La guerra dei ragazzi nel ricordo di un ex capo partigiano: Massimo Rendina

testo di Salvatore Giannella per L’Europeo/n. 6-2013

La Resistenza è stata una lotta di giovani. E i valori ai quali si ispirava sono ancora oggi validi. Così il 25 aprile di due anni fa un ex capo partigiano (poi bravo giornalista) mi testimoniò l’attualità. Contro le (interessate) trappole del revisionismo

L’uomo di 93 anni che mi sta di fronte in un salotto dei Parioli a Roma ha attraversato la storia dell’Italia del Novecento. E che storia: Massimo Rendina è stato ufficiale dell’esercito italiano nell’avanzata in Russia. Da partigiano, a 23 anni, ha ricoperto il ruolo di capo di stato maggiore della Divisione Garibaldi che ha pianificato la liberazione dai nazifascisti di Torino. Da giornalista, nell’Italia repubblicana, è stato compagno di redazione di maestri come Enzo Biagi e Lamberto Sechi e poi direttore del telegiornale della Rai dopo la scomparsa di Vittorio Veltroni. Da molti anni ricopre incarichi al vertice dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia e in questa veste gira per le scuole per tener fede «all’arduo compito» di spiegare alle giovanissime generazioni la Resistenza italiana, i meriti degli Alleati (americani, ma anche inglesi ed ebrei, tedeschi antinazisti e 5mila sovietici, tra cui l’eroe dell’Urss e medaglia d’oro al valor militare Fëdor Poletaev, e persino centinaia di azerbaigiani, vedi il nuovo libro edito da Sandro Teti Dal Caucaso agli Appennini, di Mikhail Talalay) e dei partigiani nell’aver salvato l’Italia dalla disumanità dei seguaci di Adolf Hitler e Benito Mussolini.

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Roma, 2003. Massimo Rendina (Venezia, 4 gennaio 1920 – Roma, 8 febbraio 2015), da partigiano comandante Max, ritratto nella sua casa romana. Suo zio, il colonnello Roberto Rendina, era stato ucciso a Roma nel massacro delle Fosse Ardeatine (335 civili e militari fucilati dalle SS naziste).

Come fai a conquistare l’attenzione dei giovani?

Raccontando loro la verità: larga parte della Resistenza in Italia è stata fatta da ragazzi e ragazze. Ricordo loro che all’epoca avevo 23 anni. L’8 settembre del 1943 mi trovavo per caso in famiglia, a Torino, in convalescenza. Avevo combattuto in Russia ma ero stato rimpatriato a Bologna, dove sono nato, perché mi ero beccato il tifo. Una licenza provvidenziale: il mio reparto di fanteria qualche giorno dopo fu decimato dalle truppe russe sul Don.

Rientrasti a Bologna, ma l’8 settembre ti colse a Torino. Come mai?

A Bologna vivevo e lavoravo. Ero redattore al Resto del Carlino, in redazione si vedevano tanti giovani che avrebbero fatto una grande carriera come Biagi e Sechi. L’8 settembre mi trovavo in casa di mio padre, questore nel capoluogo piemontese (non aderì a Salò e si rifugiò nel convento di San Giovanni Bosco). L’annuncio dell’armistizio gettò l’Italia nel caos. Io, che ero stato ufficiale nella campagna di Russia e avevo maturato una netta avversione ai nazifascisti, mi ritrovai a combattere contro di loro. Fu una scelta più sentimentale che razionale, e credo che questo accadde a molti giovani come me che ritennero di non potersi tirare indietro. Ebbe il suo ruolo anche il giuramento al re che aveva detto che bisognava immediatamente reagire contro il nemico tedesco.

Come avvenne il tuo arruolamento?

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Corrado Bonfantini nel 1933 durante l’esilio nell’isola di Ponza, in seguito alla condanna del Tribunale speciale. Venne liberato nel 1943.

Ero in un caffè storico vicino alla stazione di Torino, il Carpano. Vidi un tipo che esortava i presenti a prendere le armi. Scoprii dopo che era Corrado Bonfantini, futuro capo della Brigata Matteotti. Mi sono fatto avanti e ho detto: “Io sono disponibile, sono un ufficiale in congedo”. Nacque così il primo grumo di resistenza a Torino. Nei giorni successivi, con le prime azioni militari, mi fu dato il “grado” di capo di stato maggiore della divisione partigiana Garibaldi. Avevamo la base a Cocconato, nell’Astigiano. Ero giovane, guidavo molti ragazzi più giovani di me. E ai giovani si rivolsero i fondatori dei Gap (Gruppi di azione patriottica) nella clandestinità torinese: Giovanni Pesce e Ilio Barontini, ambedue già miliziani antifascisti nella guerra di Spagna.

Con i Gap, partì la vostra azione. A rischio di essere uccisi…

Con i Gap effettuammo attentati e sabotaggi a linee ferroviarie e tranviarie, colpimmo delatori, torturatori ed esponenti della Repubblica di Salò, militari tedeschi e ufficiali nazisti. Nei primi mesi del 1944 le azioni di disturbo dei partigiani in Piemonte furono talmente numerose ed efficaci che il federale fascista Giuseppe Solaro telegrafò allarmato a Benito Mussolini affinché gli mandasse rinforzi: in città si trovavano concentrati almeno 5mila partigiani, scrisse. In realtà ve ne erano poche decine, ma le azioni furono organizzate così che il nemico credesse di essere sempre sotto attacco.

Che armi avevate? Come ve le procuravate?

Nell’Astigiano, per un certo periodo ebbi il comando di  una quarantina di giovani e di cinque o sei ragazze provenienti dalla frazione torinese della Barca. Tra loro c’era anche un gruppo di disertori delle SS italiane: l’alternativa all’arruolamento dei rastrellati renitenti alla leva sarebbe stata la fucilazione o l’internamento in un lager in Germania. Erano riusciti ad allontanarsi dalla caserma, in uniforme e con fucili tedeschi Mauser. Mi impadronii di un autocarro della società del gas e raggiunsi con loro un reparto della XIX brigata e il commissario politico Adolfo Praiotto. Ma lui cadde prigioniero in un’imboscata che ci tese un contadino indirizzandoci verso la Mandria, dove avremmo dovuto trovare un carro armato in buone condizioni. Io stesso rimasi gravemente ferito. Dopo qualche giorno Adolfo sarebbe stato fucilato dai brigatisti neri. I miei ragazzi si erano confezionati un fazzoletto rosso con su scritto il mio nome di battaglia ‘Max’. Feci fatica a dissuaderli. A uno di loro è andata un’altra medaglia d’oro. Era il sedicenne Enzo Giraldo.

Sedici anni appena?

Aveva 16 anni quando lo incontrai io, ma già da un anno era un partigiano operativo. La sua storia (che ricostruisco in un libro edito da Teti e ripreso in un dossier dedicato nell’ultimo numero della rivista Il calendario del popolo) è significativa per capire il contributo dei ragazzi alla Resistenza. La famiglia Giraldo, di condizione modesta, viveva alla Barca, periferia di Torino. Qui vi era una sorta di sezione del partito comunista nel 1921. Una sfida ai fascisti. Un anno prima gli squadristi avevano incendiato la Camera del Lavoro. Tra il 18 e il 21 dicembre del ’21 compirono feroci scorribande uccidendo una cinquantina di persone. La Barca era considerata una “zona rossa” e tale rimase per tutto il ventennio e durante la Resistenza. Là si formò una delle prime bande partigiane, all’indomani dell’occupazione della città.

Stavi parlando del quindicenne Enzo Giraldo…

Enzo era chiamato “Cartuccia” per via dell’età e della corporatura. Ce n’erano altri come lui. Li ho incontrati nell’estate del 1944 sul colle di Superga. Erano accampati tra i cespugli sotto tende mimetiche. Erano bene armati, molti con i mitra Beretta, ottenuti con la tecnica del disarmo: pistola premuta sulla schiena del militare tedesco o fascista, da colpire se reagiva, o da eliminare subito per raccogliere pistola, fucile o mitra da trasferire in un automezzo di sostegno o su un carretto o su altro mezzo di trasporto a cura di un compagno dei distaccamenti in città o di una ragazza a piedi o in bicicletta, fornita di una borsa. Cartuccia si era già distinto in tali azioni, altre ne avrebbe compiute. Chiedeva il permesso di assentarsi per uno o due giorni dalla brigata, ritornava da solo o con altri giovani che volevano diventare partigiani, a volte su auto rubate, con le armi sottratte nelle azioni di disarmo, una volta guidando lui stesso una moto con la carrozzella.

Parlavi spesso con lui? Che cosa vi dicevate?

Lui e i ragazzi della sua età mi incuriosivano. Mi domandavo se vivessero quell’avventura con piena coscienza. Ero rimasto colpito, all’inizio della mia vita partigiana, da un coro di garibaldini che avevano intonato l’Internazionale, ma storpiando la parole in “impernazionale”, retaggio  dell’educazione fascista. Poi mi resi conto che anche nei giovanissimi stava avvenendo una rapida maturazione, come se vocaboli prima dovuti a pura retorica, acquistassero giusto senso: patria, libertà, primato della persona umana, uguaglianza, solidarietà. Certo, i sentimenti prevalevano: la fraternità tra combattenti, forse, era preminente. Ma conversando con quei ragazzi ci si rendeva conto che erano diventati, quasi d’improvviso, uomini. Cartuccia parlava del futuro, di una società felice nella quale lui sarebbe rimasto con me. Sogni, si dirà, ma contenevano un programma. Un futuro senza prevaricazioni, senza ingiustizie.

Com’è finito Cartuccia?

Un giorno, in un combattimento, viene ferito gravemente. Ha un braccio spezzato, due pallottole gli hanno leso il muscolo di una gamba. Cammina con difficoltà. Viene ricoverato nell’ospedale della divisione, installato a Viale (diretto dal professor Francesco Rubino che mi aveva seguito nell’avventura partigiana), ma se ne allontana appena ritiene di potersi muovere. C’è un rastrellamento in corso. Vuole raggiungere il suo distaccamento. Con lui c’è Aldo Scala, detto Bonaja, un garibaldino considerato già avanti negli anni (ne ha 33) che gli ha fatto da infermiere. E’ il 7 marzo 1945. Quando sono vicino a Frinco, odono gli spari delle armi automatiche, lo scoppio delle bombe a mano e il fragore di quelle di mortaio. I garibaldini stanno ripiegando da Castell’Alfero…

E’ il borgo del Basso Monferrato dove nacque nel 1774 Battista De Rolandis, ideatore del Tricolore italiano.

Sì, proprio lì. Cartuccia si apposta e spara con il suo mitra Beretta difendendoli mentre arretrano. Viene colpito una, due volte. Aldo è lontano una ventina di metri e corre a soccorrerlo. Cartuccia gli grida di mettersi in salvo. Ma l’altro rifiuta e gli è già vicino quando una raffica li coglie entrambi, in pieno. Li troveranno abbracciati, i volti sfigurati dai colpi di pistola sparati dai brigatisti neri.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in una cerimonia a Porta San Paolo, ha detto alle associazioni combattentistiche e partigiane: “Contate su di me”, aggiungendo: “E’ necessario far conoscere le storie e i valori della Resistenza”. Bisogna esserti grato, caro Rendina, per questa memoria preziosa che tieni viva.

Al presidente chiedo di colmare una lacuna. Riconosca i Cavalieri ella Liberazione. C’è quello dei Cavalieri di Vittorio Veneto per chi partecipò alla prima guerra mondiale. Perché non fare lo stesso per chi si è battuto per il ripristino della democrazia in Italia? Di nomi e di storie eroiche come quella di Cartuccia ve ne sono tante, ma chi ricorda i nomi dei protagonisti? Per restare a Roma e alla battaglia di Porta San Paolo, segnati questi nomi: il tenente colonnello Francesco Valletti Donini, il capitano Camillo Sabatini, l’operaio di Testaccio Maurizio Cecati, il professor Raffaele Persichetti, il fruttivendolo Ricciotti, il carrista diciottenne Bruno Baldinotti, il sottotenente Ettore Rosso, il sottotenente Gino Nicoli che, costretto a guidare un carro nemico, lo condusse volutamente in un campo minato….E poi Ugo Forno, l’ultimo caduto dei nove mesi di occupazione nazista della città. La sua storia richiama alla mente un racconto di De Amicis.

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Ugo Forno (Roma, 1932 – Roma, 1944), ultima vittima della Resistenza romana (insieme al compagno Francesco Guidi) e decorato con la medaglia d’oro al merito civile.

Ricostruiamola.

Ughetto (così lo chiamavano per la sua corporatura minuta) aveva solo 12 anni. Aveva trascorso il periodo dell’occupazione di Roma come tanti della sua età: scuola (seconda media dell’istituto Settembrini), famiglia borghese impegnata a sfamarsi, anche ricorrendo alla borsa nera, ostilità morale, niente di più, nei confronti dei nazisti e dei collaborazionisti fascisti. Nella notte tra il 4 e il 5 giugno del 1944 gli ultimi reparti tedeschi abbandonano Roma mentre gli angloamericani sono già in città. E’ una ritirata quasi senza combattere per la mediazione di Pio XII. Ugo, uscendo di casa, ha trovato, abbandonate, due pistole lancia razzo. Le nasconde nella sua camera, poi raggiunge piazza Vescovio. Si avvicina a un gruppo di persone che discutono. Non tutti i tedeschi se ne sono andati. Una squadra di genieri, dicono, sta minando un ponte ferroviario sull’Aniene. Ugo torna a casa, prende le pistole, va verso il fiume. Presso un cascinale vi sono cinque uomini armati di fucile. Si unisce a loro. Bisogna salvare il ponte Salario. La sparatoria è brevissima. Qualche fucilata, cui i tedeschi rispondono a colpi di mortaio per poi abbandonare il ponte che volevano distruggere. Sul terreno resta Ugo, ferito mortalmente alla testa e al petto. Gli altri sono feriti gravemente, uno morirà poco dopo. Un distaccamento di partigiani comandati dal sottotenente dei paracadutisti Giovanni Allegra, arrivato da lì a poco, non potrà fare altro che stendere su un carro il corpo di Ughetto coprendolo con un drappo tricolore e spingendolo a mano sin dentro la città.

C’è un revisionismo da parte di storici pur importanti, come Renzo De Felice, che parlano di una “guerra civile” tra due minoranze, quella partigiana e quella nazifascista, con in mezzo una grande “zona grigia” composta dalla stragrande maggioranza della popolazione, condizionata dalle grandi sofferenze e dall’esigenza che finissero, non importa come e con quale vinto e vincitore.

Ritengo questa versione inattendibile. Il numero dei sacerdoti, per la maggior parte parroci, uccisi dai nazifascisti (c’è chi ne ha contati 201, con 400 deportati solo a Dachau); il numero delle donne che hanno partecipato in armi alla lotta partigiana, molte cadute in combattimento, assassinate dopo essere state violentate, o deportate nei campi di lavoro forzato e sterminio; il numero dei partigiani giovanissimi, che per età non erano soggetti alla chiamata di leva, il che rende la loro scelta partigiana del tutto priva di motivazioni contingenti per sottrarsi all’arruolamento fascista; ebbene tutti questi ‘indici sociali’ smentiscono la tesi della “zona grigia”. Il percorso storico è intessuto di episodi che provano il contrario. E poi senza l’appoggio diffuso, capillare della popolazione civile sarebbero state impossibili la guerra partigiana, la Liberazione e la salvezza delle infrastrutture destinate a essere cancellate da un ordine già dato da Hitler.

Lei oggi è vicepresidente nazionale e presidente onorario dell’Anpi di Roma e provincia. Non teme che l’Anpi rischia di estinguersi con la sua generazione di ultranovantenni?

E’ vero, il numero dei partigiani si assottiglia alla velocità del fulmine. Ma noi non ci sediamo certo sulla poltrona della memoria. Nel 2006 a Chianciano l’Anpi decise che può iscriversi chiunque “ne accetti i principi statutari e i propositi”. Così l’Anpi è in forte crescita di iscritti proprio grazie ai giovani: a Roma, su 2.500 iscritti, di cui 890 donne, includendo i figli dei martiri e dei deportati noi partigiani saremo 43, tra cui sette donne ex staffette. Sugli oltre 150 mila iscritti in tutt’Italia, i partigiani viventi saranno 6mila/7mila. Ma i giovani tra i 18 e 35 anni sono più di 35 mila. Sono giovani che si riconoscono nella nostra Costituzione, che non è afascista ma antifascista, frutto del mosaico sapiente di tre anime: quella marxista, quella cattolica e quella liberale e del lavoro di bravi politici come Pietro Calamandrei che operarono con sguardo “presbite”, cioè volto alle generazioni future. I nostri giovani non cascano nella trappola revisionista che mette sullo stesso piano repubblichini di Salò e partigiani: da un lato c’era chi voleva l’oppressione e la schiavitù e dall’altro chi si spendeva per la libertà, i diritti e l’essere umano, per dirla con le parole di Primo Levi. Sono italiani che nutrono risentimento verso una classe politica e finanziaria che ha guardato principalmente ai suoi interessi e non ha saputo soddisfare la giusta sete di lavoro, di casa e di dignità. Sono italiani che guardano con sospetto a chi vuol cambiare nei suoi pilastri portanti la nostra Carta costituzionale, figlia della Resistenza. Carta che, più che cambiarla, va attuata favorendo quel senso della comunità che aveva in Adriano Olivetti il suo miglior spirito guida. Dando più forza agli Stati Uniti d’Europa e alle riformate Nazioni Unite, le grandi istituzioni che devono saper sanare le ferite del mondo.

Grazie, Massimo Rendina. Perché le parole che nascono a difesa della libertà, della democrazia e dei diritti umani, come per la nostra Costituzione, sono parole senza scadenza né geografia: attualissime oggi e anche domani. (s.g.)

Author: admin

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