Banca della terra: migliaia di ettari incolti
destinati ai giovani agricoltori del Veneto

Coldiretti Padova: “Con l’OK alle norme finalmente un passo avanti
dopo due anni e mezzo di attesa. Adesso avanti tutta per ridare fertilità ai campi:
In provincia almeno 3 mila ettari, più di 15 mila in tutto il Veneto”.
A seguire: l’intervista di Salvatore Giannella a Ermanno Olmi: “Dove c’è vigna, c’è civiltà”

BUONO A SAPERSI

“Sono passati due anni e mezzo dalla nostra manifestazione a Venezia per chiedere di destinare ai giovani agricoltori le migliaia di ettari di terreno agricolo incolto o confiscato in Veneto. Grazie alla nostra mobilitazione siamo arrivati alla legge sulla Banca della terra in tempi rapidi ma per le norme attuative abbiamo dovuto attendere un bel po’. Adesso finalmente qualcosa si muove e ci auguriamo che sia il segnale di un concreto cambio di passo”. Federico Miotto, presidente di Coldiretti Padova, commenta così la recente approvazione, da parte della giunta regionale del Veneto, delle disposizioni per l’assegnazione dei terreni previsti in Veneto dalla Banca della terra. La legge c’era già dal 2014 ma mancavano le delibere attuative. Ora un passo avanti significativo con il provvedimento che stabilisce i criteri per l’assegnazione dei terreni. “Ovviamente vengono privilegiati i giovani imprenditori agricoli”, aggiunge Miotto, “come prevede lo spirito della legge e come è giusto per costruire un futuro per la nostra agricoltura. Le giovani imprese infatti non possono competere con le grandi disponibilità economiche di aziende ben strutturate, ma in cambio offrono l’intraprendenza e prospettive occupazionali di lungo termine. Inoltre questo provvedimento consente di evitare le speculazioni sui terreni e calmierare i prezzi degli affitti o delle compravendite. Nella nostra provincia stimiamo che siano almeno 3 mila gli ettari potenzialmente liberi, concentrati per lo più nella Bassa Padovana. Siamo pronti a ridare fertilità a questi campi, adesso aspettiamo i fatti”.

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Per partecipare al bando previsto dalla legge Banca della terra si dovrà presentare un “piano colturale”.

ANCHE TERRENI CONFISCATI ALLA CRIMINALITÀ

Secondo i dati del censimento 2010, in Veneto circa il 2% degli 811 mila ettari di superficie coltivabile non è messo a frutto: sono proprietà di enti pubblici (135), di regole o vicinanze, o di privati che non hanno una specifica vocazione agricola. Coldiretti ha calcolato che in Veneto sono almeno 15mila gli ettari da mettere a disposizione degli agricoltori, con la possibilità di dare lavoro a circa 3mila persone. La legge prevede di assegnare ad Avepa, tramite censimento effettuato dai Comuni, la gestione dell’inventario dei terreni a destinazione agricola che sono lasciati incolti o abbandonati da parte di proprietari pubblici o privati. Nella lista vanno inseriti anche i terreni confiscati alla criminalità organizzata. Una volta fatto il censimento, i Comuni “avvisano” i proprietari che il loro terreno sta per essere messo in palio perché sia affidato a un’impresa agricola: se non ci sono opposizioni legalmente sostenibili, e una volta data risposta formale a eventuali osservazioni presentate, si procede.

BANDO

L’assegnazione dei terreni avviene attraverso bandi ad evidenza pubblica disposti dalla Giunta regionale. Quindi Avepa seguirà la gestione delle domande e delle assegnazioni. Per ciascun lotto di terreno deve essere stabilito un canone annuo, che va pagato in un’unica soluzione (riferito al valore agricolo medio) e viene stabilito dalla Commissione provinciale espropri. Per partecipare al bando si dovrà presentare un “piano colturale”. Il punteggio per l’assegnazione prevede di favorire

  • i giovani agricoltori,
  • i progetti di ampliamento aziendale,
  • le cooperative agricole sociali e le aziende che hanno sede nello stesso Comune dove c’è il terreno messo in palio.

L’assegnazione dura per 15 anni e l’attività di coltivazione va iniziata entro 12 mesi dall’assegnazione.

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* Fonte: www.padovaoggi.it, supplemento al plurisettimanale telematico VeneziaToday.

IL BELLO DELLA MEMORIA

Il regista Ermanno Olmi:

“Dove c’è vigna, c’è civiltà”

Intervista di Salvatore Giannella

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Il celebre regista e sceneggiatore Ermanno Olmi (Bergamo, 1931).

«Dove c’è vigna c’è civiltà: lì io la cerco e lì cerco di rivivere il rito del vino». «Ci salveranno i contadini». «Il nostro futuro sarà l’agricoltura». Ermanno Olmi, nel mezzo di una grave crisi economica globale, lancia una profezia culturale e chi conosce da anni il regista de L’albero degli zoccoli sa che questa leggenda vivente del nostro cinema poetico e non futile, come i poeti, scorge il futuro in anticipo. Olmi lancia questa profezia provocatoria negli stessi giorni in cui i giornali danno spazio al grido d’allarme dei contadini («Siamo sull’orlo del collasso, redditi crollati per il tracollo dei prezzi, dal produttore al consumatore aumenti fino al 1000 per cento» denuncia al Corriere di Romagna il presidente degli agricoltori romagnoli Valter Bezzi). E lo lancia dal nido d’aquila che è la sua casa sull’Altopiano di Asiago, dove lo costringe una frattura del femore. Una scelta geografica sorprendente per un uomo nato a Bergamo da una madre di famiglia contadina e da un padre ferroviere trasferitosi alla Bovisa, periferia povera (allora) di Milano.

Una curiosità: come mai è approdato sull’Altopiano e ha scelto di vivere qui?

“È una scelta che risale a mezzo secolo fa. Quell’anno, memorabile anche per il premio Nobel per la letteratura assegnato al nostro Salvatore Quasimodo, io capitai da Milano ad Asiago, per incontrare Mario Rigoni Stern e avviare così una creativa collaborazione per il Sergente nella neve prima e poi con i Recuperanti…”

Quell’incontro tra un grande regista e un grande scrittore ha dato buoni frutti: due sguardi, due linguaggi e due mondi che decidono di chinarsi l’uno verso l’altro.

“L’Altopiano, allora, era una sorta di presepio, un trionfo della natura con cui contadini e boscaioli vivevano in serena sintonia. Un territorio isolato, autosufficiente. Pochi gli scambi con la pianura: formaggio contro sale. Una comunità saldata da un’unità culturale e di intenti, guidata da un governo locale che seguendo le “regole” della montagna sapeva riflettere lo spirito della società. Ogni capo contrada aveva una campana da suonare per riunirsi e discutere i vari problemi. Un modello di democrazia e di federalismo esemplari (un mondo che fatico a riconoscere, perché il boom edilizio, la smania della seconda casa hanno snaturato tutto, paesaggio, rapporti umani, modi di vita). Ebbene, io e Mario camminavamo l’uno a fianco dell’altro. A un certo punto, dal basso di una collinetta, sopra un denso strato di nebbia si aprì un squarcio di luce. Alzai gli occhi, poi raccolsi un sasso dal selciato, lo tirai verso l’alto e lo lasciai cadere poco più in là, dicendo: ‘Se un giorno mi sposerò e avrò figli, farò la casa lì’. Anche Rigoni si chinò a prendere una pietra, la buttò a pochi metri dalla prima e disse: ‘Vegno anca mì, in piassa massa confusiòn’. In piazza, ad Asiago, dove abitava allora lo scrittore, c’era troppa confusione.

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Mario Rigoni Stern (Asiago, 1921 – 2008) è stato un militare e scrittore italiano. Legatissimo alla sua terra, l’altopiano di Asiago, e alla sua gente, i cimbri, è noto soprattutto per l’opera Il sergente nella neve. Primo Levi lo definì “uno dei più grandi scrittori italiani”. (Credit foto: Vittorio Giannella)

Promessa mantenuta.

“Fino a due anni fa io e Mario abitavamo a pochi metri di distanza. Rigoni Stern non c’è più. Dal 2008 e io sono rimasto qui, con mia moglie Loredana, in questa grande casa lungo via Valgiardini, sulla collina, dove il legno prevale su tutto. Qui studio, qui ogni tanto raccolgo parole e perle di umana saggezza. Per esempio, stamattina ne ho una sotto gli occhi: ‘Non è la fine del mondo ma è la fine del nostro mondo’. È di Evelyne Pieller, una scrittrice francese contemporanea”.

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Martino V, nato Ottone Colonna (Genazzano, 1368 – Roma, 1431), il pontefice esperto di enologia, fu il 206º Papa della Chiesa cattolica dal 1417 alla morte.

Qualche perla raccolta sul vino e dintorni?

“Senta questa. ‘Ci sono cinque buoni motivi per bere: l’arrivo di un amico, la bontà del vino, la sete presente e quella che verrà e qualunque altro’. Sembra la campagna pubblicitaria per il Vinitaly e invece sono parole pronunciate nel 1431 da Oddone Colonna, meglio conosciuto come papa Martino V: un testimonial al di sopra di ogni sospetto che ho scelto come citazione finale nell’ultimo mio documentario intitolato, appunto, Rupi del vino”.

Oltre al pontefice enologo, a chi altro rende omaggio nel suo film?

“Allo scrittore Mario Soldati che nel lontano 1957 diresse per la televisione un celebre Viaggio sul Po alla ricerca dei cibi genuini, rimasto nella memoria di molti italiani. Lo stesso Soldati, poi, raccolse il frutto del suo viaggio nel fondamentale Vino al vino: alla ricerca dei vini genuini, raccolta di appunti, racconti, biografie, aneddoti, descrizioni dei luoghi e dei protagonisti della produzione enogastronomica del nostro Paese, messi da parte in tre viaggi in giro per l’Italia nel 1968, nel 1970 e nel 1975. Una raccolta anticipata da queste parole: ‘Dirò subito che mi considero anch’io, del vino, un amatore inesperto. È vero, i viaggi d’assaggio che racconto mi hanno istruito un pochino: ma il loro risultato più apprezzabile è stato di misurare, dopo anni di esperienze enologiche, quanto sia vasta ancora la mia ignoranza e l’arte del vino quanto difficile’.”

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Mario Soldati (Torino, 1906 – Tellaro, 1999). Ci ha lasciato opere memorabili in letteratura, nel cinema e nella televisione.

Lo ricordo quel libro pubblicato da Mondadori nel 1981, «il più bel libro sul vino mai scritto in Italia», a parere di un giornalista che se ne intende, Franco Ziliani. Non si tratta solo delle descrizioni dei vini – che sono deliziose e vive – ma sono anche e soprattutto i ritratti degli osti che gli hanno servito un Picolit, le descrizioni degli scorci che ha ammirato sorseggiando un Chianti, i racconti dei contadini da cui ha acquistato un fiasco di Lambrusco o i pensieri ispiratigli da un ombra di Merlot. A rileggerlo oggi si rimane ammirati dalla magnifica scrittura, dallo stile inimitabile, arguto e lieve di Soldati. E si possono meglio apprezzare le parole splendide con cui Natalia Ginzburg parla di Soldati: ‘Fra gli scrittori del Novecento italiano, l’unico che abbia amato esprimere, costantemente e sempre, la gioia di vivere. Non il piacere di vivere, ma la gioia; il piacere di vivere è quello del turista che visita i luoghi del mondo assaporandone le piacevolezze e le offerte ma trascurandone o rifuggendone gli aspetti vili, o malati, o crudeli; la gioia di vivere non rifugge nulla e nessuno: contempla l’universo e lo esplora in ogni sua miseria e lo assolve’.

“Nel film cito un proverbio: ‘Dove c’è vigna c’è civiltà’. Ma oggi chi fra noi ha un rapporto così diretto con il mondo del vino? Per noi cittadini metropolitani l’approccio al vino è sugli scaffali dei supermercati: la bottiglia da rigirare tra le mani, per capire che cosa contiene. Anche se non si capisce molto e alcuni, ingenuamente, mettono la bottiglia controluce, per vedere il colore del contenuto. Chissà… Nella mia infanzia contadina, invece, il momento del vino era un rito che si ripeteva ogni anno. Si cominciava appena fuori dall’inverno con la preparazione della vigna. In primavera le mani del vignaiolo frugavano tra le foglie dove spuntavano i primi grappoli. In autunno si guardava il cielo e si invocava l’aiuto divino perché la temutissima grandine non rovinasse il raccolto. E finalmente arrivava la vendemmia…”.

Per questo film lei ha viaggiato molto nella Valtellina con il collaboratore Giacomo Gatti. Che cosa ha trovato in quella valle?

“Ho trovato una terra dove l’uomo vive da secoli in armonia con la natura, costruendo muretti a secco che non solo permettono di coltivare la vigna tra le rocce, ma evitano anche le frane. Nonostante le inevitabili devastazioni provocate dal processo industriale, la Valtellina ha comunque conservato un legame con il passato proprio perché queste colture così eroiche, così difficili, curate lungo le appendici rocciose della valle, sono la prova della tenace volontà dell’uomo quando vuole sopravvivere in un determinato luogo. Chi mai avrebbe pensato di andare a coltivare delle vigne a più di mille metri di quota? E invece l’homo valtellinensis si è accorto che, ad alte quote, nella parte esposta al sole, cresceva una flora di tipo mediterraneo: segnale di un microclima mite. E la coltivazione, proprio a causa delle difficoltà del luogo, ha creato anche i presupposti per una qualità eccelsa del raccolto”.

Non solo, ma ha aiutato a frenare il dissesto idrogeologico che sta devastando tanta parte dell’Italia.

“Certo, quando l’uomo agisce con lealtà nei confronti della natura, con quel bisogno di ricevere da essa dei doni senza mortificarla e con un’attenzione particolare alla prevenzione, allora la natura offre il meglio di se stessa all’umanità rispettosa. Ma oggi il patto uomo-natura lo vedo infranto. Bisogna acquisire la consapevolezza della stupidità che ha portato a tutto ciò. Rendersi conto di come una ricchezza fasulla non può dare che un godimento fasullo”.

Il rispetto: mi sembra la parola chiave del rapporto uomo-natura di questo terzo millennio. La filosofia dell’incontrollabile e selvaggio dominio sulla natura rischia di cancellare la natura stessa e con essa, ovviamente, anche l’uomo. La filosofia della sottomissione è fondata su un rifiuto della presenza dell’uomo e ci rende impotenti. L’idea del rispetto per la natura può essere vincente.

“Per questo io credo che ci salveranno i contadini e la loro civiltà, a differenza di quella tecnologica e finanziaria. Avevamo creduto alle lusinghe delle scienze innovative e vi avevamo riposto le nostre certezze di progresso. Come mai proprio tutto questo nostro progresso non ci ha assicurato un mondo più sicuro e più giusto? Quali sono state le ragioni per cui il nostro tempo ha fallito il suo proposito di porre le condizioni permanenti per un’autentica e solidale convivenza civile? Dove sono finiti tanti entusiasmi per le moderne economie delle società del benessere e tutte le baldanzose euforie per le ricchezze dei capitali che potevano fruttare come le monete d’oro seminate da Pinocchio nel campo dei miracoli? I gatti e le volpi di questi ultimi anni stanno mutando pelo per nascondersi sotto altri camuffamenti. Ma stiamo certi che, come dice il saggio proverbio, non perderanno il vizio. E invece noi non possiamo più accettare che pochi prevaricatori sottraggano ai più deboli. Non è più il tempo delle regge e dei sontuosi palazzi per magnificare la potenza di principi e re, né delle cattedrali per ogni sorta di divinità. E, più di tutte, le divinità del denaro”.

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L’altopiano di Asiago si trova sulle Alpi vicentine, nella zona di confine tra le regioni Veneto e Trentino-Alto Adige.

Lei è fiducioso in un cambiamento di rotta?

“Sì, lo sono davvero. Non sarà facile e ci vorrà tempo, volontà e sacrifici, così come ogni importante trasformazione richiede. Ma oramai non si torna più indietro. Il superamento di ogni condizione di difficoltà è sempre e solo nel coraggio del cambiamento e quindi nel futuro”.

Da dove cominciare?

“Intanto decidendo da che parte stare. E io, come prova anche il mio documentario Terra madre, sto dalla parte della Terra come unica risorsa sicura di sopravvivenza e di chi la cura con rispetto. Io sto con il mondo dei contadini, assediato dalle grandi imprese il cui unico scopo è il profitto. Anche il contadino vuole guadagnare ma il suo attaccamento alla terra è un atto d’amore e di rispetto verso la natura, mentre i potentati economici (imponendo un’agricoltura forzata) stanno distruggendo la biodiversità. Sì, io credo che ci salveranno i contadini non solo con il loro lavoro, ma anche perché risveglieranno dentro di noi che facciamo altri mestieri utili quella civiltà contadina di cui tutti siamo figli. L’economia del mondo deve tornare a essere ecologia e la sapienza contadina deve riconquistare la sua attualità. Basta con la narcosi di questa società dell’immagine”.

Recentemente ho ripreso in mano il Codice di Ippocrate. Ho trovato una frase che le piacerà: ‘Oggi molti vedono, pochi sanno’. Sembra una diagnosi della società d’oggi, e invece è scritta in un’isola dell’Egeo dal padre della medicina quattro secoli prima di Cristo…

“Io lo aggiornerei così: ‘Troppi vediamo, pochi sappiamo’.

Chiudiamo con altre parole e perle di umane saggezza, come quelle che ama raccogliere lei. Anch’io ne ho messe da parte alcune. Gliele cito:

Guardo fuori dalla finestra e vedo il paesaggio tutto sommerso dalla neve, che quest’anno è caduta in abbondanza. Qui da noi, in montagna, la neve segna il riposo invernale della natura e il manto rimane candido e intatto fino a primavera. Intorno a casa vedo segnate le tracce degli animali che dal bosco escono in cerca di cibo. Fra tutte, riconosco quelle di uno scoiattolo che è diventato amico. Oramai si fida di noi e ogni giorno, da quattro anni, viene a prendersi dalle nostre mani una noce, un pezzo di pane secco e qualche volta persino un biscotto. Lui, in cambio del cibo, si lascia accarezzare. Una gioia grande, che non costa nulla. Perché la felicità, quella vera, che riempie il cuore, è sempre gratis. Forse questi momenti di amichevole condivisione del cibo con ogni creatura del Creato somigliano un po’ a quel giardino di Eden che, per peccato di superbia, abbiamo tradito. Allora il castigo fu il dover lavorare la terra per vivere. Oggi, coltivare la terra con una nuova consapevolezza, del reale valore, potrebbe essere il migliore dei progetti per riconquistare un nuovo Giardino di Eden.

“Bello. Chi ha detto queste parole?”

Lei, in occasione della prima mondiale del documentario Terra madre al Festival di Berlino dell’anno scorso.

“Io? Oh, questa è bella. Sono d’accordo con Olmi. D’altra parte come non esserlo, con quel nome che si alimenta con radici profonde nella Terra che gli è madre?”.

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Fonte: De Vinis (maggio-giugno 2010), rivista dell’Associazione Italiana Sommelier, viale Monza 9, 20125 Milano. Le altre interviste da me fatte per la serie “Le parole maestre” riguardano Umberto Veronesi, Stefania Campo su Andrea Camilleri, Nicola Dioguardi, Vittorino Andreoli e Silvio Garattini.

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