Walter Bonatti e la sua “Epoca” d’oro

di Salvatore Giannella

“Walter Bonatti, viaggiatore e fotografo di Epoca”: nell’autunno del 2011 avevo accettato (come antico direttore di Airone e amico di Walter che proprio ad Airone aveva riservato gli ultimi interventi giornalistici, prima di cedere, un mese prima, all’attacco di un tumore al pancreas) l’invito del dinamico presidente del Touring Club Italiano, Franco Iseppi, di ricordare l’altra faccia di Bonatti (le imprese dello scalatore, fino al 1965, le avrebbe illuminate lo storico dell’alpinismo Alessandro Gogna).

L’occasione era data dalla riapertura, nella cornice del Teatro Strehler di Milano, degli incontri del “Mercoledì dei grandi viaggiatori”, un appuntamento di rilievo nel panorama culturale milanese che consente di approfondire le biografie, le motivazioni e le esperienze di personaggi che, in epoca contemporanea e moderna, hanno percorso da protagonisti le strade del mondo.

A far da cornice all’incontro, coordinato dal giornalista televisivo Paolo Pardini, molte fotografie delle imprese di Bonatti, scattate per il settimanale Epoca e messe a disposizione dalla Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, la lettura di alcuni scritti di straordinaria intensità di Bonatti per “Airone” (vedi brano riportato in fondo) e il materiale audiovisivo fornito dalle Teche Rai, con stralci dell’ultima intervista concessa da Bonatti a Fabio Fazio per Che tempo che fa nonché un documentario in bianco e nero che è stato proiettato nuovamente per la prima volta dopo 40 anni. Ecco una sintesi del mio intervento/ricordo di quel gigante che ci manca tanto. (s.g.)

Walter Bonatti (Bergamo, 1930 – Roma 2011) fotografato durante una spedizione sul Monte Bianco

Walter Bonatti (Bergamo, 1930 – Roma 2011) fotografato durante una spedizione sul Monte Bianco

Signore, signori
nel 1915 il poeta inglese Wilfred Owen incontrò in treno un giovane marinaio che gli confessò: “Leggere le sue parole, signore, mi spinge al largo”. Sarebbe bello che anche voi, grazie a queste parole, oggi foste spinti un po’ più al largo.
Io mi occuperò dell’altra faccia di Bonatti, quella del re della montagna ma anche re dell’immagine, quella del giornalista esploratore che aveva per passaporto la curiosità e come orizzonte l’infinito. Vi illuminerò l’uomo che affrontò il mondo a 360 gradi, facendo la fortuna di un settimanale (Epoca) e del giornalismo detto a rotocalco, dall’originario nome della tecnica di stampa, il giornalismo che valorizzava i grandi reportage, frutto della felice combinazione di testo avvincente e rigoroso insieme al corredo fotografico di grande impatto. Nel dopoguerra i testimoni di questo giornalismo di attualità, costume e cronaca furono, insieme a Oggi e al Mondo di Mario Pannunzio, L’Europeo, il settimanale diretto da Arrigo Benedetti (nato nel 1945), ed Epoca, arrivato nelle edicole italiane nel 1950: fu Epoca in modo particolare a pubblicare per primo servizi giornalistici fatti interamente di fotografie, corredate da un breve testo.

In principio fu il Po. Nel 1965, a 35 anni, Walter sbarcò proprio a Epoca per placare la sua sete di avventura disegnando per 15 anni (il suo contratto da inviato durerà fino al 1979) pagine straordinarie di esperienze d’esplorazione e di avventura nelle regioni più impervie del mondo. Quella sete gli era nata da ragazzo, in riva al Po, quando lui era ospitato da parenti. E’ lì che Walter comincia a sognare gli spazi infiniti dell’avventura. I sabbioni che allora caratterizzavano il grande fiume erano per lui i deserti, le macchie la giungla, la corrente gli oceani e là, a Nord, il profilo intravisto delle Prealpi erano le grandi montagne.
Quel terreno di liberi giochi si fondeva con le sue letture di libri d’avventura: Jack London, Giulio Verne, Emilio Sàlgari, Melville e tanti altri.
Da lì sarebbe nato il Bonatti esploratore, l’uomo che nel 1965, di fronte al bivio, aveva scelto di lasciare l’alpinismo per gettarsi nel mondo a 360 gradi, come gli piaceva dire. Il merito principale fu di un grande editore, Arnoldo Mondadori, che, letti i suoi articoli di alpinismo e viste le foto che faceva a Bonatti un grande dello staff dei fotografi di Epoca, Mario De Biasi, gli propose di fare per Epoca dei fotoreportage
d’avventura. E Walter accettò, decidendo di trasferire il suo alpinismo estremo dalla verticalità delle pareti alle distese del mondo orizzontale, alla ricerca di una propria ragion d’essere, di un modo di vivere a misura d’uomo. La sua filosofia di viaggio sarà sempre: storia, paesaggio naturale e avventura personale, meglio se in luoghi selvaggi e incontaminati, devono diventare un’unica cosa, devono fondersi così da vivere nella natura esperienze per ogni uomo uniche.

“Scalare con la fantasia”. Un giorno mi confidò: “Dopo la conquista di molte cime, mi sono accorto che il mio nuovo impossibile, l’avventura, non era più sulle alte quote. Mi sono reso conto che la sfida più grande era scalare con la fantasia, conquistare una vetta dietro l’angolo del mio cortile”.
Le parole e le immagini di Bonatti incontrarono un immenso successo. Epoca a ogni suo servizio a puntate aumentava di molto la diffusione. Allora viaggiare non era semplice come oggi. Niente agenzie di viaggi per andare in Tanzania o in Amazzonia. Cominciò con l’estremo Nord americano della corsa all’oro: la natura intatta e la memoria leggendaria dell’Alaska (Stati Uniti) e dello Yukon (Canada)… Solo, con la sua macchina fotografica. Quando partì, nel maggio 1965, umilmente passò per la redazione del National Geographic a Washington a cercare di strappare qualche suggerimento, qualche carta più dettagliata. Gli americani gli chiesero che cosa intendesse fare e gli spiegarono che loro, per un tale obiettivo, avrebbero impiegato mezzi ben superiori, una troupe e almeno due anni contro i suoi due o tre mesi. Povero italiano, illuso, superficiale…

Dalle terre dell’oro. In quel primo reportage dalle regioni dell’oro, pubblicato sul numero 803 di Epoca del 13 febbraio 1966, ci sono tutti gli ingredienti che porteranno fortuna a quel settimanale diretto impeccabilmente per tutti gli anni Sessanta da Nando Sampietro, succeduto a Enzo Biagi: ci sono le città fantasma, i ricordi della febbre dell’oro del 1849, le vette del maestoso silenzio perenne, il Sant’Elia, il McKinley…
La copertina del settimanale lo mostra (è un autoscatto) con volto assai grintoso mentre impugna il remo di una canoa e scende giù per le rapide ribollenti. Titolo: Bonatti: le mie avventure in capo al mondo. Sottotitolo: Il famoso alpinista alla scoperta del grande Nord come fotoreporter di Epoca.
I titoli delle sette puntate sono molto attraenti. “Nel Klondyke ho trovato l’oro”. “Dawson: la città dei fantasmi”. “Il silenzio della preistoria”. “2.500 chilometri in canoa, solo”. “Trenta notti senza stelle”. “I pellerossa dell’Artico”. E’ un brivido dell’ignoto, la fantastica epopea degli spazi liberi.
Negli anni Sessanta del nuovo sogno, mentre nel cielo aleggiano gli elettrizzanti ritmi dei Beatles, e il coraggio trova come testimoni Hugo Pratt e Corto Maltese, James Bond e Jan Fleming, Bonatti, precursore di Indiana Jones, ripropone le avventure dei grandi esploratori. La si riguarda, quella serie, a 45 anni di distanza, e appare ancora una meraviglia.

“Le montagne sono il mezzo, l’uomo il fine. L’obiettivo non è raggiungere la cima delle montagne ma migliorare l’uomo.” – Walter Bonatti

“Le montagne sono il mezzo, l’uomo il fine. L’obiettivo non è raggiungere la cima delle montagne ma migliorare l’uomo” (Walter Bonatti)

Senza mai un fucile. Quelli del National Geographic si rifecero vivi con lui tempo dopo, quando i suoi primi reportage avevano fatto di Epoca la rivista che apriva il mondo più lontano e incontaminato agli italiani, che ancora non avevano i mezzi per uscire dai confini, se non per la scelta straziante dell’emigrazione. Volevano ora, gli americani, che Bonatti scrivesse per loro: i suoi lavori erano meno scientifici, ma scaldavano i cuori e svegliavano il cervello.
C’era l’uomo al centro, immerso nella natura. Con i suoi dubbi. E le sue paure. Vere, perché Walter andava sempre solo, dal deserto di Atacama alle Valli Secche in Antartide, dall’isola di Komodo fino all’interno del cratere del vulcano Nyiragongo, in Africa. A tu per tu con serpenti e coccodrilli. Comprendendosi senza parole con gli ultimi selvaggi. Senza mai un fucile, perché lui sfidava la natura ma sempre portandole rispetto. Sei mesi per studiare la nuova meta, due o tre per il viaggio, altrettanti per sistemare il reportage e scegliere le bellissime diapositive. Quell’offerta del National Geographic era un altro bivio. Ma Bonatti non dubitò e restò fedele a chi aveva per primo creduto in lui.
Ed è il viaggio che auguro di fare, con un pizzico di immaginazione, a ogni ascoltatore. Un viaggio che risponde a quanto aveva già intuito Sant’Agostino che, nelle Confessioni, scriveva: “E se gli uomini vanno a mirare le altezze dei monti e i grossi flutti del mare e le larghe correnti dei fiumi e la distesa degli oceani e i giri delle stelle”. Ognuna di queste mete di Walter è in grado di stimolare fortemente, solo con il nome, i neuroni dell’immaginazione.
Anni Sessanta: Kilimangiaro, Ruwenzori; Alto Orinoco, indios Yanomami; Rio delle Amazzoni; Sebanga, il regno della tigre, le isole Marchesi sulle tracce di Melville.
Anni Settanta: Capo Horn; Deserto di Simpson in Australia; Patagonia; Zaire e Congo; i pigmei; nell’Amazzonia venezuelana sulle tracce di Humboldt; Nuova Guinea; Guyana; Antartide; ritorno alle sorgenti del Rio delle Amazzoni.

Fiore all’occhiello. Furono 15 anni intensi, che saranno riassunti in un numero speciale della rinata Epoca in preparazione per novembre dalla Mondadori: scanditi da prestigiosi riconoscimenti che gli arrivavano dall’Italia e dall’estero (in particolari dai tedeschi e dagli americani, questi ultimi gli attribuirono nel 1971 il premio “Il gigante dell’avventura”). Fu l’Epoca più bella. Si susseguivano i prestigiosi servizi a colori: inserti separati al centro del giornale, curati con grande intelligenza da art director raffinatissimi come Gianni Corbellini e Alberto Guerri, inserti che i lettori raccoglievano e rilegavano: il mare, gli eroi popolari, i posti più affascinanti del pianeta, gli esploratori dell’infinito, le meraviglie dell’universo, i grandi animali, come cambia il mondo in cui viviamo, la grande storia, e molti altri temi. Oramai il settimanale di Arnoldo Mondadori si era confermato come una delle riviste più prestigiose del mondo ed era considerato un fiore all’occhiello del giornalismo italiano.

Il periodo nero. Eppure, come nelle storie d’amore, anche qui arrivò l’ultima pagina con la parola fine. L’inizio del declino lo si può indicare idealmente nel giorno in cui la nuova direttrice di Epoca disse a Bonatti che bisognava cambiare, innovare. «E come?». «Beh, questo lo deve sapere lei!». Walter non ebbe dubbi. Epoca era la sua unica fonte di guadagno ma si licenziò lo stesso. Lo attendeva il periodo più buio, un periodo nero personale e della squadra dei fotogiornalisti esploratori che avevano in Epoca e nel fratello L’Europeo le loro più belle tribune.
Quando Bonatti si dimise, Epoca cominciò a morire. Più delle tragedie alpinistiche dalle quali era uscito grazie alla forza fisica e all’ancor più incredibile solidità psicologica. Più dell’amarezza infinita del K2. Un’amarezza solo in parte attenuatasi con il passare degli anni.
E a nulla sono valsi gli sforzi degli altri grandi fotografi dell’Epoca felice, da De Biasi a Mauro Galligani, a Giorgio Lotti, il cui ritratto di Ciu En Lai, distribuito in Cina in 90 milioni di esemplari, è uno straordinario esempio del perché quel fotogiornalismo illustrato era forte. Quel ritratto del leader cinese è uno raro esempio di penetrazione psicologica e d’interpretazione di un personaggio storico: coglie al vivo, in uno scatto, la voglia di potere del grande statista, la sua volpina, machiavellica astuzia di mago della Realpolitik, ma insieme rende la profondità umana, la compostezza, la saggezza confuciana dell’uomo.

Walter Bonatti con Rossana Podestà, a lui legata da un amore durato trent'anni.

Walter Bonatti con Rossana Podestà, a lui legata da un amore durato trent’anni.

Viaggi privati con Rossana. Gli anni Ottanta, quelli che gli portano la ricchezza di un amore trentennale e dei viaggi avventurosi ma privati con Rossana Podestà, segnarono un riaffacciarsi al giornalismo d’avventura.
Nel 1985-86, con due compagni, Walter ritorna in Patagonia sullo Hielo Continental, con l’intento di compiere una spedizione in completa autosufficienza, procurandosi il cibo lungo il percorso e senza utilizzare i mezzi di trasporto. Ma le difficoltà si fanno insuperabili risultando impossibile procurarsi il cibo senza contravvenire ai divieti di caccia imposti dalle autorità (non potendo vivere di pesca perché tutte le acque della Patagonia sono oligotrofiche, cioè prive di qualsiasi forma di vita). I tre componenti del gruppo sono costretti a rinunciare a proseguire con il loro proposito originario e la spedizione assumerà per forza di cose caratteristiche alpinistiche, impegnandosi nella salita a una vetta inviolata, alla quale verrà conferito il nome di Punta Giorgio Casari, in ricordo di un amico scomparso.

Il richiamo dal mio Airone. A chi vi parla resta la soddisfazione di aver richiamato Walter sulle pagine della carta stampata, agli inizi della mia quasi decennale direzione di Airone, nel 1986, per riprendere i suoi grandi reportage destinati ai numeri speciali di Airone montagna, valorizzati dall’art director Romano Vitale, ancora felicemente attivo). La catena montuosa dell’Atlante. Il ritorno in Patagonia. Le riflessioni sull’alpinismo che, a suo dire, invecchiando peggiorava. E lui ancora pronto a rimettersi in viaggio, con il fisico asciutto e sempre in forma, il sorriso e la curiosità sempre accesi, qualche capello bianco in più.
Aveva preparato uno straordinario reportage con la stessa cura di sempre, sulle sorgenti dell’Orinoco. Era tutto pronto per la partenza, ma l’ambasciata del Perù all’ultimo momento ci fermò.
Era pericoloso, c’erano stati agguati dei guerriglieri di Sendero luminoso in quella zona fissata per l’esplorazione di Walter. E lui, da me informato, si fermò. Perché la formula del coraggio, mi disse, prevede anche qualche molecola di giusta paura.
Grazie per l’attenzione

Salvatore Giannella

A PROPOSITO

“Seguitemi, con buone gambe e tanta fantasia”: Un brano di Walter Bonatti per Airone Montagna 1987

L’odissea della montagna è vasta, variegata, persino soggettiva nella sua interpretazione. Perciò, quella che ti presenterò ora non è che una emotiva semplificazione.

Un muro di neve nel cuore dell’Europa fu l’inizio di tutto. Ristagnavano lassù dense nubi, che espandendosi si scioglievano in generose piogge portando vita nelle grandi pianure attorno. Crebbero foreste e praterie sempre più vaste e i fiumi raggiunsero i mari.

Uomini e animali, già uniti in simbiosi, poterono spingersi e insediarsi fino ai piedi di quelle barriere gelate. Scorrono i millenni e l’uomo finisce col deporre su queste cime, come fissa dimora, le paure e i misteri che sempre più lo ossessionano. Si inventa permalose divinità e le pone anch’esse lassù, a contrastare le proprie paure. Con il tempo, e la ragione, molti di questi miti decadono: resistono però alcuni simboli già configurati a streghe e a spiriti maligni. Le alte creste e i profondi valloni ne sono il regno ideale. Avvicinarlo resta sempre cosa inosabile.

Ed ecco sorgere la luce del sapere, il calore del sentimento, il brivido della sensibilità. Crollano le residue paure e il fragile uomo si inerpica sugli antichi Olimpi, raggiunge i picchi stregati, li esorcizza con pensieri ispirati e romantici, gioisce di tutto questo e ora sa che per lui non esiste altra meta che non sia quella di misurarsi con i suoi stessi limiti, per conoscersi meglio.

E’ nato l’Alpinista. Sulle montagne infatti ci si arrampica con la fantasia e col cuore ancor prima che con i muscoli. Del resto fu già così nei tempi oscuri, quando i popoli primitivi associavano le alture con il concetto di adorazione.

Così i monti non soltanto erano sedi delle divinità ma venivano considerati divini essi stessi. L’Olimpo era il trono di Zeus; e Apollo, dio della poesia e del canto, scelse come dimora il Parnaso. Sui pendii aspri di queste cime si arrampicheranno poi ispirati e ispiratori di ogni tempo.

Ciò che l’uomo ha tentato con l’arte, la natura aveva già compiuti, su scala ben più vasta, con le montagne. E furono proprio questi “Alti Luoghi” a permettere all’uomo di ascendere dalla bestia verso Dio. E’ questo un concetto di elevazione spirituale che si trova espresso anche nel linguaggio abituale. La parola SU indica infatti ciò che è desiderabile e porta felicità, la parola GIU’ ne esprime invece l’esatto contrario. L’inferno è sempre sprofondato in qualche abisso, mentre Dio viene indicato come l’Altissimo che risiede in cielo. La piramide naturale del Cervino ha base terrena, però sale al suo vertice al di sopra delle nubi.

Qualcuno ha osservato che le tensioni muscolari, e persino le espressioni del volto, producono reazioni mentali corrispondenti. Questo spiegherebbe come al semplice alzare del viso verso l’alto siano collegati pensieri ed emozioni che elevano l’anima, distogliendola dal meschino e banale per vagare in un più vasto universo a colloquio con l’immensità. Nei miei appunti giovanili ho ritrovato una frase che ha contato molto negli anni successivi. E’ il pensiero di chi, arrivato in vetta, annotò:

A NOI SEMBRAVA DI ESSERE AL DI SOPRA DI OGNI COSA AL MONDO, E DI AVERE PER UN ATTIMO LA FACOLTA’ DI VEDERE LE COSE QUASI CON LA VISTA DI DIO

Walter Bonatti

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