Caro premier Letta, mi ascolti su due problemi urgenti dell’Italia: immigrati e fuga di cervelli

Uno studioso europeo di flussi migratori,
figlio di emigrati italiani, scrive al nostro
presidente del Consiglio dopo la strage
di Lampedusa e l’aumento dei giovani
che lasciano il nostro Paese. Nota
recapitata tramite Sette e Giannella Channel

testo di Marco Martiniello*

Signor presidente Letta,
la strage di Lampedusa del 3 ottobre scorso, con i suoi 365 corpi recuperati, ci ricordano ancora una volta in modo estremamente drammatico fino a che punto l’Italia e l’Europa sono alle prese con la realtà globale dei flussi migratori. L’emozione provocata da questa prevedibile catastrofe è intensa e legittima. Non deve però impedirci di riflettere per elaborare risposte politiche adeguate sul lungo termine destinate a raccogliere le sfide dell’immigrazione ma anche quelle dell’emigrazione.

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Marco Martiniello, docente all’università di Liegi e uno dei maggiori esperti europei di fenomeni migratori.

Sono un ricercatore universitario nel campo delle migrazioni da vent’anni. Dirigo fin dalla sua creazione il Centro studi sull’etnicità e le migrazioni dell’Università di Liegi. Essendo io un prodotto dell’emigrazione italiana del Dopoguerra, resto un osservatore attento della società italiana, ma sono un osservatore esterno, per nulla implicato nei meandri della politica del Paese.

A questo titolo mi permetto di suggerire alcuni elementi utili a raccogliere le sfide dell’immigrazione e quella dell’emigrazione in Italia e in Europa.

  1. Sarebbe troppo semplice, oltre che sbagliato, accusare le autorità e il governo italiano di questa catastrofe. Siamo di fronte a una questione europea e globale, che ha a che fare con l’inadeguatezza della politica europea sulle migrazioni. E’ urgente porre nuovamente il problema di una politica globale e integrata dell’immigrazione verso l’Europa nell’agenda politica europea. Mettere in conto operazioni umanitarie non cambierà in modo sostanziale le carte in tavola. Aumentare i controlli alle frontiere dell’Unione nemmeno. Affrontare la questione dell’immigrazione a livello europeo all’interno di una politica comune coerente, globale, proattiva, che preveda diverse vie di ingresso in Europa invece può farlo. Se migliaia di persone cercano ogni anno di raggiungere clandestinamente il territorio europeo, è perché non hanno alcun modo legale di entrare nei nostri Paesi. Come capo di governo di una grande potenza europea, Lei, presidente Letta, si trova in una posizione privilegiata per sollecitare uno scatto a livello europeo su questo tema, convincendo i suoi omologhi e il presidente della Commissione a riaprire questo cantiere. Combattere le derive legate alla politicizzazione della questione migratoria. Quando alcuni esponenti politici propongono di “usare i cannoni” per rispondere alla “minaccia” dell’immigrazione, oppure di lasciare morire in mare chi cerca di emigrare, ci troviamo ben oltre i limiti della libertà di espressione, si sconfina nell’insulto all’umanità e nell’incitamento all’odio razziale. E’ dovere di ogni Stato democratico utilizzare gli strumenti giuridici per contrastare questi discorsi pericolosi che danneggiano l’immagine dell’Italia all’estero.
  2. Come altri Paesi europei, l’Italia vede andare via una parte dei suoi giovani, soprattutto (ma non solo) diplomati. Ovunque io vada, incontro giovani italiani altamente qualificati. Se decidono di spostarsi a Bruxelles o a Berlino non lo fanno perché non amano più il loro Paese, ma perché pensano che l’Italia non abbia niente da offrirgli e non li voglia più. Questi giovani sono il futuro del Paese. Costringerli all’esilio vuol dire privarsi di forze vive che hanno tutta la capacità di dinamizzare il Paese e di rimetterlo sulla buona strada, sia dal punto di vista economico che sociale. Quindi è urgente fare tutto il possibile affinché i giovani italiani non partano. Ovviamente migrare e viaggiare sono diritti ed esperienze che arricchiscono, se frutto di una libera scelta, ma esportare la propria disoccupazione non è accettabile. Non è la prima volta che l’Italia lo fa. E’ la ragione per cui io sono nato in Belgio. Ma a lungo termine un Paese senza giovani non ha futuro. Sono certo che lo sa bene, e che penserà a politiche educative e per l’impiego mirate a frenare questa emorragia. In particolare è urgente ricostruire il sistema universitario smantellato da alcuni suoi predecessori.
  3. L’Italia è una società multiculturale e una società di immigrazione che ancora non accetta questo fatto con serenità. L’immigrazione è una realtà strutturale in Italia come altrove in Europa, e può offrire al Paese delle opportunità, a patto che l’integrazione nella società italiana avvenga. L’integrazione è un processo complesso che riguarda tutti, non soltanto gli immigrati. Gli immigrati e i loro figli sono però spesso vittime di discriminazioni su base etnica e razziale anche quando sono perfettamente integrati. Gli esempi di Mario Balotelli e Cécile Kyenge lo dimostrano. Non bisogna soltanto lottare contro il razzismo e le discriminazioni. E’ necessario anche stabilire politiche di integrazione efficaci nell’ambito dell’occupazione, dell’abitare, della salute, dell’istruzione e della cultura. A mio avviso l’Italia non deve copiare i modelli di integrazione esistenti in altri Paesi, quanto creare un proprio modello di integrazione adattato alla sua realtà.

Signor presidente del Consiglio, queste idee non sono il frutto della volontà di un ricercatore di ergersi a maestro. Semplicemente come ricercatori pagati dalla collettività abbiamo il dovere di contribuire al dibattito pubblico e di riflettere sul trasferimento delle conoscenze allo scopo di migliorare i beni comuni. Una stretta di mano, con stima

Marco Martiniello

*Marco Martiniello è direttore del Centre d’Etudes de l’Ethnicité et des Migrations (CEDEM), Università di Liegi.

PS: Nel mio libro “Voglia di cambiare. Seguiamo l’esempio degli altri Paesi europei” (Chiarelettere, 2008) il professor Martiniello viene da me citato cito a pag. 125 a proposito dei villaggi abbandonati della Spagna ripopolati da immigrati rumeni. In quella sede aggiungo: “Marco Martiniello, docente all’università di Liegi e uno dei maggiori esperti europei di fenomeni migratori, invita a copiare questo metodo, già adottato anche in Canada, e dice ai governi europei: ‘Facciamo arrivare famiglie che ripopolino i villaggi abbandonati’. Dieci, quindici famiglie alle quali offrono lavoro, casa, servizi. Forse può funzionare in alcune zone abbandonate“. Sarebbe utile non lasciar cadere questo filo teso dal cuore dell’Europa a Palazzo Chigi. (s. gian.)

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