Cose viste da lontano. 11 settembre 2001

di Flavio Caroli*

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Flavio Caroli (Ravenna, 1945). Laureato in lettere presso l’Università di Bologna, dal 1995 è professore ordinario di storia dell’arte moderna presso la facoltà di architettura del Politecnico di Milano. Dal 1997 al 2004 è stato responsabile scientifico per le attività espositive di Palazzo Reale di Milano, organizzando e curando numerose importanti manifestazioni. (Credit:
GIACOMO GIANNELLA / STREAMCOLORS)

Il Centro Studi Grande Milano organizza oggi, lunedì 12 maggio, un evento a Palazzo Reale e l’invito della presidente Daniela Mainini, con il direttore Roberto Poli, e dell’assessore alla Cultura di Milano Filippo Del Corno, suscita in me una grande emozione per almeno due motivi. 1) Perché l’autore del romanzo che viene presentato (Voyeur, edito da Mondadori) è Flavio Caroli, uno storico dell’arte che ammiro da anni, anche dapprima che il suo volto diventasse familiare a milioni di italiani grazie alla trasmissione della Rai “Che tempo che fa”, e del quale godo di una arricchente amicizia cementata dalla consuetudine di ritrovarci periodicamente al tavolo con l’amico comune Ottavio Missoni (il grande stilista scomparso proprio un anno fa di questi tempi). 2) Perché il libro, sul mio comodino da giorni, è dedicato al grande fotografo Romano Cagnoni: “I racconti di guerra sono in gran parte dovuti alle sue narrazioni”, avverte Caroli, facendo affiorare nella mia mente un antico collaboratore dell’Airone da me diretto (straordinario il suo reportage “Questi sono gli uomini marmo di Carrara”, nel dicembre 1987).
Voyeur è la storia di un fotografo che, nel corso di una vita, perfeziona lo sguardo come “strumento filosofico” per osservare e capire il mondo. L’eros e la bellezza, o viceversa l’orrore delle guerre dell’ultimo mezzo secolo (vissute in prima persona) hanno fissato nella sua mente ricordi e immagini sia sereni che tormentati. Il dipanarsi di storie legate ai servizi fa di questa terza fatica narrativa di Caroli un romanzo profondo e appassionante, che porta a riflettere sul potere delle immagini e su come le stesse possano influenzare la realtà.
Dal libro riproduciamo un capitolo riguardante il viaggio del fotografo in un giorno destinato a cambiare la storia del mondo: l’11 settembre 2001, giorno dell’attacco aereo a New York. A seguire, una testimonianza (arricchita da un album eloquente) che ho raccolto dal professionista e amico ritrovato, Romano Cagnoni, che oggi è tornato a vivere nella sua nativa Versilia dopo trent’anni passati a Londra, città dalla quale partiva per documentare conflitti internazionali per le più importanti riviste del mondo. Di Romano sapevo un particolare biografico agghiacciante: nato nel novembre 1935 a Pietrasanta, durante la seconda guerra mondiale fu un rifugiato a Sant’Anna di Stazzema. Solo un giorno prima dell’efferato eccidio nazista (il 12 agosto 1944 in quel borgo toscano furono massacrati 560 civili), Romano si trasferì in un altro paese, evitando per poco l’attacco. Egli ha accettato di ricordare per
Giannella Channel quel giorno particolare: The day before. Buona lettura. (s. gian.)

A Milano, la mattina dell’11 settembre 2001 era grigiastra. Né azzurra né veramente nuvolosa. Fabrizio si alzò controvoglia, controvoglia disse al taxista di portarlo all’aeroporto di Malpensa, controvoglia si mise in coda per il check-in e per spedire un bagaglio insolitamente pesante, con le attrezzature fotografiche. Spedì tutto, perché una macchina, in volo, non gli sarebbe servita a nulla. Si chiedeva perché diavolo aveva accettato il servizio per una sfilata di moda a New York, quando sapeva benissimo che doveva portare il cavalletto e altri materiali ingombranti.
L’aveva fatto perché lo pagavano bene, e questo era già qualcosa. Ma doveva confessarsi la verità. Da tempo gli mulinava in testa l’idea che un visibile finto come quello delle sfilate di moda può nascondere segreti e verità insospettabili. Bisognava fermarli con l’obiettivo, e interpretarli. Curiosità, ancora una volta. Era lì, a Malpensa, in una giornata grigiastra, per il vecchio vizio della curiosità.

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La copertina del libro Voyeur. I segreti di uno sguardo di Flavio Caroli (Mondadori, 2014)

L’aereo della Delta Air Lines partì, in orario, alle 12 in punto. Quattro file più avanti della sua, Fabrizio riconobbe uno stilista milanese che andava a New York per le sfilate.

Alle 4 del pomeriggio, ora italiana, la voce di una hostess annunciò che l’aereo stava per effettuare un atterraggio di emergenza, perché un passeggero si sentiva male.
Lì per lì Fabrizio, perso in altri pensieri, non capì. Poi raccolse le idee. Si alzò e fece una camminata fra le toilette in testa e in coda del velivolo. Tutti sembravano tranquilli, e di malati proprio non se ne vedevano. Qualcosa non quadrava.

Tornò a sedersi. Chiese a una hostess con cui era entrato in simpatia dove sarebbero atterrati. Lei rispose: “A Terranova, in territorio canadese”. “Ripartiremo presto?”. “Speriamo”. Ma il suo sguardo fu insolitamente allusivo, e parve lanciare un messaggio per il momento indecifrabile.
Fabrizio scrutò dal finestrino l’aeroporto di Terranova che si avvicinava. Era zeppo di aerei. Quando i passeggeri salirono sul bus, la sua inquietudine parve essere condivisa da molti. Era freddo, molto freddo.

La hall del terminal si aprì come un gigantesco accampamento. Migliaia di persone, delle razze più diverse, Fabrizio tentò di parlare con un pilota russo che, nella confusione, gli passò accanto. Il russo disse: “A disaster”, e continuò ad arrancare in mezzo alla gente.

Fabrizio aveva troppa esperienza di guerre e di caos per non intuire che l’unica cosa da fare era aspettare e guardare. Sostanzialmente, sospettava un incidente aereo avvenuto da qualche parte, con il conseguente tilt di molti aeroporti.
All’improvviso si accesero due grandi schermi. Si vedevano aerei che entravano nelle Torri Gemelle di New York. La scena, sempre quella, veniva ripetuta continuamente.

Fabrizio seppe che non doveva muoversi. Lo shock era enorme, palpabile. Ma la folla era perfettamente ordinata, e parlava a bassa voce.
Dopo un paio d’ore, arrivarono dei piccoli drappelli di donne e ragazzi della Protezione civile, che distribuirono bevande calde e cibo. Erano pallidi e gentilissimi.
Poi ci fu un comunicato ufficiale. I passeggeri di tutti i voli sarebbero stati divisi in gruppi, e portati in ricoveri di fortuna per la notte. L’appello, incredibilmente misurato, proseguì per due ore. Fabrizio salì su un pullman, che lo condusse in un grande albergo, dove fu indirizzato alla sala da ballo. Qui, i canadesi della protezione civile gli fornirono un sacco a pelo e un maglione di lana. Fabrizio si sistemò sul pavimento. Rabbrividì per il freddo. Poi si addormentò.

Quando si svegliò, era l’alba. Vide centinaia di sacchi a pelo, come un cimitero. La stilista dormiva a dieci metri da lui. Il suo involucro sembrava ansimare.
Andò avanti così per otto giorni. Fabrizio non faceva più domande, perché la risposta era invariabilmente: “Forse domani”. La generosità della Protezione civile risultava commovente. Ma Fabrizio fu colpito da un’altra scoperta, cui era impreparato. La situazione non generò aggressività. Uomini di tutte le razze mangiavano e defecavano fianco a fianco, non si parlavano molto, ma si rispettavano.

Dopo tre giorni di quella vita, Fabrizio aveva ceduto allo spirito di avventura. Aveva preso con è un polacco e un tunisino. Con mezzi di fortuna avevano raggiunto il villaggio più vicino. Si erano informati su un negozio di vestiti usati. Erano entrati, e avevano comprato coperte e giacconi. Fabrizio aveva pagato con un po’ di dollari che teneva nelle mutande. Era stato un pomeriggio divertente.

Al nono giorno, il passeggero del suo volo originario furono imbarcati su un aereo per Atlanta, sede della Delta Air Lines. L’equipaggio americano aveva i nervi a fior di pelle, e andava per le spicce. A Fabrizio fu chiesto se intendeva tornare in Italia o proseguire per New York. Fabrizio disse: “New York”.
L’aeroporto Kennedy era completamente vuoto e disperato. Terminal spettrali, niente taxi. Il bagaglio di Fabrizio, le sue preziose macchine fotografiche non si trovavano. Ebbe voglia di piangere. Passarono otto ore prima che il personale scoprisse che giacevo ai Voli internazionali, perché nessuna aveva previsto che un italiano si fermasse negli Stati Uniti.

Fortunatamente, la lobby dei fotoreporter funzionò bene. L’Associated Press mandò una macchina a prendere il fotografo italiano. L’autista passò per un Queens caldiccio e sonnolento. Manhattan sembrava un fumatore d’oppio imbambolato.

Sul ponte di Brooklyn, Fabrizio pensò che aveva visto cose inenarrabili, e non aveva fermato neanche un’immagine.
Poi pensò che per la prima volta la tragedia gli era capitata tra capo e collo per caso, senza che fosse stato lui a cercarla.
Chissà. Forse questo voleva dire che un ciclo della sua vita era finito per sempre.

* Condensato dal libro Voyeur. I segreti di uno sguardo, romanzo per immagini di Flavio Caroli (Mondadori, 2014).

A PROPOSITO

The day before

Sant’Anna di Stazzema, 11 agosto 1944.

Un giorno lungo una vita

testo di Romano Cagnoni per Giannella Channel

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Romano Cagnoni (Pietrasanta, Lucca, 1935). Ha dedicato la sua vita al fotoreportage. Per una biografia completa: centropalazzote.it

Le ristrettezze erano tante, per la mia famiglia composta da sei persone rifugiati da Pietrasanta nel vicino paese di Valdicastello; fra le meno gravi c’era la necessità di condividere una stanzetta di circa 12 metri per 2, però l’altezza del locale era ottimale, ci permetteva di avere il letto legato con delle funi al soffitto e avere lo spazio per accomodarci a un tavolo su cui mangiare; la dieta era polenta tutti i giorni, però mia madre, nella sua creatività ne variava la cottura e ci sorprendeva con polenta fritta, polenta arrosto, polenta alla bracia; talvolta polenta di castagne e quado si aveva la fortuna di trovare un po’ di latte con cui annaffiarla era un lauto pranzo o cena che fosse. Mi piacerebbe assaggiarne un p’ anche oggi che scrivo questi ricordi. La stanzetta, in un caseggiato con di fronte la veduta di una base militare tedesca, ci permetteva di vedere, la ferrraglia degli armamenti, l’arroganza dei suoi possessori, il maledetto profumo di buon cibo e un militare che veniva spesso ad amoreggiare con una vicina di casa.

I bombardamenti degli alleati si facevano più insistenti, fummo quindi costretti a sfollare di nuovo più in alto sui monti; trovammo un metato nel paese di Sant’Anna di Stazzema. Il metato, un casotto di pietra adibito normalmente ad ambiente per conservare il raccolto delle castagne, era molto piccolo, non si poteva starci tutti; quando pioveva, si infilavano dentro tutti e io finivo appiccicato a mia madre, particolare che, nel caldo estivo, non era certamente di suo gradimento, però io ne ero felice.

Mia madre e mia sorella, con altre donne sfollate, rischiavano il cammino di circa due ore per raggiungere Pietrasanta alla ricerca di cibo, il rischio più alto fu quando, per raccogliere della frutta, salirono su un albero di fico mentre tutt’intorno esplodevano obici sparati dalle navi degli alleati. Anche mia nonna fu “miracolata”: in un’altra occasione un obice sparato dai nostri “liberatori”, le esplose talmente vicino che la terra dell’esplosione le entrò negli occhi senza che nemmeno una scheggia la colpisse.

La piazzetta erbosa della chiesa di Sant’Anna era frequentata dai partigiani, anche loro alla ricerca di cibo, forse di informazioni o magari nella speranza di incontrare qualche conoscente e scambiare due parole. Essi si divertivano con noi bambini mostrandoci il funzionamento dei loro sten, dei piccoli fucili automatici lunghi quanto un braccio di noi bambini che, incoraggiati, provavamo a impugnarli.

Un combattimento dei nostri amici grandi contro i Tedeschi avvenne sul monte Ornato proprio quei giorni. In seguito Sant’Anna venne investita dall’ordine di sfollamento dal comando tedesco, revocato poi dal comando il quale annunciava che Sant’Anna era adesso qualificata come “zona bianca” ossia località adatta ad accogliere sfollati.

Mio padre e mio fratello decisero di riunire le poche cose che potevamo trasportare lungo la mulattiera e tornare a Valdicastello. Arrivammo in tarda sera e fu deciso di stabilirci per la notte in una capanna abbandonata: abbandonata dagli umani, ma non dalle pulci che tormentarono fino alle lacrime mia sorella, mentre io riuscivo a individuare, illuminata dalla luna, la casa nativa di Giosuè Carducci, poeta del quale la maestra a scuola ci aveva letto delle poesie. Il letto appeso al soffitto nella stanza dove ritornammo e i vicini che ci abbracciarono piangendo, fu li per lì una ritorno accogliente, quando si capì che le lacrime versate erano per la terribile notizia che quella notte le forze della SS avevano massacrato tutta la popolazione di Sant’Anna. Nel cortile del caseggiato, più tardi, un collaboratore italiano dei nazisti, raccontava (e se ne vantava) che aveva accompagnato i nazisti lungo la mulattiera fino al paese di Sant’Anna; sempre nel cortile lo stesso giorno, una signora sopravvissuta al massacro raccontava di come si era salvata: incolume, coperta dalla massa delle vittime dentro la chiesa, era riuscita a uscirne.

Con l’ottimismo dei “miracolati” ho fotografato molte guerre, nel Vietnam del Nord sono stato di nuovo sotto i bombardamenti americani, Non molto tempo fa in Cecenia ero con mia moglie Patti quando un missile lanciato da aerei russi si è piantato al suolo a circa 30 metri senza esplodere. É stato un miracolo? O più probabilmente l’incapacità tecnica dei costruttori.

Romano Cagnoni

ALBUM

di Romano Cagnoni per Giannella Channel

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Tel Aviv, 1973: nella guerra dello Yom Kippur (in cui furono coinvolti Siria, Egitto e Israele) un soldato israeliano, ferito agli occhi, viene sostenuto e guidato dalla moglie.

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Grozny, 1995: un guerrigliero ceceno sorride nello studio allestito da Cagnoni dopo un combattimento.

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Nustar, Croazia, 1991: un carro armato distrutto all’ingresso del paese diventato campo di battaglia tra serbi e croati, nella ex Iugoslavia.

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Hanoi, 1965: il presidente vietnamita Ho Chi Minh e il primo ministro Phan Van Dom posano per Cagnoni: sarà la copertina di “Life”.

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Carrara, 1986: uomini di marmo al lavoro nelle cave (dal libro “Caro marmo”, edito da Iveco/Fiat).

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Biafra, 1968: è la guerra civile in Nigeria e truppe in addestramento vengono riprese da Cagnoni con un obiettivo particolare che evidenzia l’umanità massificata.

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Afghanistan, 1980: i carri armati dell’Armata rossa avanzano verso Kabul. E’ l’invasione sovietica.

Author: admin

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