Aiutateci a vincere contro gli invasori che minacciano le nostre radici agroalimentari

di Sandro Fracasso*

Da qualche tempo chi si occupa come me di autoproduzione in territori agricoli ai limiti del conveniente è seriamente preoccupato da ciò che sta minacciando il nostro tessuto produttivo. Se una volta montagna era dove finiva il pane e iniziavano i necci (deliziosi preparati a base di farina di castagne), ora sta sempre più divenendo il posto dove finiscono sia pane che castagne.

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Il cinipide galligeno del castagno o vespa del castagno (Dryocosmus kuriphilus Yasumatsu, 1951) è un insetto dell’ordine degli imenotteri fitofago detto galligeno perché induce la comparsa di ingrossamenti tondeggianti detti galle su germogli e foglie delle piante colpite nei quali la sua larva compie il ciclo vitale. Particolarmente dannoso per il Castagno e specie affini per cui ne viene considerato l’insetto più nocivo a livello mondiale a causa del veloce deperimento delle piante che attacca.

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Il Torymus Sinensis, insetto antagonista della vespa del castagno

La responsabile del crollo della produzione dei castagneti da frutto autoctoni è la vespa cinese, più precisamente il Cinipide galligeno. Si tratta di un insetto alloctono (asiatico), diffusosi dapprima in Piemonte a causa di importazioni di marze cinesi contaminate; di lì ha invaso tutti i castagneti della penisola e, in pochi anni, ha quasi dimezzato la produzione italiana di castagne. L’importazione di castagne ha fatto passare in sordina la cosa, anche se di fatto i prezzi dei frutti locali sono raddoppiati. Un possibile rimedio sembrerebbe un insetto antagonista (Torymus sinensis) che, lanciato in modo mirato su zone campione, ha dato prime risposte positive. Il condizionale è d’obbligo, visto che ci vogliono anni per l’insediamento dell’antagonista: solo in seguito si potrà valutare la sua efficacia su larga scala. Nel frattempo i castagni vanno concimati e annaffiati abbondantemente, per scongiurare che l’eventuale concomitanza di siccità e cinipide possa comprometterne la sopravvivenza.

La situazione sembra persino peggiore, in prospettiva, per l’olivicoltura. I più attenti avranno letto dell’avversità che sta disseccando olivi secolari nel Salento. In principio è stato ritenuto fosse Xylella fastidiosa, un batterio gram negativo isolato e studiato originariamente negli Stati Uniti, dove sue varianti attaccano vite, pesco, susino, agrumi, olivi. Per capire la sua pericolosità, si sappia che in alcune zone della California non si può più coltivare la vite, tanto è diffusa questa avversità. Attente analisi hanno però rivelato che il ceppo italiano sarebbe, sì, Xylella ma non la variante fastidiosa. A riguardo si sono espressi l’Università del Salento e la prestigiosa Accademia dei Georgofili, che hanno messo un po’ di raziocinio in una situazione che stava fuggendo di mano. Secondo i ricercatori il ceppo salentino potrebbe persino essere endemico nel leccese da migliaia d’anni con scarsa patogenicità per gli olivi. Quindi normale trovarlo in quasi tutte le piante, ma assurdo ritenerlo al momento l’agente primario responsabile del disseccamento rapido degli olivi. Giornali e amministrazioni locali da settimane diffondono la notizia di immediata necessità di estirparne numerosi esemplari (tra cui piante monumentali tutelate), sconvolgendo la già difficile vita degli agricoltori locali. C’è chi ritiene che questo terrore pilotato possa essere una strategia per far man bassa di biomasse a costo zero: presi dal panico, alcuni agricoltori stanno potando in modo drastico e si disfano della preziosa legna tagliata, non arrischiandosi a usarla per la stufa di casa. Il punto è che le piante si ammalano e finiscono col seccare, e la causa resta da individuare il prima possibile; altresì va compreso se possa essere a rischio di contagio anche il resto della penisola.

Scansione al microscopio elettronico di Xylella fastidiosa nel vaso xylem di una foglia di arancio infetta (foto da EW Kitajima, Xylella fastidiosa Genome Project)

Scansione al microscopio elettronico di Xylella fastidiosa nel vaso xylem di una foglia di arancio infetta (foto da EW Kitajima, Xylella fastidiosa Genome Project)

L’Unione Europea esige risposte ma non stanzia fondi, il governo invia commissioni. Di fatto, i margini di tempo sono limitatissimi. La zona a rischio è ampia, le piante coinvolte circa 600.000. Quello che mi preoccupa particolarmente è che il gran rumore che s’è fatto attorno alla Xylella fastidiosa possa rallentare la ricerca della vera causa. L’allarmismo ingiustificato può causare un disinteresse collettivo riguardo il problema, proprio quando serve il massimo impegno. In ogni ricerca scientifica l’eliminazione di una possibile causa per un fenomeno è un’informazione suppletiva di cui si dispone, ma resta ben lungi dall’essere la risposta definitiva. Questo è quindi il momento di inviare fondi e ricercatori esperti sul territorio per risolvere quanto prima questo complesso caso. In questa caccia al responsabile, è bene considerare che le mutazioni climatiche rendono possibili aggressioni anche da parte di patogeni normalmente non presenti nel nostro territorio.

L’aumento costante delle temperature nell’ultimo secolo ci sottrae uno degli insetticidi più efficaci, il freddo. Anche se si riscontrano numerose anomalie (ad esempio veloci ondate di gelo record), le medie climatologiche degli ultimi decenni sono orientate verso un aumento medio costante delle temperature, rendendo i nostri terreni fertile dimora per insetti che fino a oggi ci avevano risparmiato.

L’arresto del mutamento climatico è possibile solo sulla base di un intervento globale e sollecito e comunque con effetti apprezzabili in un arco di tempo considerevole. Nel frattempo, prepariamoci ad affrontare specie parassite esogene a noi sconosciute. Non ci aiuteranno l’abbandono delle campagne e la scarsa conoscenza del nostro patrimonio boschivo e della biodiversità a disposizione. Concludo specificando che il Cinipide galligeno non è un problema di chi coltiva castagni, così come il disseccamento degli olivi salentini non lo è degli olivicoltori: si tratta di problemi di tutti, che scuotono a fondo il nostro senso di coltivatori, consumatori e italiani. Sono minacciate le nostre radici agroalimentari; tutti i nostri migliori agronomi e biologi hanno l’obbligo morale di agire il prima possibile, finanziati dallo Stato e dall’Unione Europea, e in stretta sinergia con chi ancora si cura della nostra terra.

sandro-fracasso* Sandro Fracasso è laureato in chimica. Dopo una dozzina d’anni a occuparsi di laser e tutoraggio presso l’università di Ferrara, ha cambiato radicalmente rotta per dirigersi verso un paesino delle Colline Metallifere, in Toscana, con la propria Irene. Qui si occupa di autoproduzione, arte, giornalismo divulgativo e scientifico.

Author: admin

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1 Comment

  1. Accidenti ai cinesi. Adesso anche il cinipide…

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