Leonardo, bambino
e genio “lussureggiante”

QUANDO I GRANDI ERANO PICCOLI (2)

testo di Luca Novelli* per Giannella Channel

Cosa leggevano, come giocavano, cosa facevano i Grandi quando erano piccoli? L’infanzia dei Grandi intriga. Ecco perché ci interessano le loro avventure e disavventure, scolastiche e familiari. Ecco perché piacciono ai ragazzi: fanno sperare di andar lontano. Ed ecco anche il motivo per cui ho invitato Luca Novelli, il popolare scrittore, disegnatore e giornalista, autore di una lunga serie di libri di scienze per ragazzi tradotti in 22 lingue (per l’Italia, soprattutto la collana Lampi di Genio, dell’Editoriale Scienza) a tagliare idealmente il nastro di questa nuova sezione di Giannella Channel cominciando con Albert Einstein (link) e proseguendo qui di seguito con Leonardo da Vinci, nato dalla combinazione tra un padre fiorentino e una madre orientale, quasi certamente cinese (come leggerete in un testo di approfondimento raccolto dal sottoscritto da un ricercatore italiano a Hong Kong). Buona lettura. (s.g.)

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Leonardo da Vinci, Autoritratto (1513 circa), Torino, Biblioteca Reale. Leonardo (Vinci, 15 aprile 1452 – Amboise, Francia, 2 maggio 1519) è stato un pittore, ingegnere e scienziato italiano. Uomo d’ingegno e talento universale del Rinascimento, incarnò in pieno lo spirito della sua epoca, portandolo alle maggiori forme di espressione nei più disparati campi dell’arte e della conoscenza. Si occupò di architettura e scultura, fu disegnatore, trattatista, scenografo, anatomista, musicista e, in generale, progettista e inventore. È considerato uno dei più grandi geni dell’umanità.

I biologi lo chiamano “lussureggiamento degli ibridi”. È quando gli individui di due varietà molto diverse della stessa specie si accoppiano: i figli nascono con caratteristiche esaltate rispetto ai genitori. Nel 1451 a Firenze niente può essere di più diverso e lontano del nobile notaio Ser Piero da Vinci e Caterina, una delle servette del ricco Ser Vanni, cliente di Ser Piero. Caterina, poco più che bambina, era stata comprata come schiava a Venezia a un mercante mongolo. Forse Caterina è di nobile famiglia, forse è cinese, come ha ipotizzato il ricercatore Angelo Paratico in un libro diventato best seller in Estremo Oriente (vedi testo a seguire). Ma Caterina ha perso tutto, anche i ricordi della prima parte delle sua vita. Sicuramente è giovanissima e di fattezze delicate, una delizia per Ser Piero. Così accade l’inevitabile, le due estreme varietà si fondono e Caterina rimane incinta. Ser Vanni muore e Ser Piero, suo esecutore testamentario, porta la ragazzina che ha ingravidato nella casa di famiglia a Vinci. Qui, nella frazione di Anchiano, “nella terza ora della notte” del 15 aprile 1452 Caterina partorisce un luminoso bambino con lineamenti inediti e caratteristiche lussureggianti: è Leonardo.

Il padre di Ser Piero, nonno Antonio annota tutto: quante olive sono state raccolte, quando il grano è stato trebbiato, quando un bue è venduto o quando un bambino come Leonardo nasce nelle sue proprietà. È grazie al suo “librone” che sappiamo a che ora e che giorno è nato il nostro indiscusso genio del Rinascimento. Per il resto Leonardo è uno dei tanti bambini che nascono in gran quantità nel XV secolo: rischiano di morire nei primi mesi di vita e chi sopravvive (se è povero o figlio di contadini) ha ben poco da aspettarsi dalla vita. Lo status di Leonardo è questo. È figlio d’un nobiluomo e d’una serva d’incerta origine. È nato in una casetta, quella di Anchiano, sopra Vinci, che è in piena campagna e non è più confortevole di un pollaio. A Ser Piero non passa neppure per l’anticamera del cervello di regolarizzare in qualche modo il rapporto con Caterina, anzi, a Firenze sposa Albiera, figlia di un altro notaio. Caterina invece, per semplificare, vien data in moglie a un contadino di Vinci, tal Antonio di Pietro del Vacca, degno d’un soprannome che è tutto un programma: Attaccabriga. Caterina gli darà cinque figli, quattro femmine un maschietto, che non avranno certo l’affascinante vita di Leonardo.

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La casa natale di Leonardo ad Anchiano (frazione di Vinci).

Infatti Leonardo è un bambino speciale, splendente, che i nonni portano nella casa patronale di Vinci, lontano da Caterina e da una famiglia contadina che sta diventando ingombrante e affollata. Non lo fanno solo perché Leonardo è loro nipote. Ser Piero ne ha fatte di cotte e crude e ha sparso di figli mezza Toscana. Leonardo è uno dei tanti. Lo adottano perché i suoi occhi e il suo aspetto angelico li ha conquistati.

Nonno Antonio gli insegna a leggere. In casa ci sono libri non solo di legge e di conti, sono codici in verità, scritti a mano. Leonardo subito impara scrivere, anche se usa la mano sinistra. E disegna: sulla sabbia, sulla creta, su pezzi di legno. Suo zio Francesco, fratello minore di Ser Piero, è un po’ artista e gli offre i primi fogli di carta, materiale raro prezioso in questo secolo. Non se ne trova nella case dei poveri e dei contadini, ma il nonno è notaio e carta, penne d’oca e calamai non gli mancano. Zio Francesco lo guarda disegnare col carboncino. Così scopre il talento di questo strano bellissimo bambino e lo incoraggia. Francesco è più giovane e molto diverso da suo fratello Piero. È uno scapestrato, dicono i genitori, un bighellone che passa gran parte del suo tempo nell’osteria di Vinci, anch’essa proprietà della famiglia. Insieme, Francesco e Leonardo, esplorano le valli e le colline intorno a Vinci. Insieme visitano le chiese e le botteghe degli artigiani, dei vasai e dei fabbri, dove Leonardo incontra la tecnologia e gli ingranaggi che ritroveremo in molti dei suoi straordinari disegni.

Dove e quando li ha incontrati per la prima volta è un quesito che mi sono fatto più volte. Ero convinto che nella sua prima infanzia Leonardo avesse avuto una specie di imprinting tecnologico, qualcosa che lo ha segnato per tutta la vita. Leonardo, gran disegnatore di macchine e congegni, non cita mai questo suo primo illuminante incontro con perni, leve e ruote dentate. Eppure sappiamo molto della sua infanzia proprio grazie ai suoi appunti. Nel Codice Atlantico di suo pugno riporta persino un episodio risalente al primo o secondo anno di vita: “…ne la mia prima ricordazione della mia infanzia è mi parea che, essendo in culla, che un nibbio venissi a me e mi aprissi la bocca colla sua coda, e molte volte mi percotessi con tal coda dentro le labbra”. Questa frase sul nibbio, una specie di falco molto diffusa in Toscana, farà scrivere pagine e pagine a Sigmund Freud e ai suoi colleghi. Leonardo ha un rapporto -oggettivamente particolare- col sesso e i suoi simboli. Ad altri l’episodio del nibbio ha fatto intravedere una specie di profezia sul volo umano.

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La Gioconda (1503-1506), Parigi, Museo del Louvre, capolavoro che ha reso Leonardo celebre nei secoli. Secondo Paratico, la Gioconda (Monna Lisa) potrebbe essere l’immagine onirica di sua madre, Monna Caterina (ipotesi già avanzata nel 1910 da Sigmund Freud).

Comunque il quesito del dove e quando avviene l’imprinting tecnologico mi sembrava senza risposta. Fino a quando non sono stato a Vinci. Dopo aver visitato i due musei, sono risalito a piedi fino alla casa natale di Leonardo. La località Anchiano è nel bel mezzo della collina coltivata, tra campi di grano, vigneti e oliveti ben tenuti. Ecco il paesaggio che ha visto Leonardo nei primi anni di vita. Solo questo? No. Mancava qualcosa. E un cartello fa capire cosa. La casa natale di Leonardo è a una quota maggiore del borgo che dista alcune centinaia di metri. Sotto di essa scorre un torrente che poi passa sotto Vinci. Il cartello dice: “Via dei Mulini“, anche se ora non si vedono mulini. I ruderi, se sono rimasti, sono nascosti dalla vegetazione. Ecco cosa mancava al panorama: i mulini, con le loro ruote e la forza dell’acqua che faceva funzionare tutto il mondo di Leonardo. Non solo mulini per macinare il grano o il frantoio per le olive, ma anche mulini che muovevano torni e ingranaggi, per battere il ferro, forgiare armi, fabbricare carta o segare il legno. Ecco, dove Leonardo li vede per la prima volta con i suoi strani occhi da bambino: sotto casa, tra Anchiano e la casa dei nonni.

Suo padre Ser Piero viene raramente a Vinci. Arriva col suo bel cavallo bianco e poi se ne va. Non c’è un vero rapporto padre-figlio con Leonardo. Il ragazzino è solo uno dei suoi tanti figli legittimi o illegittimi. Sono abbastanza per formare una squadra di calcio. Ma i disegni che gli mostra il fratello Francesco e la vivace intelligenza del ragazzo gli fanno prendere una decisione inaspettata e per lui generosa. Quando Leonardo compie quindici anni lo porta con sé Firenze: non certo per fare l’apprendista notaio, professione solo per nobiluomini doc. Gli fa frequentare la scuola dell’Abaco, dove si studia musica e geometria, ma anche grammatica. Senza molto profitto, secondo i suoi maestri, Leonardo non vorrà mai essere “uomo di lettere”.

Così, un giorno Ser Piero, raccolti i suoi disegni lo porta nella mitica bottega di Andrea del Verrocchio. Sarebbe come portar oggi un adolescente nello studio di un archistar come Alessandro Mendini o Renzo Piano. L’atelier del  Verrocchio è situato non lontano da Piazza della Signoria e fa di tutto: grandi dipinti per chiese, progetti di palazzi, statue di bronzo, gioielli, decorazioni, scenografie e persino allestimenti per funerali. Ci lavorano giovanotti di belle speranze come (due nomi a caso) Botticelli e Piero Vannucci, detto il Perugino. È una fabbrica dove si lavora duro, ma dove si respira una libertà di pensiero e di costumi non comune al resto d’Italia. Si mangia, si beve e si scherza insieme tra compagni di età diverse, tra emulazioni, competizioni e gelosie. S’impara a diventare “grandi”.

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(Il battesimo di Cristo, particolare, Galleria degli Uffizi, Firenze). In questo dipinto di Andrea del Verrocchio, l’angelo di sinistra è curato da Leonardo che fu apprendista nella bottega del Verrocchio  tra il 1469 e il 1470, e crescendo dimostrò sempre più interesse nel “disegnare et il fare di rilievo”.

Quando Ser Piero mostra i disegni di Leonardo al Verrocchio, la sua “bottega” è la miglior scuola d’arte che ci sia al mondo. Leonardo viene accettato e come tutti i novellini comincia macinando pietre e miscelando colori. Poi imparerà e farà di tutto, fino a diventare un artista e un pittore finito. Diventerà così bravo da essere incaricato della finitura  dei dipinti del Verrocchio stesso. Anzi, in un quadro famoso dove sono raffigurati due angeli (Il battesimo del Cristo, oggi alla Galleria degli Uffizi a Firenze), dipinge l’angelo di sinistra. L’immagine è bellissima e ma anche ambigua, cosa che farà infuriare il maestro Verrocchio, per invidia, è stato scritto. Ma sensualità, ironia e persino un clamoroso scherzo all’interno della Storia dell’Arte potrebbe raccontare questo particolare, che poi fa parte di una immagine sacra. Meriterebbe un discorso a parte. Un bel tipetto, Leonardo ragazzino.

2. Continua. Prossima puntata: Konrad Lorenz.

luca-novelli-giardino-eden-agricoltura-expo-2015Luca Novelli (Milano, 1947) è un popolare scrittore, disegnatore e giornalista, autore di una lunga serie di libri di scienze per ragazzi tradotti in 22 lingue. Collabora con RAI, WWF e una serie di musei e università. La sua ultima fatica letteraria è il libro AYUBOWAN / I wish you a long life / To the Garden of Eden and back, edito in lingua inglese da Francesco Brioschi Editore in contemporanea a EXPO 2015.

A PROPOSITO

Ho incontrato a Hong Kong lo studioso italiano

che indica Leonardo figlio di una madre cinese

“Si chiamava Caterina e fu venduta a Venezia da un mercante mongolo”, mi ha detto Angelo Paratico, il ricercatore che ha destato molto interesse, non solo in Cina, per la sua dirompente teoria sul genio di Vinci

testo di Salvatore Giannella per Oggi n.18/2015

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Angelo Paratico (Turbigo, Milano, 1955: figlio del sindaco Giambattista, 1960-1975), da 32 anni risiede a Hong Kong dove opera nel settore tessile. Ha pubblicato il saggio in lingua inglese Leonardo di Vinci – A chinese scholar lost in renaissance Italy (Lascar Publishing), presto in edizione italiana. I risultati delle sue ricerche hanno destato molto interesse in Cina: La notizia della madre cinese, anticipata in Italia dal settimanale Oggi, ha raggiunto in Cina in soli due giorni quasi 5 milioni di visite sul web, mandando in delirio i cinesi, entusiasti di questa discendenza. Paratico è vicepresidente della locale sede della Società culturale Dante Alighieri. Per approfondire la sua conoscenza, qui il link del programma “esploratore” degli italiani all’estero Cara Francesca, su RaiItalia.

HONG KONG (CINA)

I cinesi si vantano di aver scoperto l’America, di aver inventato il calcolo, i gelati e gli spaghetti. Oggi mirano più in alto: Leonardo da Vinci era per metà cinese, nelle sue vene scorreva sangue orientale essendo figlio di una schiava che veniva proprio dalla Cina. Per la verità quest’ultima ipotesi, entusiasticamente portata avanti dai media locali, non viene da un cinese ma da un ricercatore italiano, a Hong Kong da 32 anni: Angelo Paratico, narratore di storie che ha già firmato vari libri. E l’ultimo, appena edito in inglese, sta suscitando scalpore: è al primo posto nelle vendite dei libri tramite Amazon in questo angolo d’Oriente. Stando ad Angelo, che ho incontrato nel tempio dei giornalisti esteri ad Hong Kong, la madre di Leonardo era Caterina, schiava di origine cinese.

Che Caterina fosse una schiava “profumata d’Oriente” l’avevano indicato già Francesco Cianchi e il direttore del Museo Ideale di Vinci, Alessandro Vezzosi; e anche le analisi fatte da Luigi Capasso, direttore di Scienze biomediche dell’Università di Chieti, a partire dalle impronte digitali rimaste sui dipinti, portano a Oriente: finora si diceva in Turchia. Invece Paratico scrive che Caterina, da ragazza, fu catturata dai Mongoli in Cina, portata come schiava in Crimea e trasportata via nave a Venezia allo scopo di venderla come domestica.

“La consuetudine di acquistare domestiche a Venezia era diffusa all’epoca, anche in Toscana”, mi dice Paratico. Che così continua il suo racconto. Il padre di Leonardo, Ser Piero da Vinci, era un notaio della Firenze bene. Fu lui a rilevare Caterina come domestica alla scomparsa di chi l’aveva avuta in casa (il ricco Ser Vanni di Niccolò, morto nel 1451, l’anno prima della nascita di Leonardo). Nel testamento di Ser Vanni si citava una domestica ceduta alla vedova, Monna Agnola dei Baroncelli: domestica che, nei documenti successivi redatti da Monna Agnola, non compare più. In realtà Ser Piero, frequentando la casa in via Ghibellina dell’agonizzante Ser Vanni, mise incinta la domestica Caterina. Un reato grave per l’epoca, che avrebbe potuto mettere fine alla carriera notarile di Ser Piero: così lui trasferì la domestica incinta a Vinci, dove la famiglia Da Vinci aveva una casa abitata dai genitori di Ser Piero e dal fratello minore, Francesco. Qui Leonardo nasce nella notte del 15 aprile 1452, scrisse suo nonno Antonio, senza citare né Ser Piero né la madre.

Dopo la nascita, Ser Piero si disinteressò del piccolo e congegnò un matrimonio con un poco di buono della sua cerchia: Antonio Di Piero del Vaccha d’Andrea Buti, soprannominato Attaccabriga. Da Caterina e Attaccabriga nasceranno cinque fratellastri di Leonardo (uno solo maschio). Lei finirà i suoi giorni a Milano, dove va a visitare Leonardo forse per un saluto finale: la malaria presa in Toscana le è fatale. “Chaterina de Florenzia, annorum 60” muore il 26 giugno 1494 nella parrocchia di Porta Vercellina, recita un documento in latino affiorato recentemente dell’Archivio di Stato di Milano Leonardo paga le spese del funerale: 123 soldi.

“Ser Piero da Vinci appare dalle mie carte come un uomo di pochi scrupoli che ebbe quattro mogli e almeno altri due figli illegittimi. Abbandonò il figlio avuto da Caterina esponendolo a rischi di violenze”, precisa Paratico. “Così la giovinezza di Leonardo trascorse con la madre vicina di casa dei nonni e dell’amato zio Francesco”.

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Il Ritratto di Ginevra de’ Benci è un dipinto a tempera e olio su tavola (38,8×36,7cm) di Leonardo, databile al 1474 circa e conservato nella National Gallery of Art di Washington. “Se si guardano le sue madonne e i suoi ritratti, come quello della Ginevra de’ Benci”, sostiene Paratico, “sembrano evidenti i tratti somatici orientali”

Da che cosa ricava Paratico la convinzione della vena orientale di Leonardo? Da più indizi. Intanto in quel periodo storico le schiave più numerose nell’Europa erano tartare, ovvero mongole, importate in Italia da territori occupati dai Mongoli via Caffa e Tana, due porti della Crimea (ancora oggi c’è un Campo della Tana a Venezia, porto di arrivo delle navi schiaviste). Una volta giunte nei due porti, erano rivendute in altre città d’Italia: in molti atti notarili c’è traccia di questo commercio. E che questa domestica potesse venire dalla lontana Cina lo farebbero dedurre anche alcuni dati biografici dell’orientalismo di Leonardo. Lui è mancino e, come i cinesi, scrive da destra a sinistra. Era vegetariano e il vegetarianesimo è di origine orientale. Nietzsche scrisse dell’occhio orientale, interiore ed esteriore, del genio vinciano. Se si guardano le sue madonne e i suoi ritratti, come quello della Ginevra de’ Benci, sembrano evidenti i tratti somatici orientali.

Aggiunge Paratico: “Secondo Freud, in un suo saggio del 1910 dedicato a un ricordo d’infanzia di Leonardo, la Gioconda altro non è che l’immagine onirica di sua madre, Caterina, e questa mi pare una delle cose più azzeccate dal padre della psicanalisi”. Infine è da aggiungere la suggestione delle terre d’Oriente sulle vedute paesaggistiche di Leonardo pittore. “Prendiamo un suo dipinto conservato agli Uffizi intitolato ‘Paesaggio con veduta dell’Arno’, riporta la scritta autografa a specchio ‘Dì di Santa Maria della neve/addì 5 d’aghosto 1473’. L’Heydenreich nel 1929 scrisse che quel disegno segnava la creazione del paesaggio in Europa, ma in una mostra organizzata a Londra nel 2013 lo schizzo di Leonardo fu affiancato a dipinti cinesi dal X secolo, e questo convinse molti che Leonardo deve aver visto dei disegni cinesi, forse dei ventagli dipinti su seta portati dai mercanti d’Oriente dopo Marco Polo”.

Altri e sottilissimi sono i punti di contatto tra Leonardo e la Cina, ma a questo punto il giornale cede il passo al libro e agli Studiosi con la S maiuscola, come il maggior leonardologo contemporaneo Carlo Pedretti (che, avvicinato dal sottoscritto nella sua casa in Toscana, ha definito “molto interessante” la teoria avanzata da Paratico, Ndr): quelli nelle cui mani Paratico depone umilmente la sua teoria.

Salvatore Giannella

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