Quei giorni trascorsi nella via Gluck
che ora i milanesi vogliono proteggere
nel segno di Adriano Celentano

Era l’estate del 2011 e mi occupavo della cura di un numero speciale dei Nomi di Oggi dedicato ai primi 50 anni di Adriano Celentano (risaliva al 1961 la canzone “Con 24 mila baci” con cui aveva conquistato Sanremo e l’Italia). Nella Milano spopolata divenni un frequentatore abituale, per una settimana, della via più cantata della città: via Gluck, dove al numero 14 era cresciuto Adriano con la famiglia gestita da mamma Giuditta, sarta. Bussai a tutte le porte per ricostruire, casa per casa, per un poster illustrato magistralmente da Daniela Clerici, l’umanità (in gran parte di cinesi e stranieri) che in quei novanta metri si era sovrapposta agli antichi emigrati meridionali.

Oggi i circoli milanesi di Legambiente e l’Associazione amici della Martesana hanno chiesto alla Soprintendenza un vincolo ambientale e paesaggistico per salvare la via Gluck, un mondo che così Francesco De Tomaso, collaboratore di Io Donna, aveva tratteggiato nel 2002, in un testo riproposto appunto nello speciale di Oggi. (s. gian.)

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Nel cortile di Via Gluck 14. A pianterreno, casa Celentano. (Vittorio Giannella per Nomi di Oggi).

Là dove c’era l’erba ora c’è un residence. Più avanti una pelletteria, un elettricista, tre ristoranti, una sartoria, due centri massaggi. In fondo, all’angolo con la circonvallazione che porta a piazzale Loreto, la targa civica: via Cristoforo Gluck, musicista, 1714-1787. E la bottega di Franco, parrucchiere, che tra una barba e uno shampoo fa gli onori di casa. Anzi, di via. “Ogni tanto entra qualcuno e mio fa: «Ma dai, esistete davvero? E l’amico treno che fa ua-ua dove passa? E la casa natale c’è ancora?»”. C’è ancora, la casa. Tre piani, la facciata rifatta da poco, ballatoi che danno nel cortile interno. Niente più pratio, certo. Cemento sui cemento, eccome. Ma ad aspettarti sulla soglia, riuniti con il pretesto di un parere sul nuovo disco del Molleggiato, un gruppo di ragazzi. Gli stessi che quando Celentano levò le tende, piangendo e cantando “è una fortuna per voi che restate”, l’han preso in parola: sono restati. C’è la Gina Scurati, 76 anni, che si ricorda di quando “a quel scemétt” puliva il naso. C’è il Gigino Chiavegato, classe 1938, che dei 125 milioni di caz…te della vita gliene è capitata una brutta, alle gambe, e “a piedi nudi a giocare nei prati” ce lo portavano gli altri. E poi Giordano Ravasi, oggi elettricista ieri picchiatore; Amedeo Benvenuti, oggi pensionato ieri re del biliardo al bar tabacchi, in piazzetta, che adesso si chiama C&G Drink di Cai Hui, bella 29enne di Shanghai; Gian Primo ed Emilio Prata, che ai ricordi più remoti sovrappongono l’ultimo, datato 1995, quando “l’Adriano è rimpatriato per una sera, e ci siamo sbronzati giù in pizzeria, e abbiamo fatto casino come una volta”. Già, una volta. Nel 1948, bussando alla porta a destra nell’androne a pianterreno di via Gluck 14, ti trovavi tra i piedi un moccioso di dieci anni con un ciuffo e un unico bretellone grigio, di traverso, “così quando gli scappava faceva più in fretta a calarsi le braghe”. Lo ricorda bene la Gina che, smentendo la storia, ricorda anche di come in realtà la casa non sia mai stata “in mezzo all’erba”, neanche ai bei tempi. Perché “il verde cominciava più in là, più o meno all’altezza del numero civico 11 della via Bruschetti”.

“Vede quel condominio? Lì c’era la Casa Giardino, cioè un grande orto dove si giocava alla lippa (consiste nel percuotere e far saltare in aria, con un pezzo di legno o con una paletta, un bastoncino affusolato per poi colpirlo nuovamente e gettarlo il più lontano possibile, Ndr) e si rubava verdura”. E dove germogliavano i primi amori.

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Vincenti sui campi di calcio della Martesana. Adriano è il secondo da destra, in piedi. (Nomi di Oggi)

“Gli piaceva l’Iride, ad Adriano”, continua Gina Scurati. “Ma lei non era mica tanto convinta. Veniva dal veneto e lo considerava un po’ terùn per i suoi gusti”. Più che allo struscio, però, quelli della via Gluck pensavano “a cose maschie”. Tipo lo sport. “Le Olimpiadi della Fogna erano un appuntamento a cui nessun fegatoso poteva sottrarsi”, confida Gigino Chiavegato. A causa della menomazione alla gamba, lui faceva il giudice di gara, munito della sveglia della nonna come cronometro. “I miei amici si tiravano il fazzoletto sul naso ed entravano da qui”, spiega, indicando con il bastone un tombino. “Bisognava farsi 500 metri al buio, tra i topi, sbucando il più in fretta possibile all’altro capo della via. E Celentano vinceva spesso”.

Contro la banda di via Ponte Seveso. Lesto di gambe, ma lento di mano. Sul ring di viale Lunigiana, una grande aiuola circolare, le prendeva sempre da Adriano l’altro (Adriano Redemagni all’anagrafe); abitava anche lui al 14 e non per niente lo chiamavano il boxeur. Ma sulla grinta del nostro, i “ragazzi” hanno pareri discordi. Gian Primo si tira su una manica e mostra un braccio un po’ sbilenco. “Opera sua”, dichiara parlando di un antico litigio. E molti ricordano l’impegno del molleggiato-soldato, quando “si andava alla guerra” contro quelli della banda di via Ponte Seveso 40, verso la Stazione Centrale. La scintilla: parole di troppo all’indirizzo di Rosa e Maria, sorelle di Adriano. Le armi: fionda e mani nude. La strategia: toccata e fuga. “Un pugno di gluckiani, lui in testa, andava sotto casa del nemico e giù insulti e sassi alle finestre”, rievoca Chiavegato. “Così’ quelli uscivano e inseguivano i nostri fino a via Gluck 16, dove c’era l’uscita sul retro, lungo la ferrovia. Qui si appostavano gli altri. E sai le mazzate”.

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Il poster della via Gluck. Il disegno della mitica strada nella periferia milanese, diventata famosa grazie al suo “figlio” più celebre, che la cantò a Sanremo nel 1966 (Daniela Clerici per Nomi di Oggi – clicca per ingrandire).

Capelli grigi e passo malfermo, i reduci ripercorrono la via Gluck del terzo millennio. “Non siamo noi ad andarcene, è lei che se n’è andata”, dicono in coro. “Perché qui una volta era come un paesino, ci si conosceva tutti”. Ora, invece, è come un mondo. Multietnico finché si vuole (80 degli attuali 97 inquilini del condominio sono extracomunitari) ma proprio per questo slegato, “freddino”. L’atmosfera si riscalda quando nella celebre stradina si materializza un signore barbuto con un cane. E’ Dino Pasquadibisceglie, il famoso “uomo dell’acqua” che somministra bicchieroni al Molleggiato in tutte le trasmissioni televisive. L’unico ad aver seguito l’onda del successo. Abita ancora qui, al numero 15. Da ragazzo era noto come “il chimico” ma anche “il bombarolo”. I proprietari dell’Antica Osteria di via Gluck sono avvertiti: lì negli anni Cinquanta c’era una bettola, “e una volta”, dice Gigino, “io e il Dino gli abbiamo spedito un petardo nel pentolone della minestra, e i muri si sono riempiti di cavoli e patate”. Ma la vera esplosione fu una chitarra.

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E’ lui il ragazzo della via Gluck. Milano 1995: Adriano torna in via Gluck per una bicchierata con gli amici d’infanzia. Al centro, con la camicia azzurra, c’è Sergio Cavagnera, idraulico in pensione, già dirimpettaio e compagno di giochi di Adriano in via Gluck. Nella canzone, le parole consolatorie ad Adriano che deve lasciare la via Gluck (“Ma non sei contento di andare in città? Potrai lavarti in casa senza andar giù nel cortil…”) sono quelle effettivamente dette a suo tempo da Sergio ad Adriano. E’ proprio lui, Sergio, il ragazzo della via Gluck (da Nomi di Oggi).

Che un giorno comparve tra le mani del quindicenne Celentano Adriano. “Ce l’aveva nei geni, la musica”, dice Gina Scurati: nelle sere d’estate i suoi zii mettevano le sedie sul marciapiede per pizzicare il mandolino. “Lui però era diverso. Si agitava. Malmenava le corde. E più gli dicevo ‘ma te se matt?’, più si agitava. Sbavava per quell’americano, l’Elvis Presley. Voleva somigliargli. E un po’ gli somigliava”.

Il barbiere di allora ricorda di avergli cambiato il ciuffo , “da gluckiano in presleyano”. Annibale Mantovani, allora proprietario di una latteria che oggi è un negozio di borse in pelle, per poco non gli cambiò i connotati: “Si metteva davanti alla vetrina e saltellava urlando. Dopo un po’ arrivavano le secchiate d’acqua”.

Tutti in cravatta a Sanremo. Qualche anno dopo, stesse scene. Un Celentano che ormai non abita più in via Gluck, reduce dalla prime glorie al Teatro Smeraldo di Milano, si ripresenta a bordo di una sgangherata lambretta blu. Tra le gambe la chitarra, sul sellino dietro il nipote Gino Santercole. Stavolta il palco è il Bar Aurora (oggi Trattoria Terra e Mare). “Quattro tavoli uniti, lui sopra a dare spettacolo”, ricorda il gluckiano Ambrogio Farina. Fino al grande exploit: febbraio 1966, la storia del Ragazzo della via Gluck va a Sanremo, insieme ai suoi protagonisti.

Adriano Celentano – Il Ragazzo della via Gluck

Un pullman fatto mandare dal Molleggiato in persona li carica, con destinazione il Teatro Ariston di Sanremo. “Abbiamo dovuto comprarci le cravatte alla Upim, altrimenti in sala non ci facevano entrare!”. L’ultimo ricordo si perde così, dietro un disco tradotto in oltre dieci lingue, che in un terzo di secolo ha venduto valanghe di copie in quasi tutto il mondo. “E di quest’ultimo quante ne vuol fare? Un milione entro Natale? Glielo auguro, se lo merita proprio”, conclude la signora Gina. “E si meriterebbe anche il mio risotto, che adorava. Se un giorno Adriano volesse fare una capatina, l’indirizzo lo sa. Altroché se lo sa”.

celentano 001Fonte: Nomi di Oggi, “50 anni con Adriano”, numero monografico da collezione a cura di Salvatore Giannella, ottobre 2011. Con testi di Renzo Arbore, Mina, Aldo Grasso, Alberto Ongaro, Paolo Colombo, Gioacchino Lanotte, Giuseppe Colangelo. Illustrazioni di Daniela Clerici e Ro Marcenaro.

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