Rosa, dall’Abruzzo
a Melbourne:
la memoria, la fantasia
e il potere curativo dell’arte

Una storia per dipinti, iniziata a Pacentro e affiorata
in una mostra nel Museo Italiano
della città più tricolore e più vivibile al mondo.
Piccola tessera del grande mosaico
della migrazione degli italiani in questo continente

INCONTRI ITALICI / DAL DIARIO DI VIAGGIO
IN AUSTRALIA (1)

a cura di Salvatore Giannella e Manuela Cuoghi

Melbourne è città di primati: da cinque anni vince il titolo di metropoli più vivibile al mondo (fonte: Economist) e anche la più italiana delle città australiane (74 mila sul milione e mezzo di tutto il continente, l’italiano è la seconda lingua dello Stato del Victoria, dopo l’inglese) e quindi luogo privilegiato per i cacciatori di storie che arrivano dall’Italia. Sono donne e uomini arrivati con la grande ondata migratoria dall’Italia negli anni Cinquanta che, insieme alla città leggera e colta, hanno dato vita a una nuova generazione che sta rafforzando la posizione sociale con professioni creative. Di molte storie, di numeri, di esperienze, di statistiche (il maggior numero di immigrati sono arrivati dalla Sicilia, 55.180, seguono Calabria, Veneto, Friuli e Abruzzo) mi arricchiscono Paolo Baracchi e Ferdinando Colarossi, custodi attivi del primo Museo dedicato agli italiani d’Australia al 199 di Faraday Street, nel quartiere di Carlton, e della memoria e lingua italiana in questo continente. L’incontro con Paolo e Ferdinando (e la chiusura di questa prima tappa australiana a casa di Ferdinando, in una serata generosa di ottimo cibo, musica e racconti) avviene mentre una specialista immigrata a sua volta dalla Cina, Wendy Chan, sta curando l’affissione dei quadri di una mostra che mescola colori, memoria e poesia, onorata dalla presentazione del dirigente del Victoria Museum, Moya McFadzean, e destinata ad accogliere i visitatori fino al 3 giugno 2016. La pittrice è di origine abruzzese: Rosa Agostinelli, classe 1935, da Pacentro, aspro borgo montano della Comunità Peligna ai piedi della Maiella (curiosamente, da lì venivano il mio docente di disegno, lo scultore Antonio Di Pillo, e da lì partirono verso gli Stati Uniti nel 1919 Gaetano e Michelina Ciccone, nonni della cantante Madonna). Rosa arrivò a Melbourne da sola all’età di 18 anni. A casa di Rosa, nel quartiere di Thornbury, raccogliamo dalla sua viva voce italo-anglofona una storia esemplare degli italici che lasciarono il Belpaese per la nuova terra australiana. Ecco i brani centrali del suo racconto.

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Rosa Agostinelli a 15 anni.

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“Pacentro (Where I Come From)”

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“My Father”

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“Love is in the Air”

Incoraggio tutti quelli che hanno un problema a dipingere. Per me prendere in mano pennelli e colori è stato un modo per raccontare a me stessa la mia vita, per superare difficoltà, per guarire il mio cuore spezzato, per sentire meglio la soddisfazione di aver vinto una sfida sognata a 17 anni in un paese d’Abruzzo lontano 16 mila chilometri. Una storia cominciata con il canto di una canzone, “Vola colomba”, con tre proposte di matrimonio e quella più affascinante per me, ragazza che si sentiva limitata nei suoi sogni nel borgo di Pacentro, della sorella che, già sistemata in una fattoria presso Melbourne, mi proponeva di partire per l’Australia nonostante lo choc e l’opposizione dei miei bravi genitori, Carmine e Cleonice: “Qui che cosa ti manca, Rosa? Abbiamo appena finito di costruire una casa nuova, hai un lavoro di sarta… Sei giovane e non sei sposata. Perché devi andartene?”. È vero, a Pacentro, che non è grande (oggi sono 1.300 abitanti) e ci conoscevamo tutti, stavo discretamente bene. Nei miei ricordi, la vita con la mia famiglia in Italia era bella. Quando andavo a messa la domenica; i vestiti che facevo da sola, grazie a quanto avevo imparato dalle suore; quando andavo a piedi al cinema; quando cucinavo io, facendo la pasta e gli gnocchi, il sugo di carne e badando anche ai due fratelli più piccoli. La sera, poi, si giocava in strada. Piccoli piaceri che avrei apprezzato anni dopo. Mio padre, pur essendo contadino, non ci faceva mancare niente. Nemmeno le favole: lo ricordo come un formidabile storyteller, narratore di storie legate alle romanze della musica classica, originate dalla sua passione per la musica (suonava la tromba e ha trasmesso nel DNA di figli e nipoti il gene delle note). Dicevo loro che mi sarebbe piaciuto vivere un’esperienza di vacanza, una holiday, poi sarei tornata indietro. Ho fatto di nascosto le foto tessere e i documenti richiesti dall’Australia da mia sorella. Poi in questura, accompagnata da mia madre, finalmente convinta. E un venerdì mi arriva la convocazione dall’ambasciata australiana di Roma per fare una full examination, medica e culturale. Ci vado con il taxi pagato da mio padre, dopodiché la signorina mi annuncia: “Lei può partire. Mercoledì prossimo, con la nave Australia, dal porto di Napoli. Il viaggio durerà un mese. Il biglietto lo paghiamo noi. Appena arrivata a Melbourne, chiami sua sorella”.

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“The Emigration of Lovers”

Quattro giorni per una partenza che mi aveva turbato e fatto sognare a lungo. E allora mi prese la paura. “Adesso hai scelto, vai fino in fondo”, mi disse mio padre. Tornai a casa, preparai la valigia, salutai i miei genitori e anche i miei corteggiatori: ne avevo tre, che per me si prendevano a botte. Li convocai e dissi loro: Listen me, non sposerò nessuno di voi”. Di loro tre mi piaceva in modo particolare un mio coetaneo, protagonista dei miei primi sentimenti d’amore. Avvenne in una bella giornata d’estate. A Pacentro potevamo uscire di casa la domenica, ma questo ragazzo non poteva aspettare la domenica. Sua nonna viveva di faccia a casa nostra e lui salì al secondo piano e da lì poteva vedermi in cucina. Tutto a un tratto sentii una gran voce che entrava dal mio balcone e pensai: “Di chi è questa bella voce? Della radio?”. Aprii la finestra di cucina e vidi questo ragazzo che era disperato di vedermi. Cantava queste parole: ‘Vola, colomba bianca vola!/ Diglielo tu/ che tornerò!/ Dille che non sarà più sola/ e che mai più/ la lascerò!’. Io mi commossi e cominciai a buttargli dei baci e anche lui faceva lo stesso. Al momento giusto mi buttava dei bigliettini dalla finestra e io scendevo a raccoglierli. Li leggevo e piangevo. Leggevo le sue parole: “Amore mio, tesoro, cara”. (A proposito: dove sono finiti gli uomini romantici? Io penso che non esistano più). Il 29 febbraio 1954 partii: è un giorno che ricordo inzuppato di lacrime. Al porto di Napoli mio padre e mia madre mi chiedevano: “Perché piangi?”. Si sentiva la sirena della nave e io piangevo disperatamente. Mi aggrappai a mio padre e anche lui piangeva. Volevo tornare a casa con lui, ma era arrivato il momento di dire addio all’Italia.

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“Goodbye Italy”

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“Profumo di ginestre”

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“My Father’s Light”

“Apri la tua casa”. Appena sbarcata a Melbourne, la mia prima sorpresa dolorosa: mia sorella Maria, che oggi ha 89 anni e che allora era sposata con una bambina, abitava sì nella zona di Melbourne ma molto all’interno, in un fattoria tra i boschi. Mi dissuase dall’andare a vivere con lei: “Qui non c’è lavoro, a Melbourne city sì, ti ho trovato una sistemazione da stiratrice. E abiterai presso una famiglia di compaesani di Pacentro”. Effettivamente all’epoca c’era una grande solidarietà per chi veniva a cercare fortuna. Mi ha emozionato vedere nel Museo italiano un’antica targa con la scritta: “Apri la tua casa a chi migrante viene in Australia, ospitalo finché non trova una sua sistemazione”. La domenica 29 marzo sono arrivata, il lunedì ero al lavoro come stiratrice e poi come sarta. Facevo le maglie e io, ragazzina, dovevo insegnare questo mestiere a quattro donne australiane molto più anziane di me, un po’ mi veniva da ridere e un po’ ci soffrivo perché non conoscevo la lingua e non capivo una parola. Allora dicevo: “Dio mio, cos’è questo? Non posso vivere qui se non posso parlare!”. Così ho cominciato a portarmi dietro una matita e un pezzo di carta. E chiedevo alla gente: “Cos’è questo in inglese?” E me lo scrivevo in italiano e in inglese. Poi chiedevo: “Va bene così?”, e poi: “Sì, ho capito”. Ecco come ho cominciato. Per sei mesi dopo il mio arrivo ho pianto ogni notte. “Che cosa ho fatto? Perché i miei genitori mi hanno permesso di venire qui?”. Poi mi sono detta: “Devi smettere di piangere perché è stata colpa mia se sono venuta qui”. Non potevo scrivere ai miei genitori che qui non mi piaceva, così ho deciso che sarei rimasta e che avrei cercato di migliorare la mia situazione. Grazie a Dio l’ho fatto. Aiutata anche dall’amore.
Galeotto fu un viaggio per andare a trovare mia sorella: il fratello della donna che mi ospitava mi accompagnò in macchina. Giunti in un paesetto a metà strada, ci fermammo a mangiare e lì incontrammo Vincenzo, un uomo originario di Sulmona che, appena mi vide, cominciò a corteggiarmi. E nonostante la mia resistenza, si fece dare l’indirizzo da mia sorella e mi scrisse lettere per giorni e giorni. Mi fece venire i dolori alla testa. Tentavo di levarmelo dai piedi, invece mi arresi e me lo sono trovato a fianco per tutta una vita. Ci siamo sposati nella chiesa di Sant’Ignazio con una bella festa in casa di un amico. Avevamo due caratteri diversi (lui amante della natura, della pesca, del silenzio; io amante della gente, del vivere sociale, della parrocchia e curiosa del nuovo) ma forse per questo l’unione ha retto. Abbiamo vissuto insieme 56 anni, due i figli (Mauro ingegnere, Pina ricercatrice), cinque i nipoti.

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Rosa Agostinelli oggi, con il ritratto di suo nipote Jack.

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“Self portrait at 21”

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“Self portrait at 35”

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“Healing of My Heart”

A 45 anni la passione per l’arte. Dopo 28 anni di lavoro come sarta, sono andata in pensione, ma non con la testa. Mi sono iscritta a un corso di inglese, ho frequentato biblioteche e librerie (argomento preferito: la salute) ma sentivo di avere un grande pallone dentro la mia pancia, mi sentivo incinta di un’energia misteriosa finché un giorno ho capito. Ero in un centro commerciale, sono capitata nel settore arte, e lì mi sono comprata gli attrezzi della nuova fase della mia vita: pennelli, vernici, tele. La pittura era la strada giusta per poter rappresentare la mia vita, i miei racconti, i miei desideri, i miei sogni. Ho chiesto a mia figlia di trovarmi un maestro per lezioni di pittura. Ho fatto dieci lezioni. Poi piano piano la mia memoria ha dato dimensioni e colori ai miei quadri. Il mio paese, la mia gente, la fede che mi ha sempre sostenuta: Gesù l’ho sentito sempre come un padre, soprattutto nei momenti di grande dolore come quando, due anni fa, mi è morto mio figlio, lutto del quale non riesco ancora a parlare. Li tenevo per me, i quadri, ma un giorno Antonio, un uomo che organizza i pellegrinaggi, li ha visti, li ha apprezzati e ne ha parlato a Paolo Baracchi, del Museo Italiano. È nata così la mostra. Oggi continuo a guardare la mia vita attraverso la pittura, io giovane e io oggi, con il desiderio di ritornare un giorno, come un cerchio della mia vita che si completa, a Pacentro, il piccolo mondo antico che porto con me nel cuore e nell’anima. Un punto di partenza e di arrivo per nuove riflessioni, nuovi racconti, nuovi quadri come quelli che vi hanno colpito e vi hanno portato a casa mia. Dove spero apprezzerete, tele a parte, la torta paesana fatta con l’olio d’oliva e le arance e un buon caffè con la moka. Un dono piccolo, genuino, che vi riporterà ai tempi di una volta, quando avevamo poco ed eravamo felici. A proposito: voi che avete studiato, perché oggi abbiamo così tanto e non sempre si è felici?

Cara, coraggiosa Rosa, apprezziamo tutto di te, della tua casa che da italiana tieni sempre pulita e in perfetto ordine, così come con la pittura hai dato ordine alla tua vita. E ci auguriamo che il sindaco di Pacentro, Guido Angelilli, voglia portare dopo Melbourne questa mostra tra quelle case d’Abruzzo vive ancora nel tuo cuore, in quella Pacentro che nel frattempo è entrato nel Club dei 257 borghi più belli d’Italia.

DA ROSA AGOSTINELLI

La vita è una foglia d’autunno

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Rosa Agostinelli, “Una foglia da autunno”

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Melbourne: l’artista originaria di Pacentro, Rosa Agostinelli, con la figlia Pina.

Melbourne – È una giornata ventosa, un po’ fredda; le foglie scendono continuamente e c’è una una pioggerella. Sono uscita fuori, ho raccolto una bella foglia, così: è bellissima. Guardando quella foglia, ho pensato alla bellezza della vita umana: si nasce, poi pian piano si diventa come questa foglia gialla. A me non piace molto l’autunno perché vedo le belle piante perdere le foglie. Ma ho pensato che questo mi fa capire anche della mia vita! Quando si parla della morte non è che moriamo: è solo che diventiamo come questa foglia, un po’ vecchia e anche bella. Con i suoi molti colori fa capire la bellezza della gioventù, che è tutta lì in quella foglia. La morte e le sofferenze sono come quando hai un vestito vecchio e lo devi mettere nel sacco! Ma l’anima non ha età. È per questo che dobbiamo essere contenti per l’anima che torna a Gesù per l’eternità. Siate felici, non turbate i vostri cuori! (Brano del mio diario scritto da me Rosa Agostinelli per Giannella Channel).

Rosa Agostinelli, Melbourne

PS: Alla destra del dipinto ci sono le foglie vecchie accumulate, e sopra una farfalla. Le farfalline aspettano di volare come la nostra vita quando si rinasce.

Author: admin

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1 Comment

  1. IL MODIGLIANI ABRUZZESE
    CHE SCELSE DI VIVERE
    NEL TAVOLIERE PUGLIESE

    A proposito di Antonio Di Pillo, l’evocato artista di Pratola Peligna,
    ecco la scheda biografica che ho curato su di lui per la sezione
    “Meravigliosa Capitanata” ideato dalla Biblioteca provinciale di Foggia
    e curata da Maurizio De Tullio (www.bibliotecaprovinciale.foggia.it).

    Abruzzese di nascita ma trinitapolese di adozione, fu inizialmente allievo negli anni Venti della Regia Scuola d’Arte di Sulmona. Dopo il matrimonio – celebrato nel 1940 nel suo paese di origine, con la tranese Angela Maria Iolanda Troysi – soggiorna per qualche tempo a Napoli, e dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e fino al 1951 vive, con la moglie farmacista, a Trinitapoli (allora in provincia di Foggia, oggi B.A.T.), non rinunciando a spostarsi sovente.

    Per diverso tempo vive a Roma, partecipando attivamente alle iniziative culturali della Capitale. Qui stringe amicizia con artisti e letterati importanti e partecipa in questo periodo alla VII e VIII Quadriennale d’arte. Nel 1968, deluso dalla frenesia della vita romana, torna a Trinitapoli, che sceglie quale residenza definitiva, ed è come l’inizio di una nuova vita. Lavora alacremente, partecipa a mostre prestigiose e riempie un salone di statue che, illuminate dalle ampie vetrate, sembrano ricevere dal sole uno splendore vitale.

    Antonio Di Pillo per quasi tutta la carriera segue una linea figurativa intrisa di poesia e di estrema semplificazione e stilizzazione, che affonda le radici nella cultura plastica mediterranea.

    Il Maestro fu anche grafico, medaglista e docente di educazione artistica nella scuola media di Trinitapoli. Nella città del Tavoliere pugliese si spense nel 1991, all’età di 82 anni.

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