“C’è poco tempo, vieni, giochiamo”:
le nuove Rime per niente di Adriano Sansa,
poeta della giustizia, dell’amore e del dolore

TEMPO DI POESIA

testo di Giuseppe Caccamo* per Giannella Channel

L’intensa vita di Adriano Sansa (già presidente del Tribunale dei Minori, già sindaco di Genova nella stagione di Mani pulite, già giovane pretore d’assalto negli anni ’70, da poco in pensione) è scandita dalle poesie che riflettono in gran parte un mondo di affetti e dolente della realtà dell’esule: esule da Pola. Ora è appena uscito il suo nuovo libro dal titolo “Rime per niente” edito dall’associazione culturale “La Luna”, la società marchigiana diretta da Eugenio De Signoribus famosa per le edizioni d’arte, rigorosamente a tiratura limitata, realizzate con sistemi di stampa tipografica, con caratteri mobili rilegate a mano. Il libro, dunque, quale oggetto prezioso, scrigno di emozioni profonde, capace di toccare corde inaspettate o sepolte nei ricordi (“La nuova luce che ti prende gli occhi se ti porto alla casa di bambina e tu di dentro canti”).

Sansa, dalla collina di Nervi che gli permette di scrutare il mar Tirreno del Golfo di Genova, si dedica alla poesia da oltre quarant’anni, benignamente contagiato dall’amicizia con Biagio Marin, e le sue pubblicazioni hanno ricevuto ottime critiche fin dagli esordi, negli anni Sessanta. Nasce a Pola nel 1940, esule dall’Istria con la famiglia, ha cambiato varie residenze: Polcenigo, Aviano, San Giovanni, Grado, Agordo dove ha trascorso l’infanzia, Conegliano, Varazze. A Savona ha studiato e vissuto l’adolescenza e la giovinezza. A Genova si è laureato in giurisprudenza, ha lavorato come magistrato ed è stato sindaco della città, eletto con il 59,2% come indipendente nella lista di centrosinistra Ha pubblicato, in poesia, Vigilia (Sabatelli, Savona 1967), La casa a Sant’Ilario (Resine, Genova 1977), Notti di Guardia (Sabatelli, 1982), Dimore (Ibiskos, Empoli 1993), Affetti e indignazione (Scheiwiller, Milano 1995), sempre nel 1995 ha dedicato ai giudici Falcone e Borsellino il poemetto Onore di pianti (Scheiwiller), Il dono dell’inquietudine (Il Melangolo, Genova 2003), La speranza del testimone (Il Melangolo, Genova 2010).

Editorialista di Famiglia Cristiana, ha collaborato ad Airone, a Persona e Mal’Aria di Arrigo Bugiani ed è stato condirettore di Resine, quaderni liguri di cultura.

Voce libera in magistratura e uomo di alta cultura, Sansa ama ricordare la nascita del suo desiderio di scrivere: “Se fossi nato in una famiglia con passioni musicali forse avrei suonato il pianoforte”, ha dichiarato in una intervista rilasciata allo scrittore e poeta Vittorio Cozzoli. “La mia, invece era una famiglia in cui si leggeva molto, mio padre amava i classici russi e Giacomo Leopardi, mia mamma spesso mi leggeva, o recitava, a memoria delle poesie, anche le sue. Tutti e due avevano la passione per Dante. In famiglia c’era un amore per la poesia altisonante, ai limiti della retorica, ma era pur sempre in relazione alla vita, alla forma della vita. Così è stato naturale nella mia adolescenza ritrovarmi col desiderio di dire, di essere presente con la poesia”.

Ma Adriano Sansa cita anche “il poeta”, così era soprannominato un suo compagno di liceo, che ha poi fatto carriera nell’editoria, un incontro importante che gli ha fatto maturare il pensiero di quella che sarebbe stata, nella vita, la sua espressione artistica. “Ricordo un mio compagno di scuola che mi faceva vedere le sue poesie e leggendole ho incominciato a pensare di scrivere qualcosa anche io. Lui, pur essendo coetaneo, ma più anziano per pratica di scrittura, mi dava i suoi giudizi, fermi, severi. Poi un giorno mi fece conoscere Angelo Barile, uno dei più famosi poeti liguri, e ho incominciato a portare qualche testo, di quelli che andavo scrivendo dietro ai fogli del calendario. Barile li teneva per tutto un periodo, taceva, dopo qualche mese diceva: ‘Puoi venire’. Allora vedevo i suoi segni, leggeri, qualche righetta sopra i miei versi. Poi un giorno mi disse: ‘Puoi dire qualcosa’. Non era molto, ma era il mio primo riconoscimento, una bussola per il mio fare poetico. Lui identificava la mia come una poesia degli affetti, e diceva bene. Però, quando ne accennava come a un possibile limite, la sua osservazione mi era ugualmente utile, perché in un certo senso confermava la direzione del mio sentire”.

Un sentire che si è alimentato di parole mandate a memoria a scuola o dopo, involontariamente: “Parole in lingua o in dialetto. Dei poeti letti nei libri o visti nei segreti del loro umano volto. Degli amici che anch’essi resistono scrivendo. Che leggono. Nel giro della lampada serale o nello splendore del mezzogiorno. Quelli che, come me, stanno per un mese, un mese, un anno, senza avere più la forza di aprire la pagina dopo la morte di un loro caro, poi d’improvviso s’accorgono di poter prendere in mano il libro di scuola, la Commedia, il Paradiso. O il libretto di Virgilio Giotti e le sue parole per i figli perduti. O ancora Leopardi. Credo di aver scritto per un simile impulso, per una precoce sofferenza fisica dell’infanzia, per la ferita dell’esilio dall’Istria della mia famiglia, per l’inquietudine della ricerca e il legame di una nuova terra, per l’intensità dell’amore e del dolore, per la meraviglia della luce, per il vento della Liguria e per altro che davvero non so”. Una miscela che ha generato una delle voci più alte e mature della poesia italiana.

A PROPOSITO

Sette poesie di Adriano Sansa

tratte da Rime per niente

Sono uno che naviga di notte

con il favore del vento d’autunno

che mitiga le terre e schiara il cielo.

Arrivare lassù, soli, in silenzio

prima d’abbandonare la giornata

al suo corso fatale. Anche le cose

rispettano così quest’ora estrema

del pensiero che vaga e forse intende

senza poterlo dire il tutto, il niente.

In me la vita inclina, ma resisto

in un luogo remoto posseduto

come in tempo lontano, l’uno e l’altro

da sempre vero eppure inesistente

dove mi son trovato adolescente

venuto su dal nulla verso il niente.

I luoghi sono tempi, ne è la prova

la nuova luce che ti prende gli occhi

se ti porto alla casa di bambina

e tu di dentro canti, sto in silenzio

vedendo l’orto di tanti racconti

favolosi e sinceri. Là tuo padre

appena ieri volava in discesa

per raggiungere il treno e poi sospeso

a filo della rena salutava

agitando la mano, grande gesto

pur se meno di niente dentro il tempo.

Il gioco, per Adriano

Che silenzio stupendo questa notte

di luci tra le foglie dei giardini

e passaggi divini tra le stelle

di fonti luminose come d’aria

dentro il buio dell’aria. Si avvicina

il bambino e capisce in un baleno

la grandezza dell’anima che osserva

e la condanna imminente proterva

sulla mano che indica nel cielo

leggera come un velo, carne, schiuma

che si scioglie in due giorni nella terra.

Così mi afferra dicendomi piano

‘c’è poco tempo, vieni, giochiamo’.

Esuli

C’era prima un albergo, al corridoio

si versavano stanze messe in fila

e le infiammava al tramonto la cima

rosata e d’oro del San Sebastiano.

Di notte esploravamo con la pila

un mobile a cassetti a noi vietato

con minaccia di botte. Poi scoprimmo

da un foro laterale che l’editto

proteggeva una traccia dell’infanzia

d’uno della famiglia, soldatini

di piombo e qualche biglia colorata

nascosta in un sacchetto, deprivata

del sole che nell’Istria l’accendeva.

(Zio Luciano, quel dei soldatini)

Morir come un soldà, solo, rimasto

fora de la bataglia, che no’l ciama

che’l ga pecà de quei che va davanti

e drio xè i morti butadi per tera

ma lui sta fermo, no’l trema no’l pianzi.

Scherzo, poi serio.

Le cicale confondono, è vacanza

come al tempo di scuola la stagione

senza nessun pensiero se non fosse

per la domanda che ieri, scherzando

immersi nel battesimo del mare

ti feci. Perché esistere, ti dissi

e chi ha deciso e perché non andare

direttamente al fine in paradiso

senza passare qui dove la guerra

mentre ti bagni decapita e strazia.

La croce fu un annuncio, ma non basta

a chi domanda: avanti l’esistenza

come fu non esistere, e poi quanti

si godettero il caos dell’esplosione?

Batte su in alto solo un colpo lieve

la campana consueta, una famiglia

si muove tra posate e porcellane

rispondendo a quel suono, nella cena

sono presenti con i vivi i morti

nell’aria mitigata del tramonto.

Scegli dove ti metti, dove l’uomo

s’acqueta dell’argento di stoviglie

e sa godere il pane giustamente

o con l’iniquo affanno, con il male

della domanda inquieta e l’arroganza

di chi non si rassegna, questi t’offre

la sconfitta sicura. L’ora incalza.

Quasi dovuto addio

Ora mi lasci andare, una promessa

che avevi in serbo tu forse da sempre

confidando in te stessa e in me sperando

un uomo forte tanto da tornare

incolume al pensiero dell’infanzia.

Anch’io ti lascio, d’improvviso, aprendo

la porta verso il nulla ma serbando

uno spiraglio al raggio luminoso

del vero paradiso dove ancora

ci sfiori la freschezza della carne.

Di te mi fido, ma lasciami al bosco

che adesso mi richiama più del mare

per camminare a maggio tra gli uccelli

e l’odore dei fiori e dei germogli

dove respiro meglio e dove meglio

si muore tra la morte delle foglie.

Cimiteri sotto la luna

C’era un bisogno d’essere nell’essere

se ha fatto tutto questo pur potendo

rimanere nel sogno di se stesso.

La scia di luna oscilla per il vento

e disegna cammini sulle acque.

Ma la diva d’argento non discende

a toccarmi sul viso come un tempo,

son io che pendo verso il paradiso.

Non c’è nulla di eterno, solo muffa

per tutto il muro esterno che costeggia

la strada ove s’abbuffa tutto il giorno

la vita di se stessa. Umido letto

di poco desiderio dove si usa

stare senza lamento. Passo, calmo

ma dentro aspetto il vento, aiuto, il vento.

Primo maggio

Hai fatto caso alle sedie in soggiorno

del tinello dei nonni, il primo maggio

si guardavano intorno nel tranello

della pausa festiva. Un breve raggio

di sole le colpiva. Verrà il giorno

che a causa del progresso della scienza

si saprà che vedevano, in memoria

insieme alla credenza tratterranno

la storia delle guerre, da un esame

del dna del legno verrà un segno

delle giornate grame di mio nonno

colto da infarto tra foibe e granate

giusto la sera prima dell’esilio.

Molto più avanti in piena primavera

entravi in scena tu, l’ora di cena,

la luce blu dal mare, il gelsomino:

tutto saprà narrare il tavolino.

Giuseppe Caccamo, è un giornalista con la passione per la poesia e per il teatro. Ha pubblicato quattro raccolte di versi: “50 gocce di pensieri”; “Il cuore dell’’ultimo romantico”; “Impronte”; “Cassiopeia, le vie dell’Impegno e dell’Amore”. È stato attore protagonista in commedie di Pirandello, Shakespeare, Pinter, Aykbourn, e attualmente è impegnato come attore/regista ne “La misteriosa scomparsa di W” di Stefano Benni.

Author: admin

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