Dopo la tragedia di Perugia: cosa ti fa pensare che la violenza risolva?

Cosa ti fa pensare che non ci sia una soluzione migliore? Con chi veramente sei arrabbiato? L’eterna ricerca di un capro espiatorio

di Gabriella Canova, Cacao

perugia

Oggi, mercoledì 6 marzo 2013, a Perugia è lutto cittadino, la cronaca odierna ci racconta l’ennesimo dramma. Questo dolore che colpisce la comunità dove viviamo ci ha indotto a non uscire con il nostro Cacao quotidiano, e a condividere invece con voi le nostre riflessioni.

Un uomo di 43 anni, titolare di un’impresa che si occupa di formazione professionale, sconvolto perché la Regione non gli ha rinnovato l’accredito, che fa? Entra in un ufficio della Regione Umbria a Perugia (foto in alto) e spara, uccide due impiegate e si suicida. Uccide due donne, la cui unica colpa era essere lì a lavorare…

In un social network Jacopo difende una ragazza accusata di apologia al fascismo, lo fa perché ci crede, conosce la persona e sa che è preparata, brava, e ha capito cosa intendeva Lombardi con quella frase… e parte di tutto, insulti, ma anche minacce e inneggiamenti vari a violenze passate.

Insultare protetti da un nickname. In ogni blog, durante ogni discussione, specialmente in questo periodo, ma non solo, basta una presa di posizione anche dialettica, esposta con calma, e si scatena l’inferno.
Mi immagino sempre quella persona che insulta protetta da un video e da un nickname, mentre sta in pausa pranzo, oppure di sera, prima che inizi un qualsiasi talk show dove tutti litigano per finta, che finalmente, dopo una giornata di soprusi subiti, di traffico, di parcheggi introvabili, magari una cena a base di sofficini stantii e di figli ingovernabili e urlanti, si trasforma da Dr. Jekyll a Mr. Hyde, gli si allungano le unghie delle dita e i canini e tamburella freneticamente su una tastiera gli insulti di una vita al primo malcapitato che osi dire qualcosa che richieda un minimo di critica al suo modo di pensare o che semplicemente gli sia antipatico.

Ogni volta che leggo queste risse mi si stringe lo stomaco, e altrettanto ogni volta che le vedo in tv: al primo che alza i decibel della discussione cambio canale, per me è insopportabile.

La gestione degli scontri. Qualcuno dirà che ho qualche problema nella gestione degli scontri, e sì, lo penso anche io. Non sopporto le risse, le discussioni dove vince chi urla di più, il momento in cui tu o l’altro dite qualcosa che sarà definitivo, cattivo, ingiusto solo per il gusto di averla vinta.

E lo so che adesso voi che leggete siete tutti d’accordissimo con me, ma non serve, o almeno non ho bisogno di questo, della solidarietà di chi la pensa come me. Ho bisogno di capire cosa si può fare per smetterla.

Abitavo a Bologna, in centro, in un appartamentino minuscolo, ero andata via da Alcatraz perché una amica aveva aperto una casa editrice e il lavoro era eccezionale. E avevo bisogno di staccare la spina dalle colline, era un momento di grande crisi. Adoro Bologna e mi era sembrata un’ottima soluzione, ma la nostalgia delle mie colline mi attanagliava. Quel giorno era sabato, maledetto fine settimana, da sola in città, senza i miei gatti, senza il sole e gli amici di qui. Responsabilità per il nuovo ruolo, orgoglio, sembrava che fosse impossibile tornare indietro.
Quel giorno stavo rientrando a casa e come al solito avevo la borsetta mezzo aperta, credo di avere avuto un trauma da bambina con le zip, non le chiudo mai. C’era un gruppo di ragazzi fermi sotto i portici, mi videro e uno di loro mi seguì, arrivai davanti a casa con le chiavi in mano per aprire il portone del palazzo, quando sentii muoversi qualcosa dietro di me, mi girai e vidi uno dei ragazzi con il mio portafoglio in mano, me lo aveva appena sfilato dalla borsa.
“Che cazzo stai facendo?” urlo.
Gli ripresi il portafoglio e continuai a urlare, ma così forte che non ci potevo credere io stessa. Il ragazzo era così sconvolto dalla mia reazione che rimase fermo impalato, investito da tanta furia. Poi si riprese e scappò via.
Da un ristorante vicino uscirono alcuni avventori: “Che è successo?”
Spiego loro l’accaduto e uno esclama “Poteva chiamarci, mi sarei sfogato anche io”.
Quella frase mi aprì gli occhi: sì, ero furibonda perché mi volevano derubare ma nelle mie urla c’era molto di più. C’era la mia sofferenza, la mia rabbia, in quel momento avrei potuto picchiare il ragazzo e fargli così pagare tutti i miei dolori.
Non ho pensato che lui c’entrava niente, che potevo riprendermi in mano io la mia vita, semplicemente avevo trovato un capro espiatorio.

Sfogare l’odio davanti al computer. E di capri espiatori davanti a un computer ne troviamo mille, un bel modo di sfogare il nostro odio contro il mondo infido e crudele ma soprattutto contro la nostra assoluta incapacità di cambiare.
Abbiamo diritto a essere felici, ma la sfiga esiste e ci sono momenti di difficoltà, ci sono periodi bui, che c’entra il tuo vicino di casa? O tua moglie? O tuo figlio?

La solita frase che di solito il marito dice alla moglie (ma anche il contrario): “Ehh, se non mi sfogo con te!” è la morte dell’amore. No, non ci si sfoga con un altro essere umano che si dice di amare. Prenditela con il tavolo della cucina, vai a correre, tira qualche colpo di boxe contro il materasso. Ma un essere umano è sacro, ed è ancora più sacro se ti ama e fa parte della tua vita. Va onorato e trattato con cura. Deve vedere il nostro lato in fiore.
E più lo mostriamo il nostro lato in fiore e più si espande, profuma, più fa bene a noi.

So che oggi tre famiglie sono state rovinate dalla rabbia e non c’è consolazione per chi ha perso la madre, la figlia, il padre, so che ci sono centinaia di donne che ogni anno vengono uccise, maltrattate, torturate da chi dice di amarle, e, come dice la Littizzetto quello è la cosa più distante dall’amore che si possa immaginare.

Dopodomani, 8 marzo, è la festa della donna, vogliamoci bene.

fonte: Cacao on line, newsletter n. 51/2013, confezionata quotidianamente da Jacopo Fo, Gabriella e Simone Canova, Maria Cristina Dalbosco

Author: admin

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