ADDIO, ALEX ZANARDI, MIO EROE SPORTIVO
E DI UMANITA’, CHE MI RICORDASTI
LA COMPETIZIONE COOPERATIVA DI COPPI
E BARTALI

testo di Salvatore Giannella – ritratto digitale di Giacomo Giannella / Streamcolors

Venerdì Primo Maggio 2026 le parole e i canti per la Festa del Lavoro hanno accompagnato gli ultimi istanti di vita di Alex Zanardi, 59 anni, campione di sport e di umanità ammirato da tutti e in particolare dal sottoscritto che ha conservato le preziose parole affidatemi in occasione di un’intervista fatta per la serie Il mio eroe su Sette, lo storico magazine del Corriere della Sera (28 luglio 2013, direttore Pier Luigi Vercesi). Parole di grande attualità e di visionaria saggezza, anche politica, che tiro fuori dal cassetto della memoria e che ripropongo consegnandole alla compagna Daniela Manni e al figlio Niccolò, oltre alla piccola comunità di Giannella Channel. Perché (per dirla con Carlo Verdelli, autore del testo sul Corsera che più mi ha emozionato) “non è vero che Alex Zanardi è morto. Se n’è andata la scatola che lo conteneva, il corpo sfinito da tante battaglie. Si sono spenti quegli occhi blu che erano una delle meraviglie della casa, insieme alle fossette e al sorriso bolognese sempre pronto a illuminare chiunque lo incontrasse”.

A me Alex illuminò un’immagine particolare: 6 luglio 1952, il calore rende quasi liquido l’asfalto delle strade di Francia, teatro del Tour. Fausto Coppi e Gino Bartali stanno scalando i duri tornanti del Col du Galibier. Il fotografo della Gazzetta dello Sport, Carlo Martini, immortala l’attimo esatto in cui avviene lo scambio di borraccia tra i due campioni-rivali. E se da un lato questo mistero divide i tifosi dei due corridori, dall’altro trasforma subito la foto in un’icona simbolo di una nazione, un’Italia che è divisa, ma che vuole ritrovare un’unità; ma soprattutto simbolo di una grande rivalità sportiva, che in corsa a volte degenera, ma che fuori della corsa si trasforma in profonda amicizia e reciproco rispetto. Come mi insegnò il gigante che il Primo Maggio ha chiuso gli occhi. Grazie anche per queste parole, campione.

Alex Zanardi (Bologna, 23 ottobre 1966 – Padova, 1° maggio 2026), ripreso con la sua handbike, la bicicletta speciale con cui ha vinto decine di medaglie d’oro. Il secondo incidente gli è accaduto il 19 giugno 2020 sulla strada provinciale 146 all’altezza di Pienza, in Val d’Orcia, uno dei paesaggi più belli del mondo. Più info su Zanardi, Coppi e Bartali nel libro “In viaggio con i maestri” di Salvatore Giannella (Minerva Edizioni, 2018).

GIANNELLA. Nella mente di uno come lei, Zanardi, eroe tornato alla vittoria nello sport dopo aver perso le gambe in un incidente in Formula Uno, chi c’è come spirito guida?

ZANARDI. “Le consegno un’immagine doppia come doppia è la mia vita: Fausto Coppi e Gino Bartali”.

Immagino c’entri la specialità in cui oggi sta eccellendo: la bicicletta. Due ori da lei conquistati alle ultime Paralimpiadi, già sicuro il titolo di campione del mondo di handbike…

“La bici c’entra, perché il ciclismo è oggi il mio sport anche se in forma non proprio classica perché io pedalo a forza di braccia. Ma io sento questi due campioni come protagonisti di una pagina non scritta nei libri di storia italiana”.

Mi racconti questa pagina.

“La sfida tra Coppi e Bartali ha riportato in alto l’orgoglio dell’Italia, ha cominciato a restituirci il rispetto di cui avevamo bisogno nel mondo. Dalla Seconda guerra mondiale eravamo usciti male. La guerra voluta da Benito Mussolini ci aveva distrutto, oltre che materialmente, anche nella nostra reputazione”.

Salvatore Giannella accanto alla gigantografia della foto di Carlo Martini che testimonia il passaggio della borraccia tra Coppi e Bartali sul passo del Galibier nel Tour de France, ore 15 del 6 luglio 1952. Concepito per far risaltare i due campioni e il loro gesto, il taglio della foto ha nascosto il terzo campione che correva al loro fianco, cioè il belga Stan Ockers. Questo personaggio minore della vicenda non era poi l’ultimo arrivato: vinse il titolo mondiale nel 1955, a Frascati. Morì un anno dopo, a 36 anni. Il 29 settembre 1956, durante una gara su pista nel Palasport di Anversa: cadde fratturandosi il cranio, morì due giorni dopo. Campione tra i più amati in Belgio, fu onorato con funerali solenni, alla presenza del re Baldovino I. Un monumento in suo onore è a La Roche-en-Ardenne, nelle Ardenne.

L’immagine di quell’Italia da rifare è fissata nella giornata del 10 febbraio 1947 in cui  il nostro presidente del Consiglio Alcide De Gasperi arriva a Parigi per firmare gli accordi di pace e ai diplomatici dei Paesi vincitori dice: “So che qui tutto mi è contro, tranne la vostra personale cortesia”.

“Debiti a parte, c’erano stati centinaia di migliaia di morti. Giovani mandati a combattere lontano da casa, mai più tornati a casa. Eravamo umiliati e con la pancia vuota. Io ammiro quegli italiani che, con le loro imprese da singoli, hanno ricostruito la reputazione dell’Italia. E li unifico tutti nell’immagine di Coppi e Bartali”.

Ha avuto modo di conoscerli personalmente?

“No, è stata mia nonna Gisella a riempire molte serate bolognesi con i racconti delle loro imprese. Pensare che scalavano montagne senza il cambio… è un particolare che solo adesso riesco a comprendere nella sua folle grandezza”.

Nei libri di storia è finita un’immagine di loro due insieme, nel Tour de France 1952. Coppi conduceva la gara in maglia gialla. Durante una durissima salita, il fotografo della Omega Fotocronache, Carlo Martini, scattò una foto in cui si vedeva un passaggio di una borraccia tra i due eterni rivali.

“È una foto simbolo dell’altra faccia della mia ammirazione per loro due: la rivalità sportiva cavalleresca, la sfida tra galantuomini e il fair play che andrebbe insegnato ai giovani. Insieme al valore della competizione cooperativa, che ci porterà fuori dalla crisi”. []

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