Democrazia: adottiamo una cura svizzera per il vecchio Continente

di Michael Wohlgemuth e Lars Feld,
Frankfurter Allgemeine Zeitung*

Per risolvere il suo storico deficit democratico, l’Unione europea dovrebbe imparare dal successo della democrazia diretta nella Confederazione elvetica. Ma i referendum non devono diventare un’arma nello scontro nord-sud.

© Burki

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Anche a sinistra risuona l’appello che chiede “più Svizzera”. Si tratta di una novità. All’origine di questa nuova attrazione di Berlino e di Bruxelles per la Confederazione elvetica è il referendum svizzero sull'”iniziativa Minder”, un’iniziativa popolare contro le retribuzioni eccessive il cui promotore, Thomas Minder, è responsabile di un’impresa familiare e consigliere agli Stati senza un’etichetta precisa.

Non entriamo nel merito di questa iniziativa popolare ma ci limitiamo a dire che permettendo agli azionisti di decidere direttamente la retribuzione dei loro dirigenti è un misura adeguata per ristabilire il legame fra la proprietà e il controllo (all’interno dell’impresa).

La stessa questione di ordine strutturale si pone nei rapporti fra i cittadini e i politici. In una democrazia i parlamentari dovrebbero agire in nome del popolo. Il cittadino è sovrano. Ma in pratica la situazione è la stessa del piccolo azionista di fronte alla grande società di capitali: è difficile per l’elettore avere il controllo sulle attività multiformi dei suoi rappresentanti al governo e al parlamento.

Due interrogativi di fondo si pongono: quali effetti ha la democrazia diretta in Svizzera? I metodi di democrazia diretta (il referendum e le iniziative popolari) devono essere raccomandate agli altri paesi d’Europa – in particolare per le questioni di politica europea?

In nessuna parte del mondo la democrazia diretta è sviluppata come in Svizzera. Lo stesso si può dire per il federalismo finanziario, che si caratterizza nella sua versione elvetica per un’autonomia relativamente estesa dei cantoni e dei comuni. In Svizzera a livello locale i referendum finanziari obbligatori o facoltativi sono organizzati diverse volte all’anno. Le iniziative popolari permettono ai cittadini di incoraggiare o di revocare le decisioni politiche. E qualunque trasferimento di sovranità a un livello superiore deve avere l’autorizzazione diretta del popolo.

I risultati sono abbastanza eloquenti: le collettività territoriali spendono meno quando i cittadini possono decidere da soli dell’utilizzo del loro denaro. La loro parsimonia ha l’effetto di alleggerire la pressione fiscale. Inoltre anche il debito si riduce grazie a referendum finanziari che permettono ai cittadini di controllare direttamente la gestione dei fondi pubblici al posto dei governi.

Questo però non significa che la solidarietà viene trascurata. Anche se i cantoni che praticano la democrazia diretta redistribuiscono globalmente meno, questo non vuol dire che il livello di redistribuzione sia insufficiente per i più poveri. L’ineguaglianza sociale non è più forte nei cantoni che praticano la democrazia diretta. Al contrario tutto fa credere che in questi cantoni i trasferimenti sociali siano più mirati.

Tutto ciò comporta un aumento della produttività economica grazie a servizi pubblici migliori e a una politica finanziaria più sana rispetto alle democrazie rappresentative. L’opinione pubblica limita il debito e al tempo stesso promuove il rispetto degli obblighi fiscali, l’efficienza e la sussidiarietà. Ma non è quello di cui avrebbe più bisogno l’Europa di oggi?

Io decido, tu paghi. In realtà l’organizzazione dei referendum europei, per esempio sull’introduzione degli eurobond, l’estensione del meccanismo di aiuto ai Paesi in difficoltà o una maggiore armonizzazione fiscale, non cambierebbero affatto il deficit democratico dell’Ue. In primo luogo perché una democrazia presuppone un demos, un popolo europeo capace di concepire e di esprimere una solidarietà europea e un’opinione pubblica. Concetti che per ora non sembrano esistere. Inoltre questo tipo di consultazioni elettorali potrebbero facilmente portare le maggioranze a chiedere trasferimenti di capitale o ottenere dei vantaggi particolari a scapito degli altri – in base al principio: “noi decidiamo, voi pagate”.

Il deficit di democrazia europeo comincia a livello degli Stati membri. E la democrazia diretta ha in questo caso una funzione importante nel difendere il decentramento del processo decisionale e delle responsabilità. Il governo e il parlamento rappresentano il popolo. Nei consigli europei si corre il rischio che i capi di Stato e di governo decidano il trasferimento della sovranità degli Stati membri a livello europeo senza tenere conto degli interessi dei loro cittadini. Per questo i grandi trasferimenti di competenze e di diritti sovrani su scala sovranazionale non devono essere decisi dai governi in occasione di riunioni notturne, ma devono essere legittimati direttamente e quindi attraverso dei referendum.

Sulle questioni europee sarebbe bene ricorrere alla democrazia diretta là dove la Svizzera la pratica con successo: i cittadini devono poter decidere a livello locale cosa fare del loro denaro e dire in quale misura vogliono essere garanti dei debiti altrui.

L’Unione europea potrebbe trarre profitto da un tale processo di elvetizzazione, a condizione però che prenda la forma di un ambizioso programma di riforme delle istituzioni politiche.

presseurop * Fonte: Frankfurter Allgemeine Zeitung, Francoforte – Presseurop / Traduzione di Andrea De Ritis.

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