mito di fondazione dell’identità nazionale negli anni della democrazia repubblicana. .

Un punto a favore di Saragat e uno contro.

Il primo lo trovo nel rinnovamento del cerimoniale previsto per le celebrazioni istituzionali. Nel tradizionale ricevimento per la festa della Repubblica, oltre alle autorità italiane e straniere, il 2 giugno 1966 i giardini del palazzo del Quirinale ospitarono anche un migliaio di lavoratori. Il punto a sfavore viene dal suo essere rimasto impigliato nelle logiche del sistema politico italiano in cui i partiti svolgevano un ruolo pervasivo. Durante il suo mandato presidenziale, Saragat non solo fu attivo a tutelare le alleanze governative di centro-sinistra ma partecipò in prima persona al fallito progetto di riunificazione del socialismo italiano. Suscitando tante polemiche: a un presidente si richiede di essere super partes, di togliersi la casacca e lui invece la mantenne, continuò a fare il leader di partito (tra l’altro un leader perdente, perché la riunificazione fallì).

Dal presidente leader di partito a presidente notaio: Leone. “Concepisco il presidente della Repubblica come il notaio della Repubblica”, amava ripetere.

Eletto nel dicembre 1971, in anni in cui si aggravò la crisi economica, si radicalizzò la lotta sociale e si manifestò una diffusa violenza politica (fino alla deriva terroristica), Leone si dimostrò fautore di uno stile presidenziale ben diverso da quello del predecessore. La visione notarile della sua funzione espose la presidenza e con essa le istituzioni democratiche a un processo di logoramento. Assunse un valore emblematico la vicenda, un mese dopo l’assassinio del leader dc Aldo Moro (argomento che vide Leone muto), delle dimissioni cui fu costretto in seguito agli effetti di una martellante campagna di stampa incentrata su una sua presunta responsabilità (solo più tardi smentita) nello scandalo Lockheed. Con Leone l’immagine presidenziale divenne grigia, nonostante proprio a lui toccasse, nel 1977, inaugurare riprese presidenziali in tv a colori.

Siamo arrivati alla seconda stazione: la fase storica, a partire da Pertini, nella quale, alla crisi di legittimità delle istituzioni, corrispose il crescente ruolo dei presidenti nella vita pubblica.

Un ruolo che fu esercitato attraverso il potere di esternazione nei confronti sia dei soggetti istituzionali sia dell’opinione pubblica. Pertini se ne servì per lanciare strali ai partiti politici implicati in malaffare e corruzione. Per educare i giovani che andavano a trovarlo al Quirinale come fosse il nonno d’Italia. Per alleviare le sofferenze in occasione di lutti civili (Vermicino) e politici (la morte di Berlinguer). Per condividere la gioia di grandi vittorie sportive (campionati mondiali di calcio a Madrid). Una delle esternazioni più eclatanti e frequenti si ebbe grazie al rito, inconsueto nei cerimoniali civili nazionali, del bacio tributato al tricolore passando in rassegna i picchetti d’onore; un omaggio a cui Pertini si concedeva con trasporto, contribuendo a ridestare l’attenzione degli italiani (specie la sinistra, che aveva problemi a fare i conti con l’idea di patria) verso lo storico simbolo della nazione.

Di ben altro tenore le esternazioni del successore, Francesco Cossiga il Picconatore.

Anche lui, a suo modo, un re presidente. Lui voleva la Repubblica presidenziale, voleva trasformare la figura dell’inquilino del Colle e contestualmente gli equilibri della Repubblica. Voleva de-costruire il sistema politico in crisi, ritenendolo inadeguato, per come era stato disegnato a Yalta alla fine della guerra, alla nuova realtà che si stava delineando dopo la caduta del muro di Berlino e lo sfaldamento dei due grandi blocchi. Il presidente fu al centro di accese polemiche e, per la prima volta nella storia, arrivò nel ’91 la richiesta dell’impeachment, dell’atto di accusa da parte del Pci diventato Pds. L’accusa era grave per il custode della Carta costituzionale: attentato alla Costituzione.

Al rilancio delle istituzioni repubblicane si candidò il successore di Cossiga, Scalfaro, anch’egli democristiano, e di origine piemontese. Lui era stato già deputato alla Costituente e si dimostrò un convinto sostenitore del testo elaborato dai “padri della patria”.

Scalfaro doveva essere l’antidoto alla dissoluzione della Repubblica nel momento in cui, agli scandali di corruzione e ai processi di Tangentopoli, si era aggiunto il ricatto degli attentati terroristici della mafia. Veniva meno il ruolo mediatore dei partiti tradizionali, mentre si rivendicava una diversa classe dirigente ed emergevano nuove forze politiche. Nel corso del suo settennato, insomma, con un Parlamento sciolto perché delegittimato, il ruolo del presidente assunse un’oggettiva centralità anche nelle dinamiche governative, nella formazione delle compagini (i governi “tecnici” e il “governo del presidente” con Romano Prodi) e nella gestione delle crisi (il primo governo di Silvio Berlusconi). Era una crisi di transizione resa ancor più difficile dalla contemporanea necessità di assicurare all’Italia un ruolo nel processo di integrazione europea, approdato nel 1998 all’introduzione della moneta unica.

Nel suo libro, professor Ridolfi, lei parla della presidenza Ciampi come di “una svolta per il sistema politico e istituzionale italiano”. Su cosa basa questa convinzione?

Carlo Azeglio Ciampi è stato il primo presidente eletto nell’epoca di una democrazia bipolare e maggioritaria. Nella nuova realtà Ciampi volle assumere un ruolo bipartisan. Investendo soprattutto sulle risorse simbolico-rituali della sua carica, Ciampi affermò un proprio stile politico, sobrio ed eloquente allo stesso tempo, volto ad accreditare la dignità istituzionale della Presidenza della Repubblica e il rinnovato ruolo del presidente come simbolo dell’unità morale e spirituale dell’Italia. Un bell’esempio di pedagogia civile, attraverso la rifondazione del patriottismo repubblicano.

Il nostro viaggio finisce per ora qui, a Napolitano, il più amato degli italiani.

L’attuale presidente raccoglie consensi a destra e a sinistra perché ha dimostrato di saper parlare agli italiani con il cuore in mano e con una formidabile strategia di comunicazione. Vede come è riuscito a rianimare le celebrazioni per il 150° compleanno dell’Italia unita: tutta l’Italia (“Una e indivisibile”, per dirla con il titolo del suo libro edito da Rizzoli) si è stretta a lui per guardare il futuro, dopo aver riscoperto l’orgoglio del proprio passato. E’ riuscito a togliere spazio, settimana dopo settimana, persino all’inventore della comunicazione politica come l’abbiamo conosciuta negli ultimi vent’anni, a Silvio Berlusconi. Un successo popolare che però non dissimula sfide e incognite.

In che senso?

Con Napolitano e i suoi predecessori, quelli che chiamiamo “I re della Repubblica”, l’opinione pubblica si è abituata a presidenti decisionisti, interventisti, ben oltre l’esercizio della cosiddetta ‘moral suasion’. Non manca già, e ancor più in futuro, chi chiederà un aggiornamento della Costituzione riguardante proprio i poteri del capo dello Stato. Chi verrà sul Colle dopo Napolitano avrà delle carte da giocare che prima non si sarebbe mai sognato di disporre. E questo porta a un interrogativo: l’inquilino del Quirinale oggi cerca di salvare il Paese, è virtuoso, non ha ambizioni personali. E se il suo successore le avesse, queste ambizioni? Che cosa può succedere? Non oso immaginarlo Ma non mi nascondo timori.

A PROPOSITO

Sandro Pertini e il Quirinale agli occhi di una bambina

Trent’anni fa mia figlia Valentina mi accompagnò dal presidente della Repubblica perché dovevo ritirare il premio Zanotti Bianco, istituito da Italia Nostra. Nell’occasione portai sul Colle, con me, Valentina, che allora aveva sette anni. Questa la pagina del suo diario, dopo la visita al “nonno-presidente”

da L’Europeo n. 1/1983

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Alessandro Pertini detto Sandro (San Giovanni di Stella, 1896 – Roma, 1990) è stato il settimo presidente della Repubblica Italiana, in carica dal 1978 al 1985.

Caro diario, oggi, venerdì 26 novembre, ho incontrato a Roma l’uomo più famoso d’Italia: Sandro Pertini, presidente della Repubblica. E’ un presidente nonno: ha i capelli bianchi, ha 86 anni, non è molto alto, porta la pipa in bocca, ed è molto elegante, non come papà che porta sempre la camicia di fuori.

Abita in un palazzo grandissimo, chiamato il Quirinale. A Roma siamo andati in macchina io, papà, la mamma e il mio fratellino Giacomo perché mio papà, Salvatore Giannella, è un giornalista che doveva avere un premio: per questo il presidente lo ha ricevuto.

Questa mattina mio papà mi ha raccontato la storia di Pertini. Mi ha colpito il fatto che lui, che è tanto vecchio, vuole molto bene ai giovani. Pertini vive circondato da molti soldati anche di notte (per farmi entrare, papà ha chiesto il permesso a dei signori che erano all’ingresso. Hanno dato il permesso, ma mi hanno fatto lasciare la macchina fotografica).

Ci sono marinai col fucile davanti al palazzo dove abita. Ci sono soldati altissimi che fanno le sentinelle dentro le stanze: sono fermi fermi, muovono soltanto gli occhi. Ci sono soldati davanti alle scale che ci hanno fatto passare attraverso una macchina che scopre le cose di ferro, per vedere se avevamo pugnali, pistole e per evitare attentati.

Il palazzo è molto grande e molto bello. Dentro ci sono tanti saloni, non è come a casa mia che ce n’è uno solo. Nei saloni i soffitti erano affrescati. Io ho pensato che Pertini deve essere un signore molto ricco, ma papà mi ha detto che questo palazzo non è di sua proprietà. Chissà quanto pagherà d’affitto.

Ci hanno fatto aspettare dieci minuti e quando è entrato Pertini ci siamo tutti stupiti. Io l’avevo visto in tv ma mi è parso molto più vecchio: i capelli erano bianchi, in tv invece erano più sfumati e marroni.

Quando è entrato, è venuto verso di me. Mi ha chiesto il nome e poi mi ha detto: “Dammi un bacio, bambina”. Ma io mi sono imbarazzata ed è stato lui a darmelo. Poi ha detto agli altri signori nella stanza: “Ho salutato Valentina, così ho salutato tutti voi”. Pertini ha parlato con i vincitori del premio e anche con il mio papà. Ha abbracciato una signora che è il sindaco di un paese distrutto dal terremoto.

A un certo punto Pertini ha detto a un signore che l’accompagnava: “Portate da bere, altrimenti quando escono dicono che al Quirinale c’è un genovese, cioé un signore molto avaro”. E’ arrivato un cameriere con tanti bicchieri. Pertini mi ha consigliato un’aranciata perché non fa male ai bambini. Ha ricordato quando stava in carcere, in Puglia, tanti anni fa. Ho chiesto a papà perché stava in carcere: aveva rubato? No, è che allora in Italia comandavano dei prepotenti che avevano punito Pertini e tanti altri.

Valentina Giannella *

re-della-repubblica-valentina-giannella* Da quindici anni Valentina è giornalista professionista. Da due anni si è trasferita con la famiglia da Milano a Hong Kong. Cura un blog su Il Fatto quotidiano. La sua mail è [email protected]

Author: admin

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