Mala burocrazia: quel vigile in mutande
non faccia dimenticare mafie ed evasioni

LO SGABELLO DEL CITTADINO

testo di Guido Tampieri* per Giannella Channel

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Non disperarti:

uno dei due ladroni fu salvato.

Non illuderti:

uno dei due ladroni fu dannato

Sant’Agostino

Sospinta da una politica determinata a far dimenticare le proprie responsabilità addebitando i nostri guai ora a questo ora a quello, ha preso piede una percezione deformata della Pubblica Amministrazione (in sigla: PA) e un’idea espiatoria di riforma, che sembra individuare la criticità nei dipendenti. Identificati con un vigile in mutande, che campeggia sui media soppiantando mafie e camorra, l’evasione e le altre questioncine che ci tengono ancorati al fondo.

vigile-mutande-sanremo

Un fotogramma che ritrae il ‘vigile in mutande’, il dipendente del Comune di Sanremo diventato suo malgrado famoso per il video della Guardia di finanza che lo ha immortalato mentre timbrava il cartellino in maglietta e senza pantaloni.
 
L’inchiesta ‘Stakanov’ sull’assenteismo nel Comune di Sanremo ha portato all’ufficio procedimenti disciplinari 200 casi da esaminare. 5 per ora i licenziamenti, tra i quali proprio il vigile (Alberto Muraglia) in foto.

La convinzione che chi esercita una pubblica funzione rubi lo stipendio si è insinuata nell’opinione pubblica come acqua fra i sassi. Alimentata da un precario senso dello Stato e da una storica insofferenza alle regole.

“Non si può far niente”, è lo sconcertante slogan di un Paese che è ai primi posti nel mondo per l’evasione, la corruzione, la malavita, il lavoro nero, le morti bianche, l’inquinamento dell’aria, della terra e dell’acqua, i condoni edilizi e fiscali, il consumo di suolo. Abbiamo cementificato le coste e costruito porcilaie negli alvei dei fiumi.

E facciamo altri centri commerciali. Un po’ troppo per credere che tutto ciò dipenda solo da burocrati ciechi, sordi, corrotti e fannulloni.

“C’è anche gente che lavora”, concedono alla fine politici e giornalisti che non conoscono la dedizione di un pompiere, di un infermiera, della maestra che educa i nostri figli. Bontà loro. La PA non è un’entità a sé stante. Risponde agli impulsi della società e della politica. Ne assorbe pregi e difetti.

Fate una mappa della buona politica (si fa presto) e delle comunità nelle quali è radicato il senso civico e avrete il quadro del funzionamento della PA. È di lì che dobbiamo partire per capire dove e come intervenire per correggere quel che non funziona.

Ed è lì, alla sorgente della legittimazione, che dovremo tornare per creare un ambiente politico e culturale che orienti traiettorie e comportamenti della PA. Lavorare per gli altri non è come farlo per se’ stessi, acquisisce forza e significato quando la società ne riconosce l’importanza.

Oggi non succede, non abbastanza per rigenerare quel che si è spento.

È in atto un’involuzione: la qualità dei servizi non soddisfa, la considerazione sociale verso i dipendenti pubblici cala e per conseguenza la loro motivazione si regge solo sulla buona volontà. Che non sempre basta. Perché nel frattempo il contesto culturale è cambiato. Nei confronti di tutto ciò che è pubblico è insorto un pregiudizio. Ideologico.
Questa spirale va spezzata. Smettendo di civettare con l’umore del tempo. Agendo contemporaneamente sul fronte del miglioramento dei servizi e su quello della rivalutazione di una presenza essenziale per il funzionamento delle società complesse. Altrimenti la battaglia è persa.

Una riforma della PA che la faccia funzionare bene, tutta, ovunque, vale più di 10 Jobs Act. Chi riesce a farla merita riconoscenza eterna, con annesse statue equestri.
Chi pensa di realizzarla con tornelli e altre formulette per vellicare la pancia del Paese avida di capri espiatori ha più bisogno di cure del malato che vorrebbe guarire.
Non è così che si produce identificazione in lavoratori senza contratto, con le carriere bloccate, stipendi generalmente bassi. Che rischiano di smarrire il senso della loro missione per colpa di una politica incapace di indicare la via e di illuminarla con l’esempio.

Non sono i lavoratori che hanno fatto enti inutili, moltiplicato gli organici, portato ai piani alti gli incapaci. La burokrazia è un’espressione, non la causa del male. Litigare su chi ha messo prima le norme per licenziare è ridicolo.
Non si fa una riforma “perché chi ruba deve pagare”. La si fa perché la PA, come ha scritto un impiegato, è il segno distintivo di uno Stato che funziona davvero. La percentuale di ladri della PA non é superiore a quella di farabutti in Italia. 7.500 persone nelle stime della Guardia di finanza, due su mille. Sull’operato dei lavoratori c’è un triplice vaglio, amministrativo, contabile e penale. Quando sottraggono beni vanno in carcere. Come tutti. Chi sbaglia va punito. Commisurando la pena all’infrazione. Non si può togliere il lavoro a un professore perché ha urinato in strada. Licenziare si poteva anche prima di Brunetta. Ma costringere il dirigente ad avviare un procedimento sospensivo nei confronti di un impiegato infedele colto in flagranza è opportuno.
Chi ha operato nella PA conosce la preoccupazione per reati dai confini incerti come l’abuso e l’omissione di atti d’ufficio, nei quali possono incorrere anche gli onesti. Bisogna andare alla radice delle disfunzioni. Istituzioni e sindacati, assieme.

Parlare di merito va bene se mettiamo a punto meccanismi che lo garantiscano. Chi lo giudica, con quali criteri? Cos’è lo scarso rendimento, come si accerta? Nel privato decide il titolare, se ne assume la responsabilità, paga il prezzo dell’errore. La cosa si complica quando si tratta di servizi e non di bulloni. Quando “i padroni” cambiano e ti tocca lavorare nel Comune di un leghista con la pistola.
È bravo il vigile che fa multe o quello che non le fa? Forse è bravo a Berlino ma certo non sarà apprezzato a Roma.

Si, è complicato. Per cambiare bisogna rifuggire dalle semplificazioni e rendere incisivamente operante il principio di responsabilità. È la politica che fa le norme. Che deve per prima rispettarle. Garantirne il funzionamento.
Bisognerebbe chiedersi se le leggi non siano per caso fatte male, come in genere accade, e non siano troppe, come avviene. Se fai cento leggi che prevedono mille decreti attuativi, difficile che, anche riformando la PA, questi escano in sei mesi. Se ne fai dieci,con un procedere razionale a spina di pesce dei provvedimenti esecutivi che tiene conto della portanza della struttura, forse potrai avere cento decreti, e dunque riforme operanti, nei tempi previsti. Senza far volare gli stracci, senza capri espiatori, valorizzando l’apporto di tutti e di ognuno, producendo identificazione e il piacere di rendere un servizio riconosciuto.

Non sembra difficile da capire. Ma evidentemente lo è.

Guido Tampieri (Massa Lombarda, Ravenna, 1948) è un sindacalista e politico italiano. Laureato in giurisprudenza all’Università di Bologna. Eletto nel 1992 consigliere regionale dell’Emilia-Romagna, dove è stato componente delle Commissioni “Bilancio e programmazione” e “Attività produttive”. Della Regione Emilia-Romagna è stato assessore all’agricoltura dal 1993 al 2005 e assessore all’agricoltura, ambiente e sviluppo sostenibile dal 2000 al 2005. Dal maggio 2006 al maggio 2008 ha fatto parte del Governo Prodi II come Sottosegretario di Stato al Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali. È stato presidente della consulta nazionale del Partito Democratico per l’agricoltura.

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