Dallo scudetto ad Auschwitz: gli spettatori di Inter-Bologna ricordino Arpàd Weisz, allenatore ebreo ingiustamente dimenticato

Le luci che illumineranno stasera, martedì 15 gennaio 2013, lo stadio San Siro – Meazza a Milano per la sfida di coppa Italia Inter-Bologna faranno affiorare dal buio della nostra storia anche il nome di un campione: l’ungherese Arpàd Weisz. Per volere dei sindaci di Bologna e Milano, Virginio Merola e Giuliano Pisapia, sarà dedicato a lui questo quarto di finale e i giocatori entreranno in campo con la maglietta commemorativa evocante questo calciatore e allenatore dimenticato: eppure lo scudetto vinto con l’Ambrosiana Inter nella stagione 1929-1930 fece di Weisz, allora 34enne, il più giovane allenatore a laurearsi campione d’Italia, record tuttora imbattuto. Pur avendo vinto due scudetti con il Bologna (1935-1936 e 1936-1937), aveva lasciato una labile traccia persino nella memoria di ferro di un grande cronista (e tifoso del Bologna), Enzo Biagi, che anni fa scrisse: “Weisz era molto bravo ma anche ebreo e chissà come è finito”.
Come narratore di storie al quale il padre Giacomo ha lasciato un frammento di DNA tinto di un nerazzurro interista, mi piace riproporre la storia così come raccontata da Matteo Marani, giornalista ora direttore del Guerin Sportivo nel suo libro “Dallo scudetto ad Auschwitz” e presentata da Mario Salvini sul sito della Gazzetta dello Sport. (s. gian.)

Un giorno, a un mercatino delle pulci, Matteo Marani ha comprato un pallone. Uno di quelli vecchi, in cuoio, con le cuciture larghe una spanna che al solo pensiero di colpirle di testa c’è da star male di paura. E qualche giorno dopo un pallone uguale lo ha visto in una foto. Lo aveva sottobraccio Arpad Weisz, allenatore del Bologna.

Árpád Weisz

Árpád Weisz

Non un allenatore qualsiasi, l’allenatore che ha fatto vincere al Bologna due scudetti (1935/36 e 1936/37). Il primo tecnico straniero a conquistare il titolo in Italia, nel primo campionato a girone unico, 1929/30, quando guidava l’Inter che però allora si chiamava Ambrosiana. Nella quale fece esordire un ragazzetto: Giuseppe Meazza.

Questo dicevano gli almanacchi di quell’elegante signore ungherese che stringeva un pallone sottobraccio. Questo e nient’altro. Weisz era solo un nome negli annali. Di lui non si sapeva più nulla. Non se avesse avuto famiglia, né dove fosse finito. Nel libro per commemorare i 90 anni del Bologna, Novant’anni di passione, Enzo Biagi ha scritto: “Si chiamava Arpad Weisz, era molto bravo, ma anche ebreo e chi sa come è finito”.

Matteo Marani, direttore del Guerin Sportivo, ha guardato la foto e ha deciso che lo avrebbe scoperto. Ci ha messo quasi tre anni. Ma quando ha messo insieme tutti i pezzi, quel che ne è uscito è molto più di una storia di calcio. Ci sono le ricerche, gli archivi comunali, di Budapest, di Bari, Padova, Alessandria, Milano, Bologna, e poi di Parigi e Dordrecht, in Olanda. C’è un impiegato comunale che un giorno chiama e dice che ha scoperto un certificato di residenza, dove sta scritto che Arpad a Bologna viveva a poche decine di metri da dove abita Marani. E soprattutto che aveva una moglie, Elena, e due bimbi, Roberto e Clara. Ci sono polverosi archivi di scuole bolognesi e un registro di classe, dove Marani ha trovato il nome Roberto Weisz, nato nel 1930. E c’è l’amicizia, meravigliosamente intatta per 70 anni, nonostante tutto.

A Marani invidio il momento in cui sull’elenco telefonico di Bologna ha trovato uno dei nomi letti sul registro di classe del piccolo Roberto Weisz. Ha chiamato e dall’altra parte ha risposto Giovanni Savigni, non solo compagno di classe, ma amico del cuore di Roberto ai tempi delle elementari. Roberto mandava a Giovanni lettere e cartoline di saluti, prima dalle vacanze, poi da Parigi, dove con la sua famiglia era riparato dopo che le leggi razziali avevano impedito al suo papà di continuare ad allenare il Bologna (che vinse lo scudetto del ’39, iniziato con lui in panchina). E poi da Dordrecht, dove Arpad aveva trovato l’ultima squadra da guidare.

Giovanni ha conservato quelle cartoline che hanno permesso di ricostruire tutta la storia. Il resto è uscito dagli schedari di diversi centri di documentazione ebraica e dallo sterminato archivio dello Yad Vashem, il museo di Gerusalemme dove si cerca di ricostruire l’identità di tutte le vittime dell’olocausto. E dove Marani ha trovato le date di morte dei Weisz: Elena, Roberto e Clara il 5 ottobre del ’42; Arpad il 31 gennaio del ’44. Tutti nello stesso luogo: Auschwitz.

PER SAPERNE DI PIU'

dallo-scudetto-ad-auschwitzMatteo Marani, Dallo scudetto ad Auschwitz, Aliberti, 207 pagg, 14€.


Author: admin

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