Gli applausi ai poliziotti condannati: non limitiamoci alla sola vergogna o indignazione. Cambiamo strada

testo di Ennio Di Francesco* per Giannella Channel

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La «standing ovation» dei poliziotti del sindacato Sap per applaudire tre dei quattro loro colleghi condannati in via definitiva dalla Cassazione a tre anni e sei mesi (il massimo della pena) di cui tre indultati, per «eccesso colposo» in omicidio colposo. Il diciottenne Federico Aldrovandi morì a Ferrara nel 2005 durante un controllo di polizia (fonte: la Stampa)

Certo, vergogna che un sindacato di polizia applauda a poliziotti condannati per violenza! Giuste le voci indignate! Ma perché nessuno ha voluto né ancora vuole vedere quanto da anni sta accadendo nell’arcipelago “forze di polizia”, culminato nel G8 di Genova, e ancor dopo? Che il cammino democratico di lunghe e sofferte battaglie, sancito infine nella legge 121/81, è stato tradito! Ciò nel pilatesco silenzio di politici, vertici sindacali, ministeriali, mass-media, salotti di cultura…

Certo, il tema è delicato e complesso, ma non è ora di agire, prima che la situazione diventi difficilmente gestibile? Di riflettere sul malessere dei “tutori dell’ordine” che svolgono ogni giorno con dignità e sacrificio il proprio dovere; sulla cattiva gestione del “sistema sicurezza”; sul tipo di selezione e formazione professionale; sulla necessità di razionalizzare e magari unificare, oltre anacronistiche competizioni, i vari organismi di polizia; sulla frammentazione sindacale; sulla strana “gendarmeria europea? Giorni fa il suicidio di un “tutore dell’ordine” si è aggiunto agli altri otto dell’ultimo mese. E recentemente, accerterà la magistratura come, un giovane è morto durante un intervento di polizia. E ancora scontri di piazza. Ma perché non parlare della mancanza di strategia nella razionalizzazione del sistema? Diceva, quasi come parole da testamento, il compianto collega e amico Antonio Manganelli: “Il discorso di riforma democratica a più di trent’anni dalla 121/81 non è compiuto; occorre rimboccarsi le maniche e agire”.

I presidenti del Consiglio Monti, Letta, e di recente Renzi, hanno ricevuto con raccomandata le mie modeste proposte, con conoscenza del presidente Napolitano, del capo della polizia Pansa e del comandante dell’Arma dei carabinieri Gallitelli. Sono disponibile a chi volesse. Ho cercato il dialogo con le signore Patrizia Moretti, Ilaria Cucchi, Lucia Uva e altri familiari di vittime di “violenze di polizia” per lavorare, magari in incontri insieme anche nelle scuole affinché, senza mai deflettere dalla rigorosa battaglia di giustizia, il rancore verso i pochi “tutori dell’ordine” che sbagliano e debbono giudiziariamente pagare non produca solo generalizzato pregiudizio oppure contagiosa ideologia tale da ricreare quei pericolosi solcati tra “forze di polizia e collettività” che l’Italia ha già tragicamente conosciuto e che il Movimento democratico dei poliziotti ha contribuito a spianare. Sono convinto che Federico, Stefano, Giuseppe ci aiuterebbero per evitare che quanto loro accaduto non debba mai più essere neppure immaginabile. Ho scritto in tal senso a conduttori televisivi, Fazio, Gruber, Floris… Ma che non sia più comodo per tutti, come scriveva Sciascia, lo stereotipo del poliziotto che ognuno vuole a disposizione nei momenti di necessità, ma che non si deve amare perché “sbirro” ignorante, brutto e cattivo?

Buona riflessione e auguri di ogni bene per questo Paese.

Ennio Di Francesco* Ennio Di Francesco, già ufficiale dei carabinieri e funzionario di pubblica sicurezza, figlio di maresciallo dei carabinieri morto per infermità in servizio, tra i promotori del movimento di democratizzazione della polizia, è autore del libro “Un Commissario scomodo” con prefazioni di Norberto Bobbio e Gino Giugni e del recente “Radicalmente sbirro”, intervista con il giornalista Rai Walter Vecellio (Noubs editore), con testimonianze di Marco Pannella e di don Andrea Gallo. E’ un uomo dello Stato che ha avuto una vita difficile per la sua intransigente fedeltà alle istituzioni della Repubblica.

Per approfondimenti: enniodifrancesco.it

A PROPOSITO

Fratelli

Un brano tratto dalla nuova edizione del libro Un Commissario, di Ennio Di Francesco, Castelvecchi 2014, pag. 342.

ennio-di-francesco-un-commissario Ho sentito il dovere di andare a trovare presso il loro negozio a Roma i familiari di Gabriele Sandri, il tifoso della Lazio ucciso l’11 novembre del 2007 (fu colpito dall’agente Luigi Spaccarotella, poi condannato a nove anni e quattro mesi in Cassazione per omicidio volontario, Ndr). C’erano il padre e il fratello. Mi sono presentato con voce sommessa: un ex commissario di polizia che esprimeva il dolore e le scuse certamente della maggioranza dei poliziotti. Quanto distacco e rancore nei loro occhi! Poi dal retro ufficio era sbucata a una signora dai capelli neri, il viso stanco e teso: aveva ascoltato. Mi ha dato una foto del figlio, radioso, sorridente, con sotto la scritta “Il tuo sorriso è la nostra vita”. L’ho abbracciata e sono uscito in silenzio, colpevole.

A Padova durante “la fiera delle parole”, iniziativa culturale in cui ogni anno l’infaticabile Bruna Coscia stimola momenti di riflessione, oltre alla presentazione del libro, ho accettato di partecipare all’incontro col pubblico in cui il regista Filippo Vendemmiati parlava del suo filmato: “Un ragazzo è stato morto” sul decesso del giovane Federico Aldrovandi una notte di settembre del 2005 durante controllo di volanti della polizia. Quanto disagio e quanta inadeguatezza avevo dentro nel cercare di penetrare il clima di sfiducia e ostilità che aleggiava intorno. Come spiegare che dei poliziotti, tra cui una donna, intervenuti per servizio avevano potuto trattare così un ragazzo, per quanto problematico potesse essere l’intervento?

Ho conosciuto Ilaria Cucchi alla presentazione del libro scritto col giornalista Bianconi in cui descrive come il fratello Stefano sia stato lasciato morire senza pietà dalle istituzioni nell’ottobre 2009 dopo essere passato attraverso rappresentanti di sicurezza, giustizia e salute, che dovevano prendersi cura di lui. Sono rimasto colpito dalla sua tenacia e ansia di verità. Poi l’ho rivista a un incontro di Articolo 21 insieme a Lucia Uva, la sorella del giovane Giuseppe anche lui morto nel giugno 2008 dopo un controllo che lo ha portato prima in una caserma dei carabinieri e poi in obitorio.

Ho tentato di comunicare, lo scorso 21 luglio, drammatico anniversario, con la madre di Carlo Giuliani. Ho sentito tutto il suo rancore contro ogni “tutore dell’ordine”. Resta comunque la speranza che, senza mai affievolire l’esigente richiesta di verità, scaturisca dal loro dolore un seme di fratellanza e di amore. Ho scritto loro in tal senso, ricordando i tanti “tutori dell’ordine” che hanno dato la vita per tutti: come di recente in ospedale, dopo un anno di atroce agonia, il carabiniere Antonio Santarelli massacrato da quattro sedicenni che aveva controllato alla fine di un rave party, l’ispettore di polizia Antonio Crisafulli, il brigadiere dei carabinieri Paolo Corbeddu, l’agente Maurizio Zanella, uccisi in servizio in pochi giorni di agosto 2012.

Ma come parlare al cuore di genitori, sorelle e fratelli, a cui è stato strappato un pezzo di vita? Forse un giorno! “La violenza e l’ingiustizia generano ingiustizia e violenza sia in chi ne è la causa che spesso in chi ne è vittima”, scrive il filosofo Bertrand Russell. Possa ispirare tutti l’alito che aleggiava nella “giornata della memoria” quando Licia Pinelli e Gemma Calabresi si sono strette la mano nella “sala dei corazzieri” dove il presidente Napolitano aveva con parole commosse ricordato l’ingiusta fine di Giuseppe Pinelli. Su questa via, nel quarantennale della strage di Piazza Fontana, organizzai a Pescara con l’Associazione Emilio Alessandrini un momento di incontro. Nell’Auditorium pieno di gente, dopo che ebbi ricordato l’indimenticabile compagno di scuola e ideali Emilio e letto la requisitoria con cui nel 1974 aveva denunciato la realtà stragista di “ordine nuovo” in collusione con “servizi deviati”, Agnese Moro portò il saluto dei familiari della vittime di Piazza Fontana; Marco Alessandrini ne scandì i nomi e Mirella, la sorella di Emilio, lesse con voce commossa i messaggi che ero riuscito a fare giungere, l’una sapendo dell’altra, da Gemma Calabresi e Licia Pinelli. Era forse la risposta alla domanda che avevo posto in quei tremendi anni di piombo:“ Lo sventurato Pinelli e il giovane commissario non sono pedine della stessa iniezione di odio che sta avvelenando l’Italia?”. Non conoscevo la signora Pinelli. Ne avevo avuto il telefono da un amico, con questo avviso: “Chiama, lei ascolta la segreteria telefonica; se vorrà parlarti risponderà, altrimenti lascia perdere”. Il cuore era balzato in petto al terzo squillo dopo: sono il commissario Di Francesco. Lei aveva risposto. Parlammo. Le loro esortazioni contro ogni violenza incarnano la speranza di “madonne” piangenti il dolore infinito. Poi seguì il concerto “per non dimenticare” nato su brani di “Frammenti di utopia” dedicati a Emilio, Falcone e Borsellino, Palatucci e i tanti martiri di giustizia; che il maestro Roberto Musto, conosciuto per caso o provvidenza in una chiesa di Roma, aveva sentito di arricchire di musiche struggenti e canti di un coro.

L’incontro fu dedicato a Francesca Dendena, presidente dei familiari dei Caduti della strage di piazza Fontana, che pur corrosa dalla malattia, aveva rivolto l’ultimo appello di verità per quell’ecatombe rimasta senza giustizia, il 9 maggio 2009 dinanzi al Presidente Napolitano. Quel giorno lo spirito dei martiri di ogni violenza erano lì.

Author: admin

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