L’europeismo italiano
dalle urne esce
con qualche osso rotto

L’Europa unita ha bisogno di una riforma istituzionale che dia pieni poteri al Parlamento,
togliendoli al Consiglio europeo; di un bilancio accresciuto e di un debito federale
per rilanciare gli investimenti e creare occupazione; di una politica economica, una politica estera
e una difesa comuni. Per riuscirci manca solo un ingrediente, ma essenziale: il coraggio politico
che deve spingere alcuni governi a procedere senza aspettare un’unanimità impossibile

LA NOSTRA EUROPA, I TEMPI DELLA STORIA

testo di Michele Ballerin / European Circus*

Non c’è dubbio che dalle elezioni del 4 marzo l’europeismo italiano sia uscito con qualche osso rotto. Si tratta solo di capire quale europeismo, fra quelli possibili, è stato punito con il voto dalla maggioranza degli italiani. Non certo l’idea dell’unità europea. Un progetto che ha saputo sopravvivere ai totalitarismi del Novecento e a due guerre mondiali non teme né le bizze di questo o quel governo né gli umori di questo o quell’elettorato. Non è nell’idea la debolezza. Piuttosto in chi la fa propria, se lo fa nel modo sbagliato.

Sono gli europeisti italiani ad avere commesso degli errori, anzi uno soltanto, ma grosso: abbracciare la prospettiva del bicchiere mezzo pieno con una leggerezza che sa un po’ di incoscienza, se non proprio di mala fede. L’europeismo che ha dominato in campagna elettorale ha fatto ben poco oltre ad ammonire il fronte euroscettico per le sue intemperanze, ricordare gli ovvi vantaggi di appartenere all’Unione europea e mettere in guardia dai rischi di un’eventuale uscita dall’euro. Tutto oro colato, per carità, ma che da solo, senza il controcanto di una critica severa e ragionata dell’Unione Europea, dei suoi limiti, delle sue inefficienze e contraddizioni, ha finito per rappresentare una difesa d’ufficio dell’Europa troppo facilmente assimilabile a una difesa, pura e semplice, dello status quo. Perfetta per esasperare ulteriormente un elettorato già nervoso.

È come se il fronte europeista avesse sbagliato colonna sonora, pretendendo di accompagnare un dramma con una cantilena.

Il bicchiere dell’Europa e del mondo globalizzato è mezzo vuoto. E noi federalisti avremmo ascoltato volentieri un’altra musica dal coro europeista: una musica più aspra, più dissonante, più nervosa e allarmata. Beethoven più che Vivaldi, con qualche rullo di tamburo qui e là: perché quella dell’unità europea è anche, non dimentichiamolo, una battaglia. E la globalizzazione avanza a passo di carica.

Avremmo voluto sentirci dire che quest’ultima non è di per sé un male, anzi è, nel lungo termine, la più concreta speranza di una convivenza pacifica sul pianeta, ma che se non viene governata – e governata con mano ferma – porta disastri. Che un mercato globale in cui i coolies cinesi competono con gli operai occidentali non porta maggiore efficienza ma la devastazione del tessuto produttivo nei paesi che vantano i giusti standard sociali e ambientali. E che allora, in questa prospettiva, ragionare di dazi europei non è commettere un sacrilegio. In economia non esistono idoli da adorare, né dogmi da rispettare.

Avremmo voluto sentirci dire che sì, l’immigrazione africana è un problema, molto prima che una “risorsa”: un problema strutturale e, proprio per questo, un problema superlativo, drammatico. Che per un paese come il nostro, con un welfare moribondo e una forbice sempre più ampia tra benestanti e poveri vecchi e nuovi, porta tensione, conflitto e panico nell’immediato, e non “la soluzione al problema delle pensioni”. Che, di conseguenza, va arginata e se possibile risolta alla radice. Cioè governata. Perché nel lungo periodo siamo tutti morti.

Che per far fronte a tutto ciò (e a molto altro) solo un governo europeo può darci gli strumenti, ma un governo europeo ancora non esiste, ed ecco il problema: e il problema è l’Unione europea, così poco unita e così poco europea. Che l’Unione va criticata con la durezza necessaria e riformata a fondo, e in fretta. Non semplicemente difesa.

È stato l’europeismo facilone e superficiale, liberista e globalista sulla pelle degli altri (dei troppi), a prendersi una sonora bastonata alle elezioni del 4 marzo. Non quello dei federalisti. Una volta commesso l’errore fatale, l’arma della critica è passata inevitabilmente nelle mani di chi la usa per distruggere invece che per costruire. Colpa vostra, cari europeisti all’acqua di rose, dell’Europa che è bella così, teniamocela stretta e grazie. Non è costruendo una diga che si contiene il nazionalpopulismo, ma costruendo l’Europa possibile e necessaria.

L’Europa non ha bisogno del violino europeista. Ha bisogno di una riforma istituzionale che dia pieni poteri al Parlamento, togliendoli al Consiglio europeo; di un bilancio accresciuto e di un debito federale per rilanciare gli investimenti e creare occupazione; di una politica economica, una politica estera e una difesa comuni. Per riuscirci manca solo un ingrediente, ma essenziale: il coraggio politico che deve spingere alcuni governi a procedere con determinazione senza aspettare un’unanimità impossibile, pronti a qualsiasi strappo, se strappo dovrà essere. Fu da un paio di strappi che nacque la prima federazione della storia.

L’orologio ticchetta sempre più veloce tra un’elezione e l’altra, tra il 2018 e il 2019, e il margine per fare l’unica cosa giusta – costruire la democrazia europea di Spinelli e Monnet – si fa sempre più stretto. Tra il 2018 e il 2019 le chiacchiere stanno a zero. Anche quelle europeiste.

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* Fonte: European Circus, blog di Michele Ballerin sull’Espresso.it. Scrittore, saggista e blogger, Ballerin ha scritto di politica, economia, Europa su “iMille Magazine”, “Linkiesta”, “pagina99”, “Il Ponte”, “Le Huffington Post”, “Le Courrier International”, “The Federalist Debate” e altre riviste su carta e on line. Oltre ad alcune opere di narrativa e poesia, nel 2009 ha pubblicato il saggio “Ciò che siamo, ciò che vogliamo. Dalla crisi dei valori all’Europa del diritto” (Il ponte vecchio), nel 2014 “Gli Stati Uniti d’Europa spiegati a tutti. Guida per i perplessi” (Fazi) e nel 2017 “Riformismo europeo. Una prospettiva politico-economica per l’Eurozona” (Guida). La sua linea: “Voglio l’unità politica dell’Europa, e la voglio adesso”.

Author: admin

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