Il virus dell’aviaria torna a mietere vittime, presentandosi in Oriente sotto nuove vesti. Come, purtroppo, avevo previsto dieci anni fa

di Salvatore Giannella

Nuova influenza aviaria, è allerta in Cina.

Nuova influenza aviaria, è allerta in Cina.

Il segnale l’avevamo avuto già all’arrivo all’aeroporto di Hong Kong. Un signore in divisa, armato di un rilevatore di temperatura corporea, a sorpresa aveva puntato il dispositivo contro noi passeggeri, compresi i due nipotini di 4 e 2 anni, appena sbarcati dall’aereo della Cathay Pacific che ci aveva portato puntualmente e comodamente da Milano, per valutare l’eventuale presenza di febbre. “E’ un accorgimento diventato prassi preventiva dopo l’esplodere dell’epidemia causata dal virus dell’aviaria a partire dal 2003”, ci è stato spiegato. In realtà oggi è ancora allarme diffuso per tre morti in Cina (un ragazzo di 27 anni e un anziano di 87 a Shanghai, e una donna 45enne di Nanchino nell’est della Cina: e l’infezione si allarga giorno dopo giorno) a causa di un nuovo ceppo mai trasmesso prima all’uomo. I tre hanno contratto il ceppo H7N9, avevano come sintomi tosse e febbre e poi hanno sviluppato una grave polmonite. Non è chiaro, secondo gli esperti della Commissione per la salute nazionale, come il virus si diffonda e non esiste vaccino. Qualcuno lega il nuovo ceppo di aviaria a 15 mila carcasse di maiali morti nel fiume HangPu, che bagna Shanghai: una delle due vittime, infatti, il giovane di 27 anni, era un commerciante di suini.

Sono in corso test per valutare la capacità del virus H7N9 di infettare gli esseri umani. Il ceppo più noto di aviaria, l’H5N1, ha causato più di 360 morti confermate dal 2003 e fatto strage di uccelli (decine di milioni). L’Organizzazione mondiale della sanità ha precisato che la maggioranza dei virus di questo tipo di influenza non infettano l’uomo e la maggior parte dei casi di H5N1 sono stati associati a contatti con pollame infetto. Io, però, quando mi occupai del virus dell’aviaria (Oggi n. 7 del febbraio 2004), avevo prospettato l’ipotesi che il virus si potesse ripresentare sotto nuove vesti. Rileggiamo i brani centrali di quel mio articolo dal titolo “State attenti, questo virus non è un pollo”.

Cambia vesti per battere i vaccini. H5N1, il virus dei polli che sta facendo tremare il mondo, non sarà un tipo facile da neutralizzare. Perché, tra le sue caratteristiche, il furbissimo H5N1 ha quella di farsi periodicamente il lifting, cioè di “ringiovanire” la catena degli aminoacidi che costituiscono i mattoncini del suo organismo. A differenza degli umani, qui c’entra poco l’ immagine: il vantaggio che H5N1 ottiene dal lifting è quello di battere i suoi nemici mortali, i vaccini. Quando i ricercatori ne hanno messo a punto uno adatto per soffocarlo, ecco che lui si presenta in un’ altra veste rinnovata, perfettamente attrezzata per resistere all’arma vaccinale. È quello che è accaduto con H5N1, il killer che in dieci Paesi d’Asia in pochi giorni ha provocato la strage di 20 milioni di volatili e ha attaccato pure l’uomo colpendo numerosissime persone.

Donato Greco, direttore del Centro nazionale di Epidemiologia dell'Istituto Superiore della Sanità

Donato Greco, direttore del Centro nazionale di Epidemiologia dell’Istituto Superiore della Sanità.

Nel 1997 H5N1 aveva attecchito in Italia, nel Veneto, provocando una moria fortunatamente soltanto di polli, prima di essere sradicato. Nello stesso anno aveva infettato sia uomini che polli a Hong Kong: era la prima conferma della trasmissione diretta di un virus dell’influenza aviaria dagli uccelli all’ uomo. Durante l’epidemia di Hong Kong 18 persone che avevano avuto contatti con animali infetti (allevatori, macellatori, persone che allevano polli nelle loro case, veterinari) furono ricoverate in ospedale: 6 di queste morirono. “Quel virus del ’97 l’ abbiamo studiato e abbiamo trovato l’ antidoto. Ma oggi si è ripresentato con una variante genetica che rende inutile quel vaccino di allora”, mi spiega Donato Greco, direttore del Centro nazionale di epidemiologia dell’Istituto superiore della Sanità. “Ciò comporta una nuova strategia per un vaccino contro l’attuale virus. Che è di una furbizia estrema, in quanto normalmente un vaccino (come si fa per i vaccini anti influenzali) lo si ottiene coltivandolo nelle uova, ma H5N1 è tossico per l’uovo, lo uccide. Per cui bisognerà coltivare il virus su colture di cellule umane e questa strategia potrebbe dare entro sei mesi il nuovo vaccino. Sempre che H5N1 non faccia di nuovo un lifting e così tagli le unghie alla nuova arma approntata”.

In attesa che entro l’inverno arrivi la nuova arma letale capace di sconfiggere H5N1, Shigeru Omi, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità per l’area del Pacifico, lancia l’allarme planetario: “Il rischio, per ora solo potenziale, è che H5N1 grazie alla sua grande versatilità si ricombini con il normale virus dell’influenza, rendendo possibile il contagio da uomo a uomo, a differenza di quanto è accaduto finora”. Un’ipotesi, sia pur remota, da far tremare i polsi: perché se il “liftato” H5N1, di cui solo a giorni sarà disponibile il nuovo identikit genetico, riuscisse a fare questo “salto” di qualità, la Terra rischia una pandemia (dal greco pan, tutto, e demos, popolo), capace di uccidere milioni di persone. Questo rischio, per ora solo teorico, è alla base delle drastiche misure adottate per bloccare l’espansione del “generale H5N1”.
Le autorità di Bangkok (ma anche degli altri Paesi, in Cina limitatamente alla provincia meridionale di Guangxi) hanno deciso lo sterminio dei polli e degli altri volatili, inclusi galli da combattimento e oche, in 26 distretti su 76. I polli vengono presi, messi vivi dentro i sacchi, poi sotterrati in massa dentro buche di terra ricoperte con la calce. Per questo sterminio di massa (che in Cina si affianca pure a quello di un’altra specie animale accusata dell’epidemia dell’aviaria, gli zibetti) sono impegnati l’esercito e persino i detenuti. Sono stati chiusi o ridotti di molto i mercati della capitale e di altre zone del Paese. Multe pesanti sono previste per chi scarica nei fiumi carcasse di animali uccisi (come è successo qualche giorno fa, nel marzo 2013, a Shanghai, Ndr).

Antonio Saltini

Antonio Saltini, docente
di Scienze Agrarie:
70 anni in questi giorni.

E l’Italia? “Pericoli non ce ne sono”, tranquillizzò tutti l’allora ministro della Salute, Girolamo Sirchia. “Perché abbiamo il blocco delle importazioni da tutti i Paesi dell’ Estremo Oriente. Il blocco riguarda sia gli animali vivi, che sono i più pericolosi, sia le carni, che non sono comunque pericolose, ma che per precauzione sono state bloccate”. Tranquilli? Non proprio: tant’è vero che negli ultimi giorni in Italia si sono registrati crolli verticali di consumo di carni nei ristoranti di cucina orientale e nelle vendite di carni bianche nelle macellerie e nei mercati. Frutto di una psicosi immotivata che ha già portato sull’orlo della rovina migliaia di allevatori, agricoltori e ristoratori asiatici. “Pensare che proprio loro, i Paesi oggi sotto l’incubo dei virus della Sars e dei polli, sono stati gli artefici del primato mondiale della crescita delle produzioni zootecniche”, osserva lo storico delle scienze agrarie Antonio Saltini. “Questo primato è passato dai Paesi industriali a quelli del Terzo mondo, i primi essendo saturi di proteine, i secondi essendo affamati di carne. Nella crescita delle produzioni di carne dei Paesi in via di sviluppo ha conquistato un primato indiscutibile la Cina, che oggi produce il 40 per cento di tutta la carne dei Paesi in via di sviluppo, riuscendo ad assicurarne a ciascuno dei propri cittadini 46,5 chili all’anno, 15 volte il consumo dell’India (4,6 chili), 3 volte quello dell’Africa (14,3). Disponendo di una superficie agraria irrisoria, meno di un decimo di ettaro di superficie arabile per abitante, la Cina ha compiuto il prodigio utilizzando con abilità straordinaria i cereali disponibili nella trasformazione in carne di pollo e di maiale, le carni che si possono ottenere, in autentiche industrie biologiche, da alimenti concentrati. È stato, forse, il più grande esperimento biologico della storia umana: un miliardo di uomini che viveva di riso e germogli di soia è giunto a consumare, in vent’anni, metà della carne di cui godono i privilegiati cittadini d’Europa. In dieci anni la Cina ha moltiplicato la produzione di carne di pollo da 1,6 a 7,6 milioni di tonnellate, quella di uova da 5,4 a 15 milioni di tonnellate. Un risultato realizzato creando le più grandi concentrazioni di pollame del mondo. Nel 1997 il rapporto incredulo di esperti internazionali riferiva l’esistenza, in Cina, di 15 mila allevamenti che producevano 10 mila polli ciascuno, di 100 che ne producevano 500 mila. Dati incommensurabili con le dimensioni occidentali”.
Inevitabile che organismi viventi costretti a condizioni di vita assolutamente senza precedenti, abbiano risposto con l’insorgere di qualche nuova patologia: qualche patologia che, per quanto grave possa essere, non arresterà certamente la volontà cinese di mangiare, come mangiano gli occidentali, più carne. Quanti possano essere i milioni di polli che debbano essere sacrificati per arrestare l’infezione, la veterinaria avrà ragione di tutti i virus, gli avicoltori cinesi e orientali escogiteranno sistemi di prevenzione adeguati ai propri immensi allevamenti, i cinesi continueranno a dilatare il proprio consumo di carne di pollo e di maiali. Alla faccia dei saggi ecologi che da anni ricordano che ogni territorio ha una “capacità portante” e che il superamento violento di tale limite porta al terreno fertile per lui: il furbissimo virus H5N1 e i suoi pericolosi fratelli.

Salvatore Giannella

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