Professione fotoreporter:
Daniele, figlio d’arte in cerca
dell’armonia del mondo

CHIAMATA ALLE ARTI, INVITO ALLA VISITA

Vi invitiamo a una mostra a Milano e a un incontro con un gigante
del nostro tempo: Daniele Pellegrini, genio del clic,
capace di dare luce agli angoli più remoti del pianeta Terra
e di riportarli da testimone agli occhi dei lettori di Airone
(compreso il decennio della mia direzione di quel mensile)

introduzione di Salvatore Giannella
intervista con Daniele Pellegrini* a cura di Antonio Politano / Sguardi Online

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A tutti i naviganti di Giannella Channel, che so curiosi per natura e viaggiatori dinamici, indico un incontro e una mostra da non perdere.

L’INCONTRO. È con Daniele Pellegrini, figlio del giornalista Lino, che ha dedicato tutta la sua vita alla fotografia documentaristica per le maggiori riviste geografiche italiane ed europee e ha illuminato per oltre vent’anni, con la sua professionalità e umanità, natura e antropologia, archeologia e zoologia per il mensile Airone (compreso il decennio di mia direzione).

LA MOSTRA. Al Salone della Cultura, in via Tortona 27 a Milano (MM verde Sant’Agostino) presenta oggi sabato 21 gennaio e domani 22, la sua personale mostra fotografica “UNESCO, patrimonio ferito” dedicata alla grande bellezza di alcuni luoghi dichiarati dall’UNESCO “Patrimonio mondiale dell’umanità” (Afghanistan, Siria, Yemen, Mali), prima che la guerra e il fanatismo religioso dilagassero anche lungo le antiche Vie della Seta e dell’Incenso.

Il Salone della Cultura è alla sua prima edizione ma sarà, di fatto, la grande fiera del libro nuovo e usato di Milano, con librai che vengono da tutta Italia. Daniele parteciperà come relatore anche alla tavola rotonda dal titolo “Sulla Via della Seta, viaggiatori italiani in Oriente”, sabato 21 dalle ore 16 alle 17 (Sala 2). L’ingresso è gratuito.

L’avventurosa carriera di Daniele è sintetizzata da lui stesso in questa intervista rilasciata a Sguardi online, periodico della Nikon, la sua macchina fotografica compagna di vita. (s. gian.)

Per molto tempo, Daniele Pellegrini è stato un punto di riferimento per molti, il fotografo di viaggio per eccellenza, il fotografo ufficiale di Airone, il National Geographic italiano. In questa intervista a Sguardi fa un bilancio della sua carriera luminosa, svela la visione e le tecniche dietro i suoi scatti, dà consigli a chi si mette sullo stesso cammino.

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Marree (Australia del Sud), 2002: cowboy al tramonto.

Daniele, qual è la tua idea di fotografia? Hai iniziato come figlio d’arte, fotografo di viaggio. Sul tuo sito ti definisci fotogiornalista documentarista, specializzato in reportage geografico, naturalistico, etnografico, archeologico.

Premetto: sono nato qualche anno fa, nel 1945. Mio padre, Lino Pellegrini, era un pioniere del giornalismo di viaggio che fin dall’anteguerra girava per il mondo scrivendo articoli corredati da fotografie. La fotografia non era un hobby, ma un mezzo per completare il suo lavoro. Con le immagini prodotte in tanti viaggi si venne a formare un archivio fotografico sempre più grande che, negli anni ’60 e ’70, divenne uno dei più importanti d’Italia. L’archivio dava da vivere a tutta la famiglia e, senza esitazioni, dovetti occuparmene attivamente anch’io fin da ragazzo, tenendo i rapporti con giornali, riviste e case editrici con le quali mio padre collaborava. La mia professione iniziò dall’esperienza fatta nel suo archivio. Un’esperienza che, complici anche i miei studi universitari, mi ha portato ad avere una visione documentaristica legata alla geografia, agli animali, all’antropologia, all’archeologia e al mondo sottomarino, ma sempre con un’attenzione assoluta all’estetica.

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Canada, 2000: una piccola foca si affaccia alla vita tra i ghiacci.

Nel comporre un’immagine cosa cerchi di catturare? Quali ritieni siano gli elementi da privilegiare nel comporre un’immagine? Riconosci un’evoluzione nel tuo modo di fotografare?

Dal profondo del mio cuore, io cerco sempre l’armonia, nelle forme delle cose, nei movimenti delle persone o degli animali, negli elementi del paesaggio. Se la situazione è di caos, cerco un caos armonico. Certamente anche la mia visione si evolve nel corso del tempo, ma non prescindo mai dall’armonia.

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Pennsylvania (Stati Uniti), 1979: esponenti della comunità religiosa Amish.

Luoghi e paesaggi, culture e genti, mondi vicini e lontani ti attirano da sempre profondamente. Per documentare, raccontare. Ogni osservatore, anche un fotografo, cambia il contesto che accosta. Come entri in rapporto con l’ambiente, che relazione cerchi di stabilire con chi fotografi?

La mia regola, se ho il tempo di farlo, è di entrare il più possibile in sintonia con l’ambiente naturale o umano che devo documentare. Le migliori fotografie di paesaggio sono frutto di grande ricerca del luogo esatto (al centimetro!) e dell’ora (o minuto!) in cui operare. La luce è alla base di tutto e non mi stanco mai di privilegiare quella dell’alba e del tramonto, magari associata a colpi di flash su cose o persone. L’occhio dev’essere comunque esercitato a cogliere ogni minimo particolare e ogni minima situazione. Quando si è sul campo, la concentrazione è un elemento fondamentale. Fotografare la gente in modo che questa appaia naturale, spontanea e non condizionata dalla presenza dell’obiettivo è una cosa tutta particolare. A seconda delle circostanze, se è possibile, il mio primo comandamento è di farmi conoscere senza nemmeno mostrare la fotocamera. Solo quando sono entrato in confidenza con qualcuno, magari tramite una guida del posto, e mi sono fatto accettare, posso chiedere garbatamente di fotografare.

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Marree (Australia del Sud), 2002: all’asta del bestiame.

Come si sposano fotografia e viaggio? Come evitare la spettacolarizzazione da cartolina, la trappola del pittoresco, l’immagine déjà vu, gli stereotipi?

Ovviamente bisogna distinguere tra viaggio di gruppo, che può essere molto condizionante, e viaggio individuale. In ogni caso, evitare il già visto dipende molto dalla nostra cultura fotografica.
Se uno ha in mente un progetto innovativo per una certa immagine, molto probabilmente non commetterà errori. Quanto alla foto cartolina, ahimè, circolano anche cartoline bellissime. Ci sono paesaggi famosi che spesso hanno delle piazzole fatte apposta per le foto panoramiche. Il segreto è sempre quello di riuscire a trovare una luce diversa dal solito, un “colpo di luce”, giochi di luci e di ombre in una giornata con nuvoloni minacciosi, le luci rosate del tramonto, o l’”ora blu” prima che faccia notte, la volta stellata se il luogo lo consente. Le fotocamere digitali permettono risultati un tempo inimmaginabili nel paesaggio notturno e in condizioni di luce minima. Un altro consiglio è quello di utilizzare il paesaggio famoso non in quanto tale, ma come sfondo per un soggetto fotografato in primo piano.

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Sudan, 1997: le piramidi nubiane nel deserto, sotto la volta stellata.

Hai avuto e hai qualche modello di riferimento che ha stimolato la tua ricerca, il tuo stile?

Le riviste geografiche internazionali: National Geographic, Geo, Grands Reportages, Terre Sauvage, Animan, eccetera. A suo tempo, uno dei miei fotografi preferiti era Jim Stanfield (del Geographic).
Ora come ora, nuovi stimoli vengono soprattutto dalle nuove tecnologie.

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Russia, 1989: mandria di renne gestita da un allevatore Nenet, nella tundra artica vicina al delta del fiume Pecora.

La scelta di linguaggio attraverso il colore è quella che preferisci, perché?

Ho un assoluto rispetto per il bianco e nero, che però ammetto di aver praticato pochissimo. Un motivo pratico è che tra gli anni ’60 e ’90, nella fotografia geografica editoriale il bianco e nero veniva considerato una tecnologia un po’ vecchia di fronte ai continui straordinari progressi del colore. In realtà il bianco e nero è stato rivalutato proprio quando le pellicole a colori hanno toccato il loro apice e, successivamente, con l’avvento del digitale. Nel mio caso c’è però anche una componente psicologica. Per nostra fortuna, l’occhio umano vede “a colori”. Il bianco e nero rappresenta in realtà un’astrazione, di grande fascino, ma pur sempre un’astrazione che, a mio personalissimo avviso, enfatizza più i dubbi esistenziali che le certezze, più il dramma che la gioia di vivere. Magari un giorno farò anch’io qualcosa in bianco e nero, ma in linea di principio sarò sempre dalla parte del colore, che per me esprime la meraviglia del creato. Sono caratterialmente un positivo e resto fedele al mio “think positive”.

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Malaysia, 2000: al Festival della vendemmia.

Quanto conta la tecnica? Quali obiettivi preferisci? E quale attrezzatura usi e suggeriresti?

La tecnica è indispensabile, ma va assolutamente sposata con la creatività, la sensibilità e la preparazione culturale. Ho conosciuto però diversi fotografi famosi che non conoscevano veramente nulla di teorico della loro attrezzatura, che però sapevano usare con risultati di massima eccellenza servendosi solo delle funzioni più elementari. Quanto alla mia attrezzatura, una volta si diceva che chi usa il grandangolo è di sinistra perché per usarlo bene bisogna star vicino alla gente, mentre chi usa il tele è di destra perché tiene la gente a distanza. In questo senso, sono tendenzialmente di sinistra. In realtà ho sempre usato tantissimi obiettivi, ma la mia visione è soprattutto grandangolare. Ho sempre usato attrezzatura Nikon. Ai tempi della pellicola giravo con cinque corpi e una dozzina di obiettivi. Oggi mi bastano una D800 e una D610. I miei obiettivi base, un po’ vecchiotti, ma sempre efficientissimi sono il 17-35 f.2,8, il 28-70 f.2,8 e l’80-400 f.4,5-5,6. Consigliare l’attrezzatura ad un appassionato non è mai facile perché tutto dipende dal genere di fotografia che lui pratica. Per la fotografia geografica consiglierei un corpo D750 con 14-24, 24-70 e 80-400. Per un uso tuttofare, di qualità: la D750 con il 24-120 f.4.

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Rocce con incisioni preistoriche nella Valle delle Meraviglie (Francia), 1987.

Un po’ di sguardo rivolto all’indietro, con due domande. Da una parte, come hai iniziato a fotografare, hai mai avuto una qualche formazione da fotografo, sei autodidatta, eccetera?

Come dicevo prima, sono cresciuto in una famiglia dove le fotocamere erano uno strumento di lavoro continuo. I rudimenti base della fotografia me li aveva insegnati mio padre, ma mi considero un autodidatta che da ragazzo ha imparato la maggior parte delle nozioni leggendo il Popular Photography americano. Se ben ricordo la “mia” prima fotocamera fu una Walzflex 6×6 (imitazione giapponese della mitica Rolleiflex biottica) che mio padre mi regalò intorno al 1955. Viaggiando con mio padre, da ragazzino usavo un po’ le sue Leica e le sue Hasselblad. Poi, nel 1968, acquistai la mia prima Nikon F e da allora ho sempre usato Nikon: ne ho avute un’infinità.

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Eritrea 1996: bagno nelle acque delle Isole Dahlak, Mar Rosso.

E, dall’altra, cosa ha rappresentato, per te e per l’editoria italiana, l’esperienza di Airone, per il quale hai lavorato dal 1981 al 2002 realizzando centinaia di reportage?

Sì, per più di un ventennio Airone è stato la mia vita. Con la sua copertina gialla, la carta patinata, una stampa e una grafica strepitose, questo mensile era stato definito il National Geographic italiano, anche se in realtà aveva contenuti più marcatamente naturalistici. Non tutti lo sanno ma nel 1986 Airone superò le 260.000 copie e fu considerata uno dei più grandi successi dell’editoria italiana. E io ebbi la fortuna di vivere tutta la sua epoca più gloriosa. In virtù dell’esperienza di reportage internazionale che già avevo accumulato, venni convocato in redazione nel 1981 quando ancora era in preparazione il numero zero. E ne nacque una collaborazione che mi portò a produrre circa 200 grandi reportage (ripubblicati poi anche da riviste europee come Geo, Terre Sauvage e Grands Reportages), rimanendo in giro per il mondo fino a otto mesi all’anno per più di vent’anni.

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Firmate da Pellegrini, alcune delle copertine del mensile Airone da me diretto dal gennaio 1986 al novembre 1994.

Sei stato anche testimone di grandi eventi storici, come la grande carestia dell’Etiopia nel 1985, la guerra civile in Afghanistan nel 1990 e la tragedia dei Curdi dopo la guerra del Golfo in Iraq nel 1991.

Furono servizi che mi erano molto congeniali perché, per mia formazione, sono molto vicino alla storia e alla geopolitica. E lì ebbi modo di toccare con mano quanto di peggio e di meglio possa fare l’uomo. In Etiopia, nemmeno una carestia di proporzioni bibliche che mieteva milioni di vittime riusciva ad arrestare una sanguinosissima guerra fratricida con l’Eritrea. In compenso, gli allora arcinemici d’Europa, la Nato e il Patto di Varsavia, proprio in Etiopia per la primissima volta univano le proprie forze militari per portare aiuto a quella popolazione stremata che moriva di fame e di sete. La miseria infinita che vidi superava ogni mia possibile immaginazione ma quella cooperazione militare cui potei assistere in prima persona volando su elicotteri e aerei dei due blocchi, fu un evento assolutamente storico, il primo segno di disgelo che avrebbe portato alla pacificazione tra Est e Ovest alcuni anni dopo.

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Makallè (Etiopia), 1985: in un campo profughi gestito dalla Cooperazione italiana si aspetta la distribuzione del pasto.

In Afghanistan, le truppe d’invasione sovietiche avevano da poco abbandonato il Paese lasciando sul terreno milioni di mine antiuomo sulle quali la gente continuava a morire. Ai sovietici erano subentrate le Nazioni Unite con una missione di artificieri e di agrimensori incaricati di sminare il territorio e di ripristinare l’agricoltura in modo da consentire il rientro in patria di milioni di profughi afghani fuggiti in Pakistan. In questo mio amatissimo Afghanistan, che avevo conosciuto cosi bene molti anni prima in tempo di pace, tanto che vi avevo dedicato la mia tesi di laurea, ero tornato con una scorta armata, su un convoglio dell’ONU che aveva attraversato una terra di nessuno dove qualsiasi cosa poteva accadere. Qui non venivo più a fotografare scenari incantati o etnie da mille e una notte, ma sminatori che estraevano mine antiuomo a pochi centimetri dal mio obiettivo e volontari che cercavano di riportare la vita là dove la vita non c’era più. E poi il Kurdistan iracheno. Durante la Guerra del Golfo, decine di migliaia di Kurdi incalzati dalle truppe di Saddam Hussein si erano rifugiati sulle montagne di confine con la Turchia, accampati in condizioni miserrime con freddo e neve. Ma finalmente arrivò l’esercito americano che spazzò via quello iracheno. Quando i Kurdi, aiutati dalle Nazioni Unite, poterono finalmente ridiscendere a valle nella loro terra, dove trovarono i soccorsi internazionali, italiani compresi, potei assistere alle più incontenibili manifestazioni di gioia della mia vita.

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Valle di Kandahar (Afghanistan), 1990: Daniele posa tra due mujaheddin.

Mi racconti l’impresa da Guinnes dei primati del primo giro del mondo in camion realizzata con Cesare Gerolimetto?

Questa è la breve storia del “Primo giro del mondo in camion”. 1967: Daniele Pellegrini, fotogiornalista, attraversa l’Asia in automobile dall’India all’Italia. 1969: Cesare Gerolimetto, appassionato viaggiatore, attraversa l’Asia in automobile dall’Italia al Nepal. 1969: Daniele Pellegrini risale il Sud America dalla Terra del Fuoco alla Colombia. 1972: Cesare Gerolimetto effettua il periplo dell’Africa con una Jeep. 1973: Cesare telefona a Daniele: “facciamo assieme il giro del mondo?”. Fu così che nacque l’idea di realizzare il viaggio automobilistico più lungo che si potesse immaginare, utilizzando il veicolo che, in quegli anni, risultava essere il più adatto ad un’impresa così logorante: un camion. La scelta cadde su un autocarro da fuoristrada appena entrato in produzione: il Fiat-IVECO 75 PC 4×4, 7 tonnellate, motore Diesel a 6 cilindri di 5.184 cc, quattro ruote motrici, differenziali bloccabili, verricello azionato dal motore. Sul telaio nudo del veicolo, venne applicato poi un furgone in lega leggera d’alluminio chefu adattato a semplicissima unità abitativa, senza aria condizionata né toilette, con il minimo indispensabile al viaggio: due letti a castello, armadi, cucinino, serbatoio di 170 litri d’acqua e quattro serbatoi supplementari di carburante, che elevavano l’autonomia dell’autocarro fino a 4.000 chilometri.

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Bolivia, 1978, lago salato di Uyuni, una tappa del giro del mondo in camion.

Lo scopo principale del viaggio era quello di produrre fotografie e reportage giornalistici nelle zone meno note del pianeta, sfruttando al massimo le possibilità di carico dell’autocarro, che consentiva di trasportare una imponente attrezzatura fotografica, integrata da molti altri materiali utili alla spedizione. Targato Vicenza, guidato da veneti, l’autocarro fu ribattezzato “Antonio Pigafetta”, in onore dello storiografo vicentino che nel XVI secolo accompagnò Magellano nella prima circumnavigazione del globo. Un nome che sarebbe stato di grande auspicio, visto che, dalle risultanze disponibili, questo sarebbe stato il “primo” giro del mondo effettuato da un singolo autocarro, quindi, addirittura un record che sarebbe poi stato registrato nel 1981 nel famoso Guinness dei Primati.

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Masai Mara National Park (Kenia), 1977: la migrazione degli gnu.

Dunque, il Pigafetta lascia l’Italia il 17 agosto 1976 e attraversa da un estremo all’altro ciascun continente: l’Europa, da Lisbona al Bosforo; l’Asia, dal Bosforo a Singapore; l’Australia, da Perth a Brisbane, con ritorno a Perth; l’Africa, da Città del Capo a Tunisi; e infine le Americhe, dalla Terra del Fuoco all’Alaska, tornando definitivamente in Italia il 19 aprile 1979, due anni e otto mesi più tardi. In tutto, 184.000 chilometri, toccando 48 paesi, con il 50% dell’itinerario percorso su strade sterrate, piste e fuoristrada. II viaggio del Pigafetta verrà diffusamente pubblicato dalla stampa italiana ed internazionale e porterà alla pubblicazione di due volumi illustrati: Un camion intorno al mondo di Daniele Pellegrini (Arnoldo Mondadori Editore, 1980) e Globe trucker di Cesare Gerolimetto (Tassotti Editore, 1982). Al termine di questa lunghissima avventura, io avrei continuato a viaggiare in tutto il mondo per oltre un ventennio come fotografo ufficiale del mensile Airone, mentre Cesare, che aveva iniziato a fotografare durante il giro del mondo, sarebbe diventato uno dei più grandi fotografi italiani, particolarmente specializzato nel paesaggio veneto, al quale ha dedicato una trentina di prestigiosi libri illustrati.

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Sud Africa, 1994: Boscimani.

Cosa pensi del momento attuale della fotografia?

È evidente a chiunque che il nuovo millennio ha portato in tutti i settori una rivoluzione tecnologica epocale, che riguarda in particolar modo la fotografia e la comunicazione. Fatalmente l’enormità di informazione che viaggia in rete o attraverso la televisione ha inferto un colpo quasi mortale alla carta stampata. Bisogna prenderne atto, così come bisogna saper sfruttare al massimo le opportunità offerte da una comunicazione così semplificata e globalizzata. La cassa di risonanza dei social network è senz’altro un fantastico mezzo di promozione per le mostre e i loro autori. Ma alla base di tutto sta la managerialità. Il fotografo, oltre che talentuoso, attrezzato e preparato deve anche sapersi gestire, e servirsi ad arte di tutti i nuovi mezzi offerti dalle nuove tecnologie. I giovani ne sono senz’altro avvantaggiati.

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Montefeltro, tra Romagna e Marche, 1994: resti di una torre medievale. In passato, da alture come queste, si usava comunicare con segnali di fuoco.

E il digitale cosa ha cambiato?

Il digitale ha reso la fotografia molto più facile edeconomica, e quindi alla portata di tutti. Chiunque, ormai, può produrre immagini importanti, anche con attrezzature a buon mercato, ferma restando la preparazione tecnica e culturale, associata alla creatività. La facilità di esecuzione e di diffusione globalizzata delle immagini ha avuto come logica conseguenza il crollo verticale dei prezzi, rispettando l’antica ma immutabile legge della domanda e dell’offerta. La conseguenza è che le immagini belle, ma “normali”, non hanno più mercato. L’interesse, a mio avviso, rimane sempre alto in presenza di soggetti effettivamente nuovi e non divulgati. Ed è fondamentale un costante aggiornamento tecnologico. La vera nuova frontiera, anche da un punto di vista commerciale, è rappresentata dai filmati, che sono ben più richiesti dalle maggiori agenzie.

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Ande argentine, 1978. Daniele tra colonne appuntite di ghiaccio chiamate Penitentes, perché ricordano ricordano processioni di monaci incappucciati.

Se dovessi fare una sola raccomandazione a chi ha la passione della fotografia, cosa gli diresti?

Se vuoi vivere di fotografia, sappi che è infinitamente più difficile di una volta. Ma se è solo una passione, coltivala più che puoi perché non finirà mai di darti soddisfazioni.

* Daniele Pellegrini è nato a Crespano del Grappa (Treviso) nel 1945. Laureato in Scienze Politiche all’Università Cattolica di Milano, con una tesi in etnologia dedicata all’etnia afghana dei Kafiri, è un figlio d’arte, in quanto i suoi genitori, Lino ed Elena Pellegrini, per oltre cinquant’anni hanno realizzato reportage fotogiornalistici in tutto il mondo.

Poco più che ventenne, Daniele inizia la carriera come fotografo di viaggio documentando due suoi raid automobilistici attraverso l’Asia ed il Sud America. Viaggi che lo portano a conoscere un altro viaggiatore, Cesare Gerolimetto, divenuto poi fotografo, che gli propone di unire le rispettive esperienze e compiere assieme il primo giro del mondo in camion.

Dal 1967 al 1981 i servizi fotografici di Daniele appaiono su numerose testate, come Epoca, Oggi, la Domenica del Corriere, Atlante, ecc. Dal 1981 al 2002 Daniele lavora per il mensile Airone (Editoriale Giorgio Mondadori). Partecipa inoltre a grandi progetti librari internazionali, come A day in the life, realizzati congiuntamente da gruppi di fotografi, scelti tra i migliori del mondo.

Nel 2001 la sua professione è oggetto di una tesi di laurea presso l’Università degli Studi di Parma, dal titolo: “Daniele Pellegrini, fotografo di viaggio”.

Per saperne di più: www.danielepellegrini.com. Contatti: la mail è [email protected] – cell.333.4071094 – Skype: danphoto45.

A PROPOSITO

Nella mostra le ultime immagini

dei tesori intatti di Palmira

Mentre stiamo mandando online questo testo, arriva l’ennesima, drammatica notizia dalla Siria in fiamme: i militanti dell’Isis hanno distrutto la facciata del teatro romano e il Tetrapilo nella città di Tadmu, l’antica città di Palmira, nota per il sito archeologico patrimonio dell’umanità. Lo riferisce l’agenzia di stampa ufficiale siriana Sana, che cita “fonti della società civile”. Ne sono prova foto da satellite a questo link: Palmira: Isis distrugge il Tetrapilo e la facciata del teatro romano. Il Tetrapilo, di epoca romana, è considerato uno dei ‘gioielli’ del sito di Palmira. I jihadisti dell’Isis hanno nuovamente occupato lo scorso dicembre la città che si trova nella provincia di Homs, nella Siria centrale, dopo che a marzo le forze di Damasco avevano ripreso il controllo della zona.

Nella mostra di Daniele Pellegrini, due immagini ci rimandano a quei tesori culturali prima della barbara distruzione. Eccole

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Il Tetrapilo, appena distrutto dall’Isis.

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Palmira, il teatro romano anch’esso distrutto.

Author: admin

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