Quando Valerio Massimo Manfredi mi confidò: “Mi tuffo nel passato e divento Aléxandros”

di Salvatore Giannella

Nel giorno in cui il Corriere della Sera inaugura con Aléxandros di Valerio Massimo Manfredi la collana dedicata ai grandi romanzi storici, ripesco dal pozzo della memoria l’incontro che ebbi per Oggi nell’agosto del 2004 con quel grande divulgatore di romanzi ambientati nell’antichità. In un’oasi di Diano Marina (Imperia), ospite di un amico, scrive i suoi best-seller: e lì, sul bordo di una piscina, mi svelò i segreti del suo successo, a partire da un particolare: lui stesso “vive” in prima persona le vicende dei suoi personaggi. (s.g.)

Valerio Massimo Manfredi

Valerio Massimo Manfredi

Sulle colline liguri, al confine con la Francia, in una villa immersa tra gli ulivi con piscina e stupenda vista mare, cavalcano 10 legionari romani contro invincibili guerrieri cinesi, le volpi volanti, nati originariamente per servire l’umanità spegnendo qualsiasi focolaio di guerra. Lo scontro-incontro tra civiltà d’Oriente e Occidente avviene per ora nella mente di Valerio Massimo Manfredi, modenese, moderno Giano bifronte: da una parte c’è l’accademico che insegna archeologia classica negli atenei; dall’altra c’è lo scrittore ai vertici dei best-seller con i suoi libri ambientati nell’antichità: la trilogia di Aléxandros (Mondadori), dedicata all’avventurosa vita di Alessandro Magno è stata tradotta in 32 lingue, viene venduta in 52 Paesi e ha toccato la stratosferica cifra di 5 milioni di copie.

Manfredi, come mai in vacanza qui, nell’antica Lucus Bormani dove, quando arrivarono i Romani, estirparono le radici del temibile Bormano inducendo le popolazioni al culto di Diana, dea della caccia, il cui nome è sopravvissuto fino a oggi?

“Sono anni che la vacanza mia e dei miei (mia moglie, Christine, americana di Chicago, e i figli Giulia e Fabio) avviene in questa villa dell’amico industriale dei trasporti di Campogalliano, Danilo Montecchi. Qui riesco a lavorare in pace, a rincorrere la mia immaginazione e ad arricchire quella dei miei tanti lettori. Qui ritrovo la calma perduta. Per esempio quest’anno ha avuto un momento di panico perché la mole del mio lavoro era diventata insopportabile. Non perché io mi sia fidato troppo delle mie forze, ma perché credevo di avere sistemato tutto e invece… Succede quando si ha a che fare con il cinema. Quando tutto sembra a posto, approvato, perfetto, e tu si già entrato in un’altra storia, quelli del cinema ti mandano indietro il tutto e ti dicono di rivedere qualcosa. Questa esitazione continua fa star male, perché ti costringe a tirarti fuori dalla nuova storia in cui ti eri già immerso….”

Dopo la saga di Aléxandros e i misteri etruschi di Chimaria, in quale storia sei ora immerso?

“Sono tra i protagonisti del mio nuovo romanzo. Si chiama L’impero dei draghi ed è la storia di un manipolo di legionari romani che arrivano in Cina”.

Ne avevo accennato proprio io di Oggi, in un servizio esclusivo del ’99 su Liqian, “Roma dei cinesi”.

“Esatto. Nel romanzo fondo due storie. Una riguarda la mitica legione perduta, che sarebbe scampata alla strage di Carre (Siria, 53 a.C) e riapparsa l’anno dopo ai piedi della Muraglia cinese. L’altra storia riguarda dei soldati romani che prendono parte a una guerra civile nel III secolo d.C., cioè nel momento della crisi dell’Impero degli Han. Quello che ti sbalordisce è la perfetta corrispondenza tra le condizioni dell’Impero romano e dell’Impero cinese. Sia il primo che il secondo si spezzano in tre tronconi. Io immagino che i romani arrivati in Cina siano la guardia dell’imperatore romano Valeriano, che vengono fatti prigionieri con il loro protetto a Edessa, l’attuale Urfa. Il grande tema è l’incontro, più che scontro, delle grandi civilità, incontro che si manifesta tramite gli stimolanti dialoghi tra il principe cinese e l’ufficiale comandante di Valeriano, Marco Metello Aquila. Il finale, segnato dalla nostalgia della patria romana e dal comparire di un’armata di spettri spalmati d’argilla, è quanto di più sorprendente uno possa immaginare… tanto che Aurelio De Laurentiis (nipote di Dino) ha già acquistato i diritti di questo romanzo che sarà anche un film”.

A proposito di cinema: avevi ceduto i diritti di Aléxandros a Dino De Laurentiis che avrebbe dovuto farne un film con Leonardo DiCaprio e Nicole Kidman, ma Oliver Stone (che ha il vantaggio di essere produttore, regista e sceneggiatore contemporaneamente) vi ha preceduto. Il suo film Alessandro Magno, interpretato da Colin Farrell con protagonista femminile Angelina Jolie, sta per uscire a novembre negli Stati Uniti, e in gennaio in Italia.

“Dino dice che l’uscita di Stone (progetto al quale, per ironia della sorte, io stesso ho collaborato come consulente storico e archeologico già dieci anni fa, prima che il film si arenasse) non blocca il nostro film. E io mi fido di Dino, che considero il più grande produttore del mondo. Comunque sono contento di questa fiammata di celluloide intorno al personaggio da me approfondito: non potrò che averne vantaggi”.

Lei è uno scrittore che vive immerso nella Padania d’oggi e che sente sua la civiltà di Roma da non ripudiare.

“Uno la sua identità culturale se la sceglie e a me, emiliano, Roma va benissimo. Dipendesse da me, metterei la lupa con Romolo e Remo al centro del tricolore, dove un tempo c’era lo stemma dei Savoia. E con i miei libri spero di dare questo senso della fierezza nell’essere nati in questa terra erede di Roma. La presenza della romanità la sento ovunque. La sento nella forza del mio dialetto. La vedo, con gli orizzonti padani, nelle radici latine provate dal fatto di trovare nei campi ancora gli stessi confini tracciati degli agrimensori romani e nel mio dialetto l’eco di tante parole del mondo antico. Quando mio padre, contadino dignitoso, mi diceva “passami una zamna di grano” non pensava alla gemina manus (mano doppia) dei latini. Come non sapeva che la msòra, la falce, deve le sue origini etimologiche alla falx messoria. Si potrebbe continuare a lungo. La lingua trascina con sé le pietre del passato.”

Già sento le obiezioni: facile tifare Roma quando si scrive del passato…

“Anche oggi quella civiltà di ieri è ancora viva, è la base della civiltà occidentale. Se tu guardi a Washington, è chiaro che vuole assomigliare a Roma. Le colonne, i portici, gli obelischi, le gradinate, le cupole, i colonnati … è evidente che l’America vuole evocare in qualche modo Roma. Noi abbiamo pagato un grande prezzo per gli errori del fascismo e per la sciagurata guerra. Abbiamo avuto tante perdite, ma più di tutta l’Italia ha corso il rischio più grave: la perdita della dignità, che è una perdita inestimabile. Non è una perdita di tutti, conosco moltissimi italiani che hanno un senso molto forte della dignità, di essere italiani, di essere figli di questo Paese al quale io sono legato fortemente perché senza la civiltà italiana il mondo intero sarebbe diverso. Ah, se ci riappropriassimo del nostro orgoglio e ci mettessimo a giocare di squadra…”

Mi racconti la sua giornata tipo.

“Sveglia alle 7,30, faccio ginnastica fino alle 9 (qui nuoto), poi vado in paese, prendo il buonissimo caffè che mi prepara da sempre la Giancarla del Bar Freccia e fumo l’unica sigaretta della giornata, poi lavoro fino a tarda sera al computer con un sottofondo musicale. Il mio carburante è la musica, ascoltata in cuffia ad alto volume. Ho scritto le battaglie di Aléxadros al suono dei tamburi di un musicista giapponese, Kitaro. Mi piacciono anche Vangelis, Glass, Nyman e un musicista italiano giovane e di grande talento, Paolo Buonvino. Entro nella storia, nella capsula del tempo, come in trance. La mia annata prevede, invece, due appuntamenti fissi: qui a Diano, dove getto le basi dei miei romanzi, e poi ad Ardesio di Bergamo, in val Seriana, dove vado a finirli, ospite in un maso di un altro amico fraterno, Giorgio Fornoni, bravo collaboratore della trasmissione televisiva Report. Qualche volta, ma eccezionalmente, viaggio sui luoghi dei miei romanzi o per le trasmissioni di Stargate, su La7. Non dimentichiamo che Emilio Salgari, per incantare con la Malesia dei pirati, non si è mai mosso da Torino. Più che le parole, allo scrittore servono i muscoli dell’immaginazione e la capacità di emozionarsi. Se non ti emozioni tu per primo, non puoi comunicare emozioni. Avrai notato che mentre ti raccontavo i passi del mio prossimo libro la mia voce si incrinava. Perchè il mio personaggio adesso è vivo, io lo so come è fatto Marco Metello Aquila. Io stesso, oggi, sono quel valoroso capo dei legionari romani”.

Salvatore Giannella

valerio-massimo-manfredi-01Valerio Massimo Manfredi (Piumazzo di Castelfranco Emilia, 1943) è un archeologo, scrittore e conduttore televisivo. Si è laureato in lettere classiche all’Università di Bologna ed ha una specializzazione in Topografia del Mondo Antico all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ha insegnato nella stessa università, all’Università di Venezia, alla Loyola University Chicago, all’École pratique des hautes études della Sorbona di Parigi e alla Bocconi di Milano. Attualmente insegna “Storia del territorio e della città antica” presso la Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell’Università di Bologna, sede di Ravenna. I suoi romanzi storici sono stati tradotti in tutto il mondo (circa 10 milioni di copie vendute). È autore di soggetti e sceneggiature per il cinema e la Tv, collabora come giornalista scientifico a diverse testate.

In passato ha onorato con la sua firma il mensile “Airone” durante la mia direzione (1986-1994). È sposato con Christine Fedderson, traduttrice inglese, e ha due figli, Diana e Fabio Emiliano. Sua figlia Diana è stata la disegnatrice della graphic novel intitolata Bagradas tratta da un racconto del padre.

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