Castello di Sammezzano:
un gioiello toscano,
un accorato appello

La storia di una rara fortezza sulle colline toscane, dove furono di passaggio
Carlo Magno, i Medici, il re d’Italia Umberto I: un esempio unico di orientalismo
in Italia ora in stato di totale abbandono fino alla prossima asta del 24 maggio.
Un tesoro che speriamo finisca nelle mani giuste, e che possiamo cercare
di salvare anche agendo nel nostro piccolo, con l’azione e la voce di ciascuno

PICCOLI MUSEI, GRANDI STORIE

testo di Benedetta Rutigliano* per Giannella Channel

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Ormai da anni, trovandomi costantemente alla ricerca di luoghi che possano appagare la mia mente con la loro bellezza, mi riprometto di depennare dalla mia lista di “posti da vedere assolutamente” il poco conosciuto Castello di Sammezzano, esempio di quell’architettura cosiddetta eclettica sviluppatasi in Inghilterra nel Settecento e propagatasi poi nel resto d’Europa. Un’architettura storicista che vede fiorire palazzi caratterizzati da un mix di stili, da quello classico, gotico, barocco, a quello romano, ma anche egizio, bizantino, senza escludere nessuna forma di esotismo, a seconda del gusto e delle passioni (a volte bizzarre) del committente.

Castello-Sammezzano

Facciata del Castello di Sammezzano, esempio unico di architettura orientalista in Italia, in località Leccio, nel comune di Reggello, Firenze. Il castello, di antiche origini, fu fatto restaurare completamente da Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona, tra il 1842 ed il 1889.

Un pizzico di Oriente nella culla del Rinascimento. Così davanti al Castello di Sammezzano ci si imbatte niente poco di meno che in uno dei rari esempi di architettura orientalista mai esistiti in Italia, uno stile moresco con richiami indiani, medievali, persiani, un vero e proprio maniero impregnato di uno sguardo verso l’Oriente de Le mille e una notte. Un viaggio per immagini nel lontano est recandosi a soli trenta chilometri da quella Firenze nota a tutti come la culla del Rinascimento, e più precisamente nei pressi di Leccio, frazione del comune di Reggello.

Castello-Sammezzano

Porte laterali: Castello di Sammezzano, particolare di una delle porte laterali della Sala d’Ingresso che reca l’iscrizione “Questa sala inventò ed eseguì il marchese Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona l’anno di nostra salute 1853”.

Da Carlo Magno ai Medici. Come in una fiaba, possiamo davvero scrivere che “c’era una volta”, sulla sommità di una collina, una fortezza medievale del IX secolo, e che secondo lo storico tedesco Robert Davidsohn, autore di una Storia di Firenze in sette volumi, vide passare proprio da questa fortificazione, nel 780, addirittura il re dei Franchi Carlo Magno, che era di ritorno da Roma, dove aveva fatto battezzare il figlio dal Papa. Nel corso dei secoli la proprietà del castello passò tra le mani di alcune delle famiglie nobili fiorentine tra cui i Gualtierotti, gli Altoviti, e persino i Medici. Nel 1605 la fortezza fu acquistata dal nobile portoghese Sebastiano di Tommaso Ximenes d’Aragona, che si unì in matrimonio con Caterina de’ Medici (figlia di Raffaello de’ Medici). La tenuta rimase in loro possesso fino al 1816, e divenne poi proprietà di Pietro Leopoldo, figlio di Vittoria Ximenes d’Aragona e del nobile pistoiese Niccolò Panciatichi. Alla morte di Pietro Leopoldo i suoi beni passarono al figlio Ferdinando, e tra questi c’era anche il Castello di Sammezzano.

Castello-Sammezzano

Foto storica del marchese Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona, responsabile del restyling del Castello di Sammezzano tra il 1842 ed il 1889: è grazie al suo gusto, e alla sua idea che il Rinascimento affondasse le radici a Est, che ospitiamo in Italia uno dei rari esempi europei di architettura orientalista.

Il sogno di un uomo libero. Fu proprio il marchese Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona, tra il 1842 e il 1889 (la data dell’ultimo restauro è indicata da una lapide collocata nella torre), a stravolgere completamente l’aspetto seicentesco del castello, modificandone la struttura preesistente sulla scia della corrente dell’orientalismo. Non per seguire una moda. Egli infatti era uno dei pochi a sostenere che le radici del Rinascimento fossero da ritrovare proprio nel lontano Oriente, e opponendosi al pensiero di molti (la scritta “libertà” si ritrova spesso nella sua dimora), fece di tutto per concretizzare la sua idea e rendere il suo sogno tangibile. Nella biblioteca di Ferdinando, inoltre, non potevano mancare quelle pubblicazioni che stavano fiorendo nell’Inghilterra del primo Ottocento, volte a diffondere il gusto per l’esotismo e per le architetture arabe in Spagna, come per esempio The Arabian Antiquites of Spain pubblicato nel 1815, in cui James Cavanah Murphy dedica oltre 70 tavole all’Alhambra, e Plants, Elevations, Sections and Details of the Alhambra di Owens Jones, edito in due volumi nel 1842 e nel 1845. Inoltre nel 1879 partì una spedizione di fiorentini per un viaggio di due mesi ad Alessandria d’Egitto e Beirut, testimoniato dalle primissime fotografie.

Una piccola Alhambra in Toscana. Il castello, per il cui restyling Ferdinando chiamò maestranze locali, risente incredibilmente di questi influssi, come documenta il saggio di Maria Cristina Tonelli Alhambra Anastatica, all’interno della rivista FMR (n. 4/1982). Mentre l’esterno si presenta in laterizio e senza troppe decorazioni (fatta eccezione per il corpo della torre annesso al centro della facciata opposta), negli interni già gli scaloni accolgono il visitatore con stucchi, motivi geometrici e vetri colorati. Una volta dentro, il susseguirsi di un centinaio di stanze che indossano fogge molteplici e cangianti, riempie di ammirazione e stupore lo sguardo di chi si ritrova nei diversi ambienti. Ricordiamo, tra le tante, la Sala delle Stalattiti, quella degli Specchi, quella da ballo, la Sala degli Amanti, quella dei Gigli, la Sala dei Pavoni. Ciò che decisamente ammalia di questo luogo è la profusione di decorazioni che mischiano forme gotiche e moresche, in alcune stanze uniformate da un candido bianco che media tra la ricca lavorazione dell’Islam e la quieta sublimazione della cristianità, in altre esaltate da un’esplosione cromatica e dai riflessi di tessere di mosaico, vetri coloratissimi, tutti incastonati in merlettati ricami, nicchie, rosette, in un continuo gioco di referenze e accurate simmetrie che conduce nell’atmosfera fiabesca e mozzafiato dell’Alhambra di Granada. Con variazioni continue nelle coperture, a volte stalattiti le cui estremità terminano con specchietti, a volte ventagli, ricercati piatti di ceramica, spicchi di stucco che vanno a comporre labirintiche geometrie.

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La Sala dei Gigli all’interno del Castello di Sammezzano, presso la località Leccio, nel comune di Reggello, Firenze.

Un parco da record. Il castello di Sammezzano è davvero un unicum, se poi si considera anche il parco che lo circonda, uno dei più vasti di Toscana. Esperto e appassionato di botanica, Ferdinando riorganizzò infatti l’ampia area di circa 65 ettari intorno al castello, il cosiddetto Parco Storico. Intorno all’antica “ragnaia” formata da una fustaia di lecci, fece collocare oltre 130 piante rare ed esotiche che introducevano già l’ospite al castello. Il Parco possiede un patrimonio botanico di inestimabile valore formato anche dalle specie arboree indigene, come per esempio le sequoie della California (passate dall’Inghilterra e acquistate a Firenze), di cui vanta la comunità di esemplari più ricca d’Italia, con oltre 57 fusti di circa 35 metri, cresciute in soli 150 anni (tali sequoie giganti sono anche le più antiche d’Europa). Fra queste la cosiddetta “sequoia gemella” alta più di 50 metri e con una circonferenza di 8,4 metri, che fa parte, tra gli alberi monumentali d’Italia, della ristretta cerchia dei “150 alberi di eccezionale valore ambientale o monumentale”. Tra le specie indigene meritano di essere citate numerose varietà di querce: il leccio, la farnia, il cerro, la roverella e, altra rarità, la sughera. All’interno del parco, inoltre, Ferdinando aveva fatto costruire diverse architetture in stile moresco, un ponte, una caverna artificiale con la statua di Venere (la citazione della Venus Genetrix del poema di Lucrezio), alcune piscine, fontane e creazioni in terracotta.

Castello-Sammezzano

La Sala degli Amanti all’interno del Castello di Sammezzano. La sala come la vediamo prese il posto del terrazzo presente nella struttura seicentesca, e rimane l’ambiente più luminoso del castello, interamente decorato con intrecci di stucco bianco e adibita a scriptorium del marchese.

Il marchese che sognava l’Oriente. Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona, nato a Firenze il 10 marzo 1813, fu protagonista della vita culturale, sociale e politica di Firenze capitale. Esperto di scienze, mecenate, collezionista, fu nominato socio onorario dell’Ordine degli Architetti e Ingegneri di Firenze, ma era anche botanico, cultore musicale, bibliofilo, imprenditore, intellettuale e politico. Aiutò con donazioni diverse istituzioni culturali di Firenze come l’Accademia di Belle Arti, il museo nazionale del Bargello, gli Uffizi, l’Accademia dei Georgofili e la Società Toscana di Orticultura. In campo politico fu un fedele sostenitore della causa nazionale; divenuto deputato del Regno nella IX e X Legislatura presentò le proprie dimissioni nel 1867 e nella Sala delle Stalattiti del castello dichiarò, con una frase in latino, la sua amarezza e delusione nei confronti del governo italiano: “Mi vergogno a dirlo, ma è vero, l’Italia è in mano a ladri, meretrici e sensali, ma non di questo mi dolgo, ma del fatto che ci siamo meritati i nostri mali. Nell’anno del signore 1870”. Nel corso del 1878 il castello ospitò anche il re d’Italia Umberto I, mentre il marchese, che nella dimora fatta costruire secondo il proprio gusto si ritirò dopo le delusioni politiche, qui morì di paralisi progressiva nel 1897.

Una storia da cambiare. Oscura è la storia del castello fino al secondo conflitto mondiale, quando l’architettura voluta da Ferdinando fu vittima dei saccheggiamenti nazisti (come sappiamo, molti tesori culturali furono razziati in quell’occasione, e molte opere sono ancora “prigioniere di guerra”: l’elenco è nel MAIO, il Museo dell’arte in ostaggio, a Cassina de’ Pecchi: link). Venne poi trasformato in un hotel di lusso, fallito negli anni Novanta e venduto all’asta alla società italo-inglese Sammezzano Castle Spa, che voleva recuperare e valorizzare per trasformarlo nuovamente in una struttura turistico-ricettiva. I debiti contratti con le banche non hanno permesso la realizzazione di questo progetto, e per questo il castello di Sammezzano è finito in uno stato di abbandono e decadenza, ed è diventato oggetto di continue aste, attualmente chiuso da 24 anni.

Castello-Sammezzano

La Sala delle Stoviglie Spagnole, Castello di Sammezzano, presso la località Leccio, nel comune di Reggello, Firenze.

Il mondo non si è fermato a guardare. Nell’aprile 2012 è stato costituito il Comitato FPXA 1812-2013, che promuove la conoscenza della vita di Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona (le sue iniziali formano l’acronimo del Comitato) e del castello di Sammezzano. Organizzando negli ultimi anni rare aperture straordinarie con visite guidate, il Comitato ha registrato oltre 10.000 richieste per ogni evento, numero che non è stato possibile soddisfare (hanno avuto accesso 800 persone per ogni apertura). Ora il Castello non può più essere visitato poiché in attesa della prossima asta fissata per il 24 maggio, che segue le due precedenti alle quali non si è presentato nessun acquirente, e che hanno visto il prezzo della meravigliosa architettura abbassarsi da 22.200.000 euro a 20.000.000 euro e infine a 15.000.000 euro, quotazione base per l’asta in vista tra tre mesi. Nel frattempo la dimora di Ferdinando rischia la rovina totale, insieme al suo parco esemplare, se non ci si affretta con un intervento di recupero e valorizzazione. O magari potrebbe finire nelle mani di qualcuno che ha intenzione di sfruttarlo per fini meramente commerciali e non finalizzati alla sua valorizzazione, o soddisfare interessi completamente privati, non permettendo l’accesso al pubblico neanche in occasioni prestabilite.

Castello-Sammezzano

La Sala dei Pavoni, Castello di Sammezzano, presso la località Leccio, nel comune di Reggello, Firenze.

Giovani intraprendenti e il potere della rete. Ho voluto parlare direttamente con chi si sta prodigando fermamente per questa causa, Francesco Esposito, trentenne di San Giovanni Valdarno con una laurea specialistica in Economia e Business Administration, da anni attivo per l’associazione no profit aretina Conkarma, che ha già in gestione un monumento recuperato dal degrado, Forte di Montedomenichi (nel comune di Cavriglia, Arezzo). Francesco mi racconta come in vista della prima asta deserta abbia deciso di lanciare, insieme ad altri amici, un’operazione di crowdfunding cercando di raccogliere tramite le donazioni almeno i 40.000.000 di euro necessari all’acquisto e al restauro di una parte del Castello e del Parco: “Si è trattato di un’azione evidentemente simbolica e provocatoria”, racconta Esposito, “poiché sapevo benissimo che sarebbe stato impossibile raggiungere quella cifra, ma volevo fare qualcosa di forte per risvegliare l’opinione pubblica. Il timore più grosso era ed è che il castello venga acquistato da qualcuno che ne faccia uso privato, non dando la possibilità a tutti di fruire di questo esemplare unico in Italia”. Dopo questa operazione (che si è conclusa con la restituzione delle cifre raccolte ai donatori), continua Francesco, “sono arrivati i primi contatti delle istituzioni e sono seguite due mozioni regionali e sette interrogazioni parlamentari, anche se ancora si è in attesa di risposte concrete”. Ma il giovane intraprendente non si è fermato qui: ha infatti lanciato una petizione su Change.org volta a “tradurre in realtà la naturale vocazione museale del castello di Sammezzano senza che sia sacrificata per fini di puro profitto”, e che in un paio di mesi ha raccolto quasi 20.000 firmatari. In più ha fondato la pagina facebook “Save Sammezzano”, che conta già oltre 83.000 Mi piace. Tutto questo movimento ha risvegliato anche l’attenzione dei media e di personaggi dello spettacolo e della politica.

Un appello accorato. Invito chiunque legga questo articolo e abbia a cuore che il sogno di Ferdinando continui a far sognare tutti noi, a firmare la petizione qui (link), e a eseguire nel proprio piccolo una qualsiasi azione, anche la semplice diffusione di questa storia, per tramandare le vicende di uno dei più begli esempi di orientalismo in Europa e farlo vivere ancora, seppur diversamente. Il castello è stato spesso set di spot pubblicitari, e il regista Matteo Garrone lo ha scelto per girare lo scorso anno il film a episodi Il racconto dei racconti – Tales of tales, con Salma Hayek. L’ultima ad averlo scelto come scenario nella videoclip della canzone Ora o mai più, in gara alla 66esima edizione del Festival di Sanremo, proprio una delle Big della nota manifestazione canora, la cantautrice salentina Dolcenera. Ma ora la sicurezza degli ambienti non è più garantita, ci informa Esposito: “Le facciate del castello stanno perdendo alcuni pezzi, i vetri di alcune finestre sono stati rotti, i delicati stucchi interni di muri e soffitti si stanno sgretolando e perdono intonaco, il secondo piano è molto compromesso”. È necessario fermare il degrado del tempo e gli atti di vandalismo il prima possibile e intervenire anche sul parco che conserva le piante esotiche più antiche d’Europa, per salvare questo esemplare di bellezza unico e renderlo accessibile a tutti. Non posso far altro che eleggere il Castello di Sammezzano a mio piccolo museo, con la speranza che questa definizione non rimanga solo un buon auspicio, ma diventi presto realtà. Mi appello ai privati e alle istituzioni chiedendo di non rimanere nel silenzio e di non rimandare più la questione, perché il tempo non solo fugge ma distrugge: perché ascoltino non solo la mia voce ma quella di molti, trasformando le speranze in azioni concrete, in vista della prossima asta.

INFO UTILI

Castello di Sammezzano

Benedetta Rutigliano è storica dell’arte con tesi sui muri dipinti e giornalista pubblicista. Ha curato, con Salvatore Giannella, la recente Guida ai paesi dipinti di Lombardia (edizioni Booktime).

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