Idee: un risveglio difficile per l’Unione europea

di Ivan Krastev, Kultura*

I pilastri che reggevano l’Unione europea, come il benessere e la minaccia sovietica, sono crollati uno dopo l’altro. Per ritrovare legittimità l’Europa deve parlare chiaro ai suoi cittadini

© Lichuan

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L’Unione europea (Ue), almeno come noi la conoscevamo, non c’è più. E la questione non è sapere che cosa diventerà la nuova unione, ma perché questa Europa che ci ha fatto tanto sognare non esiste più. La risposta è semplice: oggi tutti i pilastri che sono serviti a costruire e a giustificare l’esistenza dell’Unione europea sono crollati.

  1. In primo luogo il ricordo della seconda guerra mondiale. Un anno fa sono state rese pubbliche le conclusioni di un’inchiesta effettuata tra gli studenti di 14-16 anni dei licei tedeschi. Un terzo di questi ragazzi non sa chi era Hitler e il 40 per cento era convinto che dal 1933 i diritti umani sono sempre stati rispettati allo stesso modo da tutti i governi tedeschi. Questo non vuole certo dire che in Germania esiste una nostalgia per il fascismo. Significa semplicemente che siamo di fronte a una generazione che si disinteressa della storia. Oggi è illusorio continuare a pensare che la legittimità dell’Ue trovi le sue radici nella guerra.
  2. Il secondo elemento che ha permesso l’avvento geopolitico dell’Unione è la guerra fredda. Una guerra che non esiste più. Oggi l’Ue non ha – e non può avere – un nemico come l’Unione Sovietica del dopo 1949, che avrebbe potuto giustificare la sua esistenza. Insomma l’evocazione della guerra fredda non può in alcun caso aiutare a risolvere i problemi di legittimità dell’Ue.
  3. Il terzo pilastro è la ricchezza – l’Ue rimane un blocco ricco, molto ricco – anche se questo non vale per paesi come la Bulgaria. In compenso il 60 per cento degli europei pensa che i propri figli vivranno peggio di loro. Da questo punto di vista il problema non è come si vive oggi, ma che vita avremo in futuro. In altre parole è scomparsa la prospettiva ottimistica, la fede in un futuro migliore, potente fonte di legittimità.

Un’altra fonte di legittimità era la convergenza – quel processo che dà ai paesi poveri che aderiscono all’Ue la certezza di entrare progressivamente nel club dei ricchi. Questa convergenza era ancora valida qualche anno fa, ma oggi – se le previsioni per i prossimi dieci anni saranno confermate – un paese come la Grecia rimarrà rispetto alla Germania povero come il giorno della sua adesione all’Unione.

Elite isolata. Tutti dicono che l’Ue è il progetto di un’élite. È vero, il problema però non è che oggi questa élite è diventata antieuropea, ma che ha perduto qualunque influenza nei dibattiti nazionali. Il fatto che questa élite sia per un’Europa unita non ha alcuna importanza, perché nessuno le ascolta più. Questa élite è isolata dalla gente. Se si studiano con attenzione le indagini sociologiche si constata che la legittimità dell’Ue ha una spiegazione molto diversa a sud o a nord del continente.

Nei paesi come la Germania e la Svezia, la gente ha fiducia nell’Ue perché crede anche nella buona fede dei propri governi. In Italia, in Bulgaria e in Grecia la gente non ha fiducia nei politici, ed è la ragione per cui non crede nell’Ue. Per queste persone i funzionari di Bruxelles, anche se non li conoscono, non possono essere peggiori dei nostri. Ma oggi mi sembra che questa convinzione sia sempre meno forte: l’ultima crisi è la dimostrazione che anche questa fiducia sta venendo meno.

Lo Stato sociale. Per finire vediamo l’ultimo pilastro, lo stato sociale. Senza dubbio l’esistenza di uno stato sociale è parte integrante dell’identità dell’Ue. Tuttavia oggi non si tratta più di sapere se questo stato sociale sia una cosa positiva o no, ma se rimane possibile in un contesto di concorrenza globale e di grande cambiamento demografico in Europa.

Il problema è che noi europei ci stiamo sciogliendo come neve al sole. Nel 2060 il 12 per cento della popolazione dell’Ue avrà più di 80 anni. L’Europa invecchia e non è un caso se sulla scena internazionale l’Unione si comporta spesso come una vecchia isterica. A chi chiedere in prestito il denaro per mantenere questo stato sociale indispensabile alle persone anziane? Alle generazione future? Ma questo è già stato fatto con l’accumulazione del debito pubblico.

Vincenti e perdenti, creditori e debitori. Un’altra conseguenza della crisi è rappresentata dalle nuove divisioni nel continente. Nell’Ue non esiste più una separazione fra est e ovest, ma ne sono apparse altre molto più importanti. La prima è quella fra i paesi della zona euro e gli altri. Molto spesso quando si parla dell’Ue, i francesi o gli spagnoli pensano alla zona euro. Ma questo non ha senso finché paesi strategicamente importanti come la Svezia, la Polonia o il Regno Unito rimarranno fuori dalla zona.

L’altra divisione importante è quella fra paesi creditori e debitori. Quando la Grecia ha voluto organizzare un referendum sul salvataggio del paese, Berlino ha osservato: “volete fare un referendum sul nostro denaro”. Un’osservazione non del tutto sbagliata. Nessun paese deve diventare ostaggio della zona euro. Ma questo è il problema quando si ha solo una valuta, e non una politica, comune.

Come uscire dalla crisi? Se si guarda l’Ue da vicino si può constatare che alcuni paesi sono in crisi e altri molto meno. Inoltre la crisi ha avuto degli effetti positivi in alcune situazioni. Da questo punto di vista il principale problema di qualunque politica è che crea dei vincenti e dei perdenti – ma questo i politici si sono ben guardati dal dirlo. In realtà ci sono sempre stati dei perdenti e dei vincenti, ma il problema è di sapere come compensare gli uni e spiegare agli altri che è nel loro interesse portare avanti una determinata politica.

Al contrario noi continuiamo a pensare che esistano politiche in grado di dare solo dei vincenti. Ma nella situazione attuale dell’Ue questa ipotesi continua a rimanere una pia illusione perché lo schema di solidarietà che esiste in uno stato nazionale non esiste a livello dell’Unione. Inoltre i paesi dell’Ue non hanno tutti la stessa storia né la stessa lingua. Quando su scala europea diciamo “noi”, di chi parliamo? Per permettere all’Ue di funzionare correttamente bisogna prima di tutto definire chi è questo “noi” europeo.

presseurop* Fonte: Kultura, settimanale di Sofia – Presseurop / Traduzione di Andrea De Ritis

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