St Andrews, più bolla che ateneo scozzese: nella biblioteca aperta 24 ore su 24 ci pianti le tende e ci vivi per giorni

di Consuelo Angioni*

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La futura filosofa Consuelo Angioni davanti alla statua del filosofo scozzese David Hume (1711-1776).

Gli studenti la chiamano “the bubble”, la bolla. In effetti St Andrews, la più antica università della Scozia (fu fondata 600 anni fa, nel 1413), “valida alternativa a Oxford e Cambridge” secondo The Guardian, “l’università di William e Kate, che qui nel novembre scorso vennero a raccogliere fondi per gli studenti più bisognosi rievocando gli anni di studi d’arte pieni di ricordi più felici, di freddi inverni e di buoni amici” secondo Vanity Fair, è proprio una piccola bolla: poco più di sedicimila abitanti, un terzo costituito da studenti e membri dell’università. La cittadina medievale che le dà il nome sembra Hogwarts. Ma più bella, perché si affaccia sul Mare del Nord. Il vento è la condizione esistenziale indispensabile per l’equilibrio della bolla: il vento spazza via le cose che nella pulitissima e sicurissima bubble non devono stare. I prati, a St Andrews, sono troppo verdi per pensare alla crisi. “Questo posto non è credibile” è il primo pensiero che mi viene quando ci metto piede, 8 settembre 2012, il giorno 1 del mio semestre in Erasmus.

“Mi hanno risolto tutti i problemi”. La cosa più importante che scopri dell’Erasmus è che quello, l’Erasmus, inizia molto prima di arrivare all’estero. Per esempio inizia la prima volta che al telefono con l’ufficio della tua università che si chiama “Ufficio Erasmus” ti dicono che non sono loro competenti a rispondere alle domande sull’Erasmus. Il resto si immagina: cambiando i nomi di segreterie, persone e città, è solo la fotocopia di un sistema burocratico con cui siamo abituati ad avere a che fare. Di cui magari anche noi facciamo parte e che, quando ci troviamo di fronte quello made in Uk, ci fa un po’ vergognare. Il giorno 2 del mio soggiorno sono nel Gate: una bolla dentro la Bolla, immersa in un prato così verde da sembrare finto, dove ho il primo assaggio di università scozzese. È il giorno delle immatricolazioni, mi presento con in mano niente a parte il mio certificato di studentessa italiana che è un altro modo per dire “aiutatemi”. Vengo subito fisicamente guidata dai ragazzi dello staff attraverso l’iter di uffici, segreterie, compilazione di moduli, dichiarazioni di intenti. Ne esco dopo pochissimo con una carta che dice “sono una studentessa di St Andrews a tutti gli effetti”, mi hanno fatto la fototessera sul momento, mi hanno assicurato al servizio sanitario e assegnato un medico, mi hanno risolto tutti i problemi anche quelli che non pensavo di avere. Mi hanno pure regalato una penna.

Wifi dappertutto. Nel Gate, come in tutti quanti gli edifici scolastici, persino gli alloggi universitari, persino quelli a uso ricreativo (leggi: pub e locali), c’è il wifi. Per una studentessa che viene dall’università di Padova, è una gran cosa. L’altra gran cosa si chiama Library, ma ho capito che gli unici a trovarla incredibile là dentro eravamo noi italiani. La library è la biblioteca universitaria, dove la gente del posto pianta le tende e vive dentro per giorni. Mancavano davvero solo i dormitori e le docce: quando sono arrivata io, stavano collaudando l’orario continuato ventiquattro ore su ventiquattro. Grandissima, bellissima, super efficiente, fornita di tutto: nella library mettono piede ogni giorno, più di una volta al giorno, praticamente tutti gli studenti di St Andrews. Nella library studiano e vivono. È il classico posto dove ti viene voglia di andare a passare il tempo ed è anche la classica cosa che a Padova ci hanno ammazzato, dove il concetto di ‘aula studio’ trova la sua ideale concretizzazione in una stanza brutta con qualche banco e due personal computer.

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Saint Andrews, east coast.

Tutti rispondono alle mail. Poi c’è la Student Union che, dopo l’alloggio e la library, è la terza casa degli studenti. Ma a St Andrews ci si sente a casa un po’ ovunque: città e università sembrano vivere in perfetta simbiosi. Si chiama bolla per questo: perché è tutto lì e sei sempre dentro, in qualche modo. La Student Union è il posto dove puoi mangiare, studiare, bighellonare e uscire la sera. Dove vai a vedere i concerti, dove compri i libri. Fondata nel 1864, è una delle più antiche Student Union del mondo, ma i suoi anni non li dimostra: lo spirito è giovane, efficiente e ovviamente social, nel senso anche networkiano del termine. Quasi tutto quello che ha a che fare con St Andrews lo trovi anche in formato ‘pagina facebook’. Il che non è solo molto divertente – e tremendamente addictive -, ma anche parecchio utile. In generale, la predisposizione della university scozzese per il mondo virtuale è qualcosa di ormai consolidato, che ritrovi anche ad Edimburgo e Glasgow. E fa invidia: dal super sito internet dell’università, all’intero sistema telematico di registrazione di voti, esami e inoltro degli assignments, alla velocità incredibile con cui tutti – docenti, staff, uffici – rispondono alle email e, soprattutto, sanno usare un computer.

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La locandina della library: orario continuato.

Esigenti e fiscali. I giorni 3, 4, 5, 90, sono quelli che dedico a studiare. Dall’inizio del semestre fino all’ultimo giorno prima delle vacanze di Natale, a St Andrews si studia. Una delle prime cose che impari dell’università estera è che la concezione stessa dello studio è diversa da quella italiana. A St Andrews, e in generale nel Regno Unito, non si frequentano solo i corsi, ma ci si presenta anche ai tutorial: momenti di discussione con il docente o con gli assistenti, in cui si dimostra quanto si è studiato per casa. Non si “danno gli esami”: si danno i corsi. Tutti interi, lezioni e tutorial e compiti per casa compresi. Fallire un esame significa aver fallito l’intero corso, non essersi preparati abbastanza nei tutorial, non aver preso buoni voti nelle presentations e negli essays. L’esigenza e la fiscalità con cui lo studio è organizzato sono lo specchio della partecipazione alla vita accademica che si percepisce ogni giorno. A me, laureanda in filosofia abituata a studiare anche di notte (ma solo a ridosso dell’esame), questo aspetto dell’università stimolava e, allo stesso tempo, stava stretto.

Italia da ammirare, non da abitare. St Andrews è anche cosmopolita: dentro la bolla, sono 30% gli studenti internazionali, da oltre 100 Paesi diversi. Forse è anche questo il motivo per cui la cosa più vicina alla xenofobia che mi è successo di sperimentare è quella che ammetto di aver provato, a volte, verso il mio stesso paese. Nel giorno di St Andrews, patrono nazionale, a indossare il kilt e a suonare le cornamuse non erano solo gli scozzesi. E non saprei contare quante espressioni di ammirazione mi hanno rivolto per il solo fatto di venire dall’Italia. Dell’Italia, i miei amici stranieri conoscono la geografia, le città, l’arte, la cucina. Vanno fieri di quel loro trisnonno italiano poi emigrato. E vorrebbero tantissimo vederla. Un po’ meno abitarci. Il che in fondo non è troppo diverso da come ci sto io.

* Consuelo Angioni, 22 anni, di Badia Polesine (Rovigo), è laureanda in Filosofia all’Università di Padova. A St Andrews, nel corso del suo Erasmus, ha fatto anche la cameriera e la cassiera del bar dell’ateneo. In Veneto collabora alla Voce di Rovigo. Da grande farà la cronista.

Author: admin

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1 Comment

  1. Dall’Erasmus allo stage in redazione
    di Consuelo Angioni

    Gentile Salvatore Giannella,

    Le scrivo perché oggi mi ha contattato una ragazza che, cercando informazioni sull’Erasmus e sull’università di St Andrews, ha trovato il Suo blog e il mio articolo. Mi ha contattato tramite Facebook per avere altre informazioni. Non è la prima persona che mi scrive per lo stesso motivo (e sempre passando per Giannella Channel). Ho voluto dirglielo perché ho pensato potesse farLe piacere saperlo.

    Già che ci sono, Le dico anche che sto per iniziare uno stage nella redazione di un importante quotidiano nazionale. Sono molto felice di questa esperienza, al di là dei risultati che mi porterà o non porterà nel futuro: provo a vivere il giornalismo come ho vissuto l’Erasmus, senza aspettarmi nulla di più di quello che dà. Poi vedremo.

    La saluto, con stima e gratitudine come sempre!

    Consuelo Angioni

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