Dagli Appennini alle onde dei Caraibi: storia del medico abruzzese Falco, guerriero per la libertà di Cuba

testo di Edoardo Turci* per Giannella Channel

Secondo i dati delle Nazioni Unite, Cuba rischia oggi un “collasso umanitario” sulla base di una strutturale dipendenza dall’estero e una marcata vulnerabilità energetica, aggravate dal blocco petrolifero, dallo storico embargo imposto dagli Stati Uniti e dai difficili rapporti con Washington. E in assenza di un intervento capace di garantire i bisogni primari della popolazione, le conseguenze potrebbero diventare irreversibili.

L’isola conta circa 11 milioni di abitanti (una popolazione per lo più anziana), e affronta gravi carenze di carburante, blackout frequenti, difficoltà nell’accesso ai servizi essenziali e un drastico deprezzamento del peso cubano, ormai ai minimi storici. Anche la Russia, alleata storica che per lungo tempo ha fornito sostegno economico senza che ciò si traducesse in investimenti strutturali duraturi, ha da poco sospeso temporaneamente le operazioni commerciali verso l’isola.

Cuba appare così sempre più fragile e isolata, stretta in una crisi che affonda le radici nel passato ma che oggi si manifesta con un’intensità senza precedenti.

Eppure, in passato non mancarono segnali di solidarietà internazionale, anche dall’Italia. Nell’aprile del 1898 il medico abruzzese Francesco Federico Falco (1866-1944: nella foto d’apertura), originario di Penne e di fede repubblicana, partì per Cuba animato dal desiderio di sostenere la causa indipendentista.

Francesco Federico Falco, nato in Abruzzo il 12 aprile 1866 dal medico Nemesio e da Antonietta Tarquini. Si laureò in medicina nel 1890 all’Università di Bologna con una tesi sulla “Fisiologia del bilancio alimentare dell’uomo in rapporto con la questione sociale”. Nella foto aerea, il borgo nativo di Penne (Pescara).

Mosso da un forte idealismo e da un profondo spirito patriottico, lui che aveva creato il “Comitato centrale italiano per la libertà di Cuba” si sentiva investito di una missione quasi provvidenziale, ispirato dalla grandezza e dall’audacia dell’eroe cubano Antonio Maceo (nome che in seguito diede a suo figlio, nato nel 1893 a Linaro, frazione di Mercato Saraceno, Appennino romagnolo in provincia di Forlì -Cesena, dalla relazione con Giuseppina Amadei).

Un dipinto che raffigura Linaro (“terra del lino”), la frazione di Mercato Saraceno dove Francesco Federico Falco svolse il servizio di medico condotto. In questo borgo dell’Appennino romagnolo, dalla relazione con Giuseppina Amadei (figlia della proprietaria della casa in cui lui viveva in affitto) nacque il figlio Bruno, cui fu aggiunto successivamente il nome dell’eroe cubano Maceo. La nipote di Francesco Federico, Mathea Falco, nata in Alabama il 15 ottobre 1944, vivente, è stata consigliera della Segreteria di Stato del Presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter.

Dal pensiero all’azione. Giunto sull’isola cubana, si unì come medico e combattente al Corpo di Sanità dell’esercito di liberazione dal dominio coloniale spagnolo, fino a diventarne comandante con il grado di maggiore.  Furono mesi segnati da sacrifici e privazioni, ma per Falco era finalmente giunto il momento delle responsabilità e dell’azione concreta in nome della causa in cui aveva sempre creduto. Tuttavia, la firma del Trattato di Parigi del 10 dicembre 1898, che pose fine al conflitto, lo colpì profondamente: l’indipendenza cubana non era stata realmente conquistata, poiché l’isola passava di fatto dal dominio della Spagna a  protettorato sotto la tutela degli Stati Uniti.

In una lettera del 1906 all’amico e collega repubblicano Luigi Zappi di Mercato Saraceno, Falco scriveva:

«Eccomi dopo alcuni mesi che dovevano essere di assoluta calma ma i giornali ti avranno detto di quanta tempesta furono gravidi. I miei bellissimi sogni cubani ebbero troppa dura scossa ed eccoci nuovamente con una Repubblica sotto tutela!».

Si riferiva agli eventi successivi alle elezioni del 1906, vinte dal presidente Estrada Palma ma seguite da una rivolta che portò Palma a chiedere l’intervento degli Stati Uniti. Ne derivò la nomina di un governatore statunitense per tre anni.

Quell’epilogo deluse profondamente gli idealisti italiani e segnò una fase di ingerenze statunitensi nella vita politica, economica e militare dell’isola. Solo con la rivoluzione guidata da Fidel Castro ed Ernesto “Che” Guevara nel gennaio 1959 Cuba avrebbe conquistato una piena autonomia politica.

In un’ulteriore lettera del 22 febbraio 1907, Falco descriveva la tempesta politica che aveva sconvolto la Repubblica cubana nel settembre precedente, osservando come nei Paesi latino-americani un cambio di governo potesse mettere a rischio la posizione dei funzionari pubblici:

«Come puoi immaginarti, il procedimento spiccio che si adopera negli Stati latino-americani fa sì che un cambiamento di governo scuota la posizione di tutti i funzionari, soprattutto di quelli come me».

Console a Genova. Infatti Falco ricoprì incarichi di rilievo: fu console di prima classe di Cuba a Genova, console generale ad Amburgo e ministro plenipotenziario presso l’Istituto internazionale di Agricoltura a Roma. Fondatore e direttore nel 1902 della rivista «Cultura Latina», pubblicò oltre quaranta opere in quattro lingue.

Nel 1919 dedicò al suo unico figlio Maceo Falco (pilota dell’aviazione americana, combattente sia nella prima che nella seconda guerra mondiale, laureato in ingegneria presso l’Università di Washington) il libro La Rappresentanza di Cuba Libera in Italia durante l’Ultima Guerra d’Indipendenza, scritto in onore dell’eroe cubano generale Antonio Maceo, alias il Titano di Bronzo. Nella dedica leggiamo: “A mio figlio Maceo Falco, aviatore dell’esercito americano. Non potendo lasciargli eredità migliore della modesta storia dei miei sforzi dedicati al trionfo degli ideali di giustizia nelle lotte di liberazione dei cubani, dedico queste pagine come incoraggiamento, augurio come nuova testimonianza del mio affetto”, Alla fine della Seconda guerra mondiale, Maceo Falco fu inviato per cinque anni in Europa per la ricostruzione (Piano Marshall): in Germania si occupò del ripristino del distrutto aeroporto di Berlino.

Francesco Federico Falco morì ad Ardenza, vicino Livorno, l’11 agosto 1944, a 78 anni, in povertà e nell’oblio. E’ imminente la pubblicazione della avvincente biografia Francesco Federico Falco da Penne, la sua famiglia, gli avi, a cura dell’autore di questo articolo: Edoardo Turci. Con pagine a sorpresa che arrivano fino alla Casa Bianca. []

*Edoardo Turci, nato 70 anni fa a Sant’Angelo di Gatteo (Forlì-Cesena), è giornalista pubblicista. autore di una settantina di libri di storia locale. Dal 2025 ricopre la carica di presidente della prestigiosa Accademia Rubiconia dei Filopatridi di Savignano sul Rubicone (link: accademia-rubiconia-filop.org). Ispettore onorario della Soprintendenza di Ravenna, ha ricevuto nel ’93 l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica e, nel 2006, il massimo riconoscimento rotariano, il Paul Harris Fellow. Ha guidato fino all’aprile del 2024 la polizia municipale di Cesenatico.

DA RILEGGERE/di Salvatore Giannella

Andremo a Santiago di Cuba

poesia di Federico Garcia Lorca
La storia di Francesco Federico Falco mi ha portato a riprendere in mano dal mio scaffaele e a rileggere un libro (CUBA, edito da Idea Libri, 1998) compilato da una squadra di esploratori romagnoli: il fotografo Tonino Mosconi, la scrittrice Rita Giannini, lo storico Natalino Cappelli e il designer Andrea Succi.
Un libro che non è la solita guida a trattorie o alberghi, ma che trasmette, pagina dopo pagina, emozioni innescate dagli incontri con uomini e donne di grande dignità e di orgoglio antico.
Lì, a sorpresa, trovate una celebre poesia dello spagnolo Federico Garcia Lorca (fucilato nel 1936 dai franchisti per le sue idee progressiste, di sostegno alla Repubblica e per la sua omosessualità): Son di neri a Cuba, che celebra il viaggio e il sollievo dal caos metropolitano di New York nel paesaggio sensoriale, musicale e tropicale dell’isola caraibica che somiglia a “un lungo coccodrillo verde con gli occhi di acqua e di pietra” (Nicolàs Guillén). Cedo la parola a Garcia Lorca:
“Quando ci sarà la luna piena andrò a Santiago di Cuba/.
Andrò a Santiago su una carrozza di acqua nera/.
Andrò a Santiago, canteranno i tetti di palma/.
Quando la palma vorrà diventare cicogna, andrò a Santiago/.
E quando la banana vorrà essere medusa, andrò a Santiago/.
Con la testa bionda di Fonseca andrò a Santiago/.
E con la rosa di Romeo e Giulietta andrò a Santiago/.
Di carta e di monete argentee andrò a Santiago/.
O Cuba! O ritmi di semi secchi! Andrò a Santiago/.
O cintura calda e goccia di legno! Andrò a Santiago/.
Arpa di tronchi vivi. Caimano. Fior di tabacco. Andrò a Santiago/.
Sempre ho detto che andrei a Santiago su una carrozza di acqua nera/.
Andrò a Santiago, brezza di alcool nelle ruote/.
Corallo nella tenebra, andrò a Santiago/.
Il mare affogato nell’arena, andrò a Santiago/.
Caldo bianco, frutta morta. Andrò a Santiago/.
O bovina freschezza delle piantagioni di canne! O Cuba! O curva di sospiro e fango! Andrò a Santiago.”[]

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