Un video, un ricordo del sergente trombettiere di El Alamein: mio padre Giacomo (1920-2008)

testo di Salvatore Giannella

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Giacomo Giannella (Trinitapoli, Foggia, 1920 – 2008) con la sua inseparabile tromba.

Dario Teodoro, ex ufficiale del Genio dedicatosi all’insegnamento universitario, amico e vicino di casa, mi manda in visione un video che mi procura emozioni e ricordi di una persona cara: mio padre, Giacomo (Trinitapoli, in Puglia, 1920-2008).

Il video, ricevuto dal generale Nicola Catalini, mostra la visita di un gruppo del 12mo corso dell’Accademia militare di Modena al Sacrario italiano di El Alamein dove, tra sabbie non più deserte del nord dell’Egitto, vengono ricordati per l’eternità i soldati italiani che, uniti ai tedeschi, lì caddero nel corso della Seconda guerra mondiale. Soldati, bersaglieri, paracadutisti, genieri, aviatori che scrissero pagine memorabili persino a dispetto del regime fascista, che li aveva abbandonati nel deserto affamati e senza munizioni; soldati onorati dal ricordo dello stesso nemico, gli inglesi ai quali si affiancarono gli americani («Se gli italiani avessero avuto i nostri mezzi, avrebbero vinto», ammise il generale Montgomery).

Al minuto 2’30’’ del video si vede un cippo dedicato alla Divisione di fanteria “Bologna”.
Proprio la Divisione dove era arruolato mio padre, come sergente e trombettiere, numero di matricola 12037.

Visita del 12° Corso dell’Accademia Militare di Modena, al Sacrario Italiano di El Alamein (fonte: Nicola Catalini)

Tra le carte rintracciate dopo la sua morte, leggo che Giannella Giacomo, figlio di Salvatore e di Mastromauro Vittoria, “ha partecipato alle operazioni di guerra svoltesi in Africa Settentrionale dall’11-6-1940 al 28-9-1942”. Ha partecipato con dignità e coraggio: accanto al foglio matricolare, una croce al merito di guerra “conferita per il riconoscimento dei sacrifici da Lei sostenuti nell’adempimento del dovere in guerra” (Umberto De Martino, generale comandante del X° Comiliter di Napoli, 13 dicembre 1960).

Degli orrori della guerra e dell’inferno di El Alamein mio padre non amava parlarci. Ma il suo amore per la musica proseguì nel dopoguerra nella banda musicale del paese che toccò anche punte di eccellenza nazionale (penso al suo maestro Michele Lacerenza, diventato il magico trombettiere dei western di Sergio Leone).

“A perdifiato”, storia di Michele Lacerenza (fonte: cortolab)

Papà ebbe un sussulto alla vigilia di un viaggio ufficiale a El Alamein del presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, nel febbraio del 2000. Mi telefonò a Milano per chiedermi di aiutarlo a mettere in bella copia la lettera che volle mandare a Ciampi. Una lettera in cui sottolineava la guerra che avrebbe voluto veder vinta dal nostro esercito del terzo millennio: la guerra contro quelle dosi paurose di violenza che, insieme alla socialità, abitano nella mente delle società umane. Violenza contro cui si può far fronte o reprimendola (in noi e negli altri) oppure, come non mancava di ricordare a noi tre figli, sublimandola, indirizzandola cioè verso forme positive di vita o comportamenti virtuosi come la difesa dell’ambiente e del nostro inimitabile patrimonio artistico e culturale, l’impegno contro le malattie, la paura e il bisogno, la lotta per un mondo più vivibile e pulito.

Ciampi onorò di una risposta il suo appello alla pace tra i popoli. Gli scrisse, tra l’altro: “Per gli uomini e le donne della nostra generazione che della guerra, dei suoi orrori e della sua folle inutilità, hanno fatto esperienza diretta e personale, invocare la pace non è un esercizio teorico, espressione di un sentimento di vago solidarismo. Della guerra, della sua cieca e brutale violenza, Lei, caro Giannella, si è trovato a vivere a El Alamein, alcune delle giornate più tragiche. L’esperienza di quel massacro ha segnato la Sua vita, la memoria viva che ne conserva così come la Sua appassionata militanza in favore della pace sono qui a dimostrarlo. Il Suo amore per la musica e il l’impegno nel gruppo musicale della Sua città sono però anche l’indizio che le drammatiche vicende vissute da giovane non hanno inaridito il Suo spirito, né hanno spento in Lei il bisogno di partecipare alla vita della Sua comunità”.

Tutto questo mi ha evocato quel frammento di video mandatomi da Dario Teodoro, al quale rinnovo il mio ringraziamento per questa particolare attenzione verso papà Giacomo: nuovo grazie in quanto già nell’ottobre del 2007, quando già la signora della falce si stava avvicinando a mio padre, lui gli fece avere un pugno di sabbia del deserto raccolta ai piedi del Sacrario di El Alamein durante un viaggio della memoria. E il trombettiere di El Alamein pianse, mascherando le lacrime con una fitta di dolore.

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La campagna del Nordafrica si riferisce al teatro di guerra in Africa Settentrionale in cui si confrontarono italiani, tedeschi da una parte, e gli Alleati anglo-americani dall’altra, durante la Seconda guerra mondiale tra il 1940 e il 1943. L’Esercito italiano in Libia, forte sì di quasi 220.000 uomini, aveva invaso, nel settembre del 1940, l’Egitto, difeso da poco più di 40.000 soldati inglesi, con lo scopo di impossessarsi del canale di Suez. Dopo qualche successo iniziale. Nel dicembre ’40, gli inglesi iniziarono la controffensiva che li portò a occupare la Cirenaica, cioè la metà orientale della Libia. Quando Mussolini chiese aiuto a Hitler, la Germania inviò in Italia alcuni reparti della Luftwaffe e l’Afrika Korps, al comando di Erwin Rommel, che sarebbe divenuto celebre come “Volpe del deserto”. Dopo una serie di offensive e controffensive in Libia e in Egitto, la decisiva battaglia di El Alamein costrinse le forze italo-tedesche ad abbandonare la Libia e ad attestarsi in Tunisia. Nel frattempo lo sbarco di forze americane e inglesi in Africa nel 1942, determinarono l’anno successivo l’espulsione totale delle forze dell’Asse dal teatro africano.

A PROPOSITO / 1

“Diario della mia guerra

in Africa Settentrionale”:

parole ritrovate di mio padre,

fra le quali spunta

una visita-lampo di Mussolini

Sono fogli sparsi, senza ordine cronologico, su carte di varie dimensioni, A4 o quaderni a quadretti delle scuole elementari. Scritti in avanzata età, e quindi qualche dettaglio potrebbe essere stato deformato dalla lontananza degli eventi. Leggo appunti sparsi a firma di papà. E, in una fotocopia, trovo la cronologia di quell’anno da cui comincia il diario, il 1940. Ne riproduco brani utili per capire gli appunti di papà: 1° gennaio 1940 L’Italia conferma la sua neutralità nella guerra. 1° febbraio Von Ribbentrop porta il messaggio di Hitler a Mussolini; lo invita a rispettare i patti, a rompere gli indugi, a entrare in guerra con lui; poi sollecita un incontro con il Fuhrer a brevissima scadenza. Hitler ha fretta di concludere e ha fretta di muoversi. 10 maggio La Germania invade il Belgio, l’Olanda e il Lussemburgo. 14 maggio L’Olanda è costretta a capitolare e firma l’armistizio. 24 maggio Disfatta degli anglo-francesi a Dunkerque. I 338mila soldati inglesi si ritirano nella propria isola. 28 maggio Il Belgio capitola e chiede l’armistizio. 29 maggio Mussolini convoca un vertice militare, informando che vuole intervenire nel conflitto a fianco di Hitler. 10 giugno Entrata in guerra dell’Italia a fianco dei nazisti, con la dichiarazione di guerra alla Francia e all’Inghilterra.

Febbraio 1940: vengo fatto idoneo alla visita medica al distretto di Foggia, trovo i marescialli miei compaesani Matera e Pellegrino. In giornata prendo il treno per Napoli dove raggiungo il 40° Reggimento, Divisione “Bologna”, di stanza a Mergellina.

5 febbraio 1940: vengo imbarcato a Napoli. Di sera sbarchiamo nel porto di Tripoli. Trasferiti con tre navi: la Sardegna, la Stromboli (sulla quale viaggiavano i nostri superiori) e la Garibaldi, con migliaia di soldati. Ci sistemiamo a Taruna, distante 50 km da Tripoli. Sono stato fortunato di entrare nella banda musicale del reggimento, con la mia tromba. La sera stessa con tutta la banda ci esibiamo nella piazza centrale di Tripoli suonando il Rigoletto e la Traviata.

10 giugno 1940: a mezzogiorno preciso, mentre il cappellano stava dicendo Messa, passa un nostro aereo da caccia, ci butta dei volantini- Ci informano che Mussolini ha dichiarato guerra alla Francia e all’Inghilterra. Ha annunciato l’inizio delle ostilità da Palazzo Venezia davanti a una folla osannante: “Combattenti di terra, di mare, dell’aria; camicie nere della rivoluzione e delle legioni; uomini e donne d’Italia, dell’Impero; ascoltate! Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra Patria. L’ora delle decisioni irrevocabili”. Da oggi siamo già in guerra con l’Inghilterra (perché la Libia di quei tempi era sotto il dominio inglese). In America, raggiunto dalla notizia dell’intervento dell’Italia a fianco dei nazisti di Hitler contro una Francia che stava capitolando, il presidente americano Roosevelt rilascerà una dura e amara dichiarazione alla radio: “In questo 10 giugno, la mano che teneva il pugnale l’ha affondato nella schiena del suo vicino”.

5 giugno 1940: il battesimo del fuoco da parte degli inglesi che sono arrivati dal mare e hanno risalito il deserto. Ci hanno lanciato venti bombe, hanno ucciso 15 soldati e 200 asini. Così siamo stati costretti a lasciare quel posto per raggiungere il confine egiziano: i nostri si trovano in stato di ripiegamento. Presi la piazzaforte di Tobruch, Sidi el Barrani e Derna, tre capisaldi importantissimi…I nostri sono comandati dal generale Bastico. Dall’Italia arrivano a rinforzare le nostre truppe della Divisione Bologna (comandata dal generale Alessandro Gloria) altre Divisioni fresche: la Pavia, la Brescia (comandata dal generale Bruno Bruni), la Trieste motorizzata, la Divisione Trento (comandata dal generale Giorgio Masina) ma le forze inglesi sono in nette superiorità. Poi entrano in azione i loro carri armati da 40 tonnellate, contro i nostri da 15 tonnellate, poi intravediamo la nostra fine quando entrano a far parte di questa guerra gli aeroplani americani chiamati le Fortezze Volanti che portano fino a 20 bombe di grande tonnellaggio. E fu la fine nostra. Centinaia di morti o migliaia lasciati in quel deserto infuocato sirtico-egiziano. Hanno innalzato un Sacrario a El Alamein, a 50 km da Alessandria e altrettanti dalla capitale Il Cairo, per ricordo di questi poveri ragazzi. Vicina a questo Sacrario si trova una bella ma piccola città chiamata Derna; sulla destra, un altro villaggio chiamato Bardia con un piccolo porticciolo. A Derna passa per il centro un canale d’acqua dove le donne vanno a lavare la loro biancheria, e c’è un bel campo d’aviazione dove scendono tutti i passeggeri diretti a El Alamein per portare fiori ai loro cari. All’entrata del cimitero trovano queste parole scritte dai nostri grandi: “NON MANCO’ IL CORAGGIO MA LA FORTUNA”.

Proprio in questa zona, un mese prima, venne a visitarci Benito Mussolini, capo del nostro Governo. Nel suo discorso, con cui voleva darci coraggio per la vittoria finale, disse poche parole. Sostanzialmente: “Al Cairo ci vediamo”. Era convinto che noi italiani con i tedeschi alleati potevamo avanzare. Le spie arabe, che erano contro di noi, avevano informati i nemici, però quando arrivarono gli aerei per bombardarci, il nostro capo del governo se n’era già andato.

Settembre 1943: dopo un bombardamento di quadrimotori, ci portano a Derna, da quel campo d’aviazione ci hanno rimpatriato dopo trenta mesi in zona di operazione.

I nomi dei miei superiori: generali Igino Gravina, Gariboldi, Gloria di Torino e Lerici di Bologna sposata con una signora di Napoli; il colonnello Mario Mancini di Napoli, sposato con Maria Zappa e abitante a Mergellina a pochi metri dalla nostra caserma, morto a San Giovanni Rotondo con una broncopolmonite mentre stava per venire a conoscere il mio paese (ha un fratello medico nell’ospedale di Napoli); il mio colonnello Umberto Broccoli, di Bologna, ferito nella prima guerra mondiale, aveva tre costole in meno; il capitano Caiati di Napoli; il tenente Viola di Palermo (suo attendente era il nostro compaesano Vittorio Michele); capitano Arturi, comandante del porto di Napoli; tenente Fresi di Roma; il maresciallo che comandava la banda in tempo di pace, sergente Zarra di Avellino.

I nomi dei miei compagni della provincia di Foggia sepolti o lasciati sul terreno: Sarcinella (di Ischitella), caduto dopo aver bruciato quattro carri armati nemici; D’Errico, di San Giovanni Rotondo; Leone e Conversa di Margherita di Savoia; D’Aloiso di San Ferdinando di Puglia.

Giacomo Giannella sr.

A PROPOSITO / 2

Ottavio Missoni a El Alamein

La storica battaglia nel ricordo

di un grande italiano da esportazione

Molti dei personaggi da me incontrati hanno rievocato i loro giorni in guerra nel Nord Africa, dall’editore Giorgio Mondadori (1917-2009: si trovò nelle acque del Mediterraneo, dopo che era stata affondata la nave su cui veniva trasportato il suo reggimento) all’atleta e poi stilista di fama mondiale Ottavio Missoni che, nel suo libro autobiografico (Una vita sul filo di lana, con Paolo Scandaletti, Rizzoli, 2011) così illumina i suoi ricordi di quella storica battaglia che visse come componente del 65° Fanteria della divisione motorizzata Trieste.

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Ottavio Missoni (Ragusa di Dalmazia, 11 febbraio 1921 – Sumirago, Varese, 9 maggio 2013): una vita ricca di successi, dall’atletica alla moda.

“Da Piacenza una mattina raggiungemmo Trieste e, dopo sette-otto giorni di tradotta attraverso la Jugoslavia, finalmente arrivammo in Grecia e fummo acquartierati in opportuni attendamenti nei pressi di un aeroporto di Atene. Di qui venivano organizzati tutti gli spostamenti per le zone di operazione in Africa settentrionale…

In agosto 1941 finì il soggiorno ateniese e, come da programma, la destinazione fu il Nord Africa: trasferimento prima via nave all’isola di Creta, poi a mezzo aerei a Derna… Dopo una piccola sosta a Derna ci dirigemmo, autotrasportati, verso El Alamein. Essendo stato addestrato ai cannoncini anticarro fui destinato ai telefoni da campo, così con due compagni e la centralina telefonica ci acquartierammo in una buca non molto profonda, con un telo quale precario e approssimativo riparo dal sole. Pur avendo le prime linee del fronte solo a un paio di chilometri, ci trovavamo completamente isolati nei pressi di un costone sul mare, con la compagnia dei gabbiani di giorno e dei pipistrelli la notte.

I giorni trascorrevano tranquilli, la guerra sembrava addirittura non esserci. L’unico indice di malaugurio era il vedere passare mattino e sera i bombardieri inglesi, le famose “fortezze volanti”: anche dodici, in perfetta formazione, quasi fossero in crociera. Dell’aviazione italiana impegnata in qualche azione di disturbo neanche l’ombra. Così veniva il sospetto che qualche cosa non girasse per il giusto verso. A fine settembre la centralina telefonica venne trasferita in prima linea, e qui non smise mai di suonare.

Una certa notte, forse il 27 di ottobre, mi trovai al centro di quella che sarebbe stata la furiosa e decisiva battaglia di El Alamein. Il telefono da campo a un certo momento aveva smesso di funzionare, così con un compagno dovemmo uscire dalla nostra buca per cercare il punto dove era stato tranciato il cavo. Camminammo un bel po’, sempre dipanando il nostro tratto di filo, quasi come quello di Arianna; giunti alla fine, dovevamo trovare l’altro capo per poter ristabilire la connessione. Non era certo facile rintracciarlo nella sabbia, ed era ormai sera. All’improvviso, nel buio pesto, fummo investiti da una spaventosa pioggia di bombe. Era stata, quella, una precisa volontà del comandante inglese Montgomery e del destino. Mi ritrovai subito solo e rotolai nel cratere di un’esplosione. Dopo un po’, delle bombe si udiva solamente il sibilo, e i traccianti ne indicavano la direzione: arrivavano incrociandosi da due punti diversi, come se il fronte si fosse spezzato.

Soltanto una probabilità su milioni avrebbe consentito alla sfortuna di rispedire un ordigno esattamente nello stesso punto, ovvero nella buca che mi offriva riparo. Tale certezza, insieme ai vent’anni, deve avermi indotto a cercare scampo nel sonno, dopo aver a lungo osservato il cielo tutto livido di lampi. Riaprii gli occhi quando il terreno prese a vibrare e l’aria si riempì del rombo di uno squadrone di carri armati inglesi che si avvicinavano in fila indiana. Echi di poderose esplosioni giungevano ormai da lontano. Presi coscienza di essere stato superato dal fronte. Ma, a un dato momento, i carri armati si fermarono e dopo una breve sosta fecero marcia indietro. Contemporaneamente, dalla parte opposta, s’intravvedeva un’altra fila indiana di carri armati tedeschi, che infine si fermò poco lontano dal mio riparo: a quel punto decisi di uscire, pensando di rientrare nelle nostre linee avviandomi nella direzione dei tedeschi.

Camminai non per molto, tutto solo in mezzo al deserto con a fianco i carri tedeschi. Ne vidi uno andare in fiamme, un altro accostarsi per trarre in salvo l’equipaggio, coperti da una fitta nube di fumogeni. Rimasi appiattito sul terreno ma, una volta diradatosi il fumo e spariti anche i carri tedeschi, andai a presentarmi laddove credevo ci fossero le nostre linee. Mi accolse invece un neozelandese con un “Come on!” quasi festoso. Seguirono quattro anni e più di prigionia con gli inglesi in Egitto; “ospite di Sua Maestà britannica”, come sono solito dire. Così, in ventiquattro ore, si concluse per me la storica battaglia di El Alamein. ()

Author: admin

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3 Comments

  1. Ciao Salvatore, con questo video mi hai regalato una emozione ed un magone enorme, per vari motivi: perché conoscevo tuo padre – perché anche mio padre (1920 – 2011) ha combattuto nelle stesse zone di operazione dove, fatto prigioniero ,ha scontato sette anni di internamento in Australia ed anche lui insignito di croce al valor militare. Ti ringrazio ancora ed augurandoti ancora tanta salute e fortuna mi viene in mente la figura di un ragazzino che inviava i suoi primi articoli alla Gazzetta del Mezzogiorno via posta. Ancora grazie

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  2. Ho ritrovato in questo servizio tante cose che mi hanno fatto emozionare. La tromba di Lacerenza, la foto del trombettiere di El Alamein, la testimonianza di Ottavio Missoni e quella di tuo padre Giacomo. Tutto sprigiona arte, tutto! Sono un trombettista anch’io e so cosa vuol dire soffiare in quel maledetto tubo. Una nota, poi un’altra e un’altra ancora. Gioia e sofferenza insieme!
    Un abbraccio Salvatore
    Quella tromba di latta del confine orientale italiano

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    • Caro Fragiacomo,
      grazie per le gentili parole. Conosco il tuo talento, per averti personalmente sentito suonare in varie manifestazioni dalle parti del piccolo Naviglio della Martesana e sono sicuro che non ti mancheranno occasioni di nuovi successi personali e di squadra. Ricambio l’abbraccio
      Salvatore Giannella

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