Lester Brown: il cibo è il nuovo petrolio

di Silvia Passini, Lifegate

Tutti ne abbiamo bisogno per vivere: alti, bassi, bambini, adulti, occidentali, orientali, ricchi e poveri. Lo scrittore e ambientalista americano (foto), fondatore del Worldwatch Institute nonché fondatore e presidente dell’Earth Policy Institute, ora affronta quello che definisce l’anello debole della nostra società: il cibo

Lester Brown

Lester Brown

Nel decennio di lavoro a L’Europeo (entrai da redattore nel 1975, ne uscii nel 1985 da direttore per andare a dirigere Airone) praticavo la buona consuetudine di andare, almeno una volta l’anno, in un posto del mondo che profumava di futuro. Più volte questa scelta è caduta sugli Stati Uniti d’America, dove ho frequentato brevi ma intensi periodi di studiosa osservazione (valga, per tutti, le due settimane trascorse al National Geographic Magazine, che addirittura cambiarono il corso della mia vita professionale). Uno di questi viaggi lo dedicai ai luoghi, a Bethesda e Washington, dove cervelli ben dotati esploravano gli scenari di questioni mondiali. Fu in questa occasione che conobbi (insieme a Edward Cornish, fondatore e direttore del magazine The futurist) anche Lester Brown, scrittore, ambientalista ed economista che nelle stanze dell’organismo da lui fondato, il Worldwatch Institute, era l’antenna più sensibile puntata sulle tematiche ambientali. In quelle stanze mi fece da guida un giovane, Cristopher Flavin, destinato a brillanti successi personali (è stato a sua volta presidente del Worldwatch, premiato a Milano dalla Fondazione Lombardia per l’Ambiente).

Laureato nel 1955 alla Rutgers University, Lester Brown, classe 1934, era diventato analista in agricoltura internazionale presso il ministero americano dell’Agricoltura e si era specializzato in economia agricola nell’università di Harvard.

Brown era (e continua a esserlo) il grande alchimista sul cui tavolo confluivano i dati dei satelliti, i rapporti degli addetti agricoli delle ambasciate statunitensi, gli studi dei migliori agronomi operanti sul planisfero, per essere distillati da lui e dai suoi collaboratori in rapporti (i Worldwatch papers) sulle risorse planetarie e i popoli della Terra: rapporti che da allora confluirono regolarmente anche sul mio tavolo, nella loro veste dimessa (tipo le pubblicazioni ‘Millelire’) ma densi di dati, storie, previsioni.

L’analisi che Brown fa all’intervistatrice qui di seguito, a corredo della pubblicazione del suo nuovo libro sulla penuria prossima ventura di cibo, non coglie di sorpresa chi segue Brown da anni: come il sottoscritto e pochi altri in Italia, uno su tutti lo storico delle scienze agrarie, il modenese Antonio Saltini, il quale alle analisi di Brown si ispirò per il suo ingiustamente sconosciuto romanzo di fantapolitica che prevedeva come destino inevitabile, nel 2057, lo scontro atomico tra Stati Uniti e Cina per il controllo delle ultime risorse agrarie. Ma ritengo giusto allargare la conoscenza delle sue idee, vista la scarsa conoscenza in Italia degli equilibri alimentari planetari da parte di uomini politici e di operatori dell’informazione. (s. gian.)


DOMANDA: Il pianeta Terra è pieno di persone e i loro piatti sono vuoti, suggerisce il titolo originale del suo ultimo libro (Lester Brown, 9 miliardi di posti a tavola, Edizioni Ambiente). Sembrava che il cambiamento climatico fosse lontano da noi, lo vedevamo solo come un insieme di grafici, numeri, termini astrusi, invece è arrivato sulle nostre tavole. Come siano giunti a questa situazione?

LESTER BROWN: Sapevamo da tempo che i livelli di CO2 nell’atmosfera avrebbero causato il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici. Negli Stati Uniti quest’anno abbiamo avuto la peggiore siccità della storia. Il risultato è che il raccolto di grano è molto più scarso della norma e i prezzi questa estate sono aumentati, come quelli del mais e della soia. In questa situazione le riserve di cibo nel mondo si riducono e il cambiamento climatico gioca un ruolo importante. E la siccità della scorsa estate sta continuando, non è finita: non ci sono molte precipitazioni e tra pochi mesi dovremmo piantare il grano per l’anno prossimo. Quello di quest’anno è stato seminato tra settembre e ottobre ma non è in buono stato perché non c’è abbastanza umidità nel suolo per la germinazione. I raccolti statunitensi potranno essere ancora scarsi e questo si ripercuoterà in tutto il mondo.

D: Nel libro lei dice che “in questo nuovo periodo storico il cibo è importante come il petrolio”. Cosa intende?

R: Il petrolio era una risorsa chiave, chi controllava il petrolio controllava il suo costo. Adesso nel mondo il cibo sembra essere diventato il nuovo petrolio ed è la geopolitica del cibo che controlla la terra e le provviste di cibo. L’Arabia Saudita era l’attore dominante per quanto riguardava il petrolio, gli Stati Uniti lo sono per il mais. Sono i principali produttori ed esportatori di questo cereale, controllano una larga porzione delle esportazioni, ma ora le riserve si stanno riducendo e i prezzi si stanno alzando.

D: Perciò nel ‘piano B’ da lei prospettato per salvare la nostra civiltà in altre sue opere, il cibo è fondamentale?

R: Il cibo è importante: non abbiamo risolto la deforestazione, l’erosione del suolo, il prosciugamento delle falde acquifere, la pesca indiscriminata, l’innalzarsi dei livelli di CO2 nell’atmosfera e se questi trend continueranno, alla fine saremo nei guai. Il senso di un libro intitolato ‘9 miliardi di posti a tavola’ è proprio che siamo in un’epoca di transizione da un’era dominata dal surplus alimentare come la seconda metà del ventesimo secolo a una che credo sarà dominata dalla scarsità alimentare. Proprio per questo il sottotitolo del libro è ‘la nuova geopolitica del cibo’.

D: Il WWF ha lanciato la piattaforma oneplanetfood.info per diffondere consapevolezza sul costo ambientale di quello che mangiamo. Esistono diverse app, tra cui Virtual Water, per conoscere quanta acqua è necessaria per produrre il cibo. Cosa pensa di questi nuovi strumenti?

R: Contribuiscono certamente a far crescere la consapevolezza e la comprensione della situazione che riguarda il cibo, perché prima di affrontarla in modo efficace, dobbiamo capire che è necessario fare dei cambiamenti e sostenere i leader politici che voglion realizzarli. La sicurezza alimentare probabilmente adesso sarà influenzata più dai ministri dell’energia che da quelli dell’agricoltura perché solo i ministri dell’energia possono ridurre le emissioni di CO2: questa è la maggiore minaccia alla sicurezza alimentare del mondo. Dobbiamo considerare dove sta andando il modo e la mia generazione è sicuramente responsabile per dove il mondo è ora. La questione è come possiamo cambiare direzione, come possiamo riforestare la terra, o come possiamo tagliare in tempi brevi le emissioni di CO2, come possiamo accelerare il passaggio da combustibili come carbone e petrolio al sole, per esempio. Possiamo fare questa transizione, abbiamo tutte le tecnologie necessarie: per esempio al posto di usare auto a benzina possiamo usarne di elettriche, con l’elettricità che viene da impianti eolici. Il vento c’è sempre, il carbone no: in più, la quantità di vento che usiamo oggi non incide su quanto ne avremo a disposizione domani. Siamo allo stadio iniziale di quella che sarà una ristrutturazione totale nel mondo dell’energia e dell’economia.

D: In Italia da sempre abbiamo una forte cultura gastronomica, esiste un filone letterario legato al cibo e oggi su quasi ogni canale televisivo c’è un programma di cucina? E’ una cosa buona?

R: Probabilmente è una cosa buona, ma è importante non preoccuparsi solo per come preparare il cibo, perché non bisogna dimenticare cosa succede nel mondo ad altre persone. Una delle conseguenze del prezzo raddoppiato del grano negli ultimi anni è che persone dei Paesi in via di sviluppo non possono procurarsi il cibo ogni giorno. In Nigeria, Etiopia, India, Perù sempre più famiglie adesso pianificano giorni senza cibo. In Nigeria lo fa il 27% della popolazione: così la domenica sera si siedono e decidono quanto cibo possono procurarsi quella settimana e quanti giorni mangeranno, e forse decideranno che il mercoledì e il sabato non lo faranno. Sta diventando un fenomeno diffusissimo: mi sono occupato di queste questioni a lungo, ho vissuto nei villaggi indiani nel 1956, ma non ho mai visto una situazione come questa prima d’ora. I Paesi industrializzati, in particolare gli Stati Uniti, dovrebbero occupare posizioni meno preponderanti nella catena alimentare: consumare troppi grassi è dannoso per la salute (l’obesità è diventata un problema negli Stati Uniti) e blocca le risorse per altre persone nel mondo.

D: Ma noi siamo in Italia. Parlando di cibo, c’è un nostro piatto che preferisce?

R: La cucina italiana mi piace molto perché credo che sia effciente e sostenibile! In particolare mi piace il formaggio Parmigiano. Anche perché l’associazione agricola dei produttori di Parma mi diede un premio ambientale, in qualche modo devo essergli grato.

* Dal magazine online Lifegate n. 72, dicembre 2012, www.lifegate.it, portale di riferimento per le eco news, notizie su ecologia e ambiente.

Author: admin

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2 Comments

  1. E’ buona cosa che i media si occupino in modo sufficiente delle risorse agrarie ed ambientali.

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  2. Caro Salvatore,
    voglio ringraziarti “pubblicamente” per quanto scrivi sul tuo scintillante Giannella Channel a proposito del tema sul quale la nostra amicizia (che datava dai miei viaggi alla ricerca di torri “saracene” trasformate in agroturismi per gli amanti del Sud più vero tra i lettori di Airone) si consolidò, nel borgo marchigiano di Sant’Angelo in Vado, nel 1998, sui temi delle risorse agrarie planetarie: i temi che ci hanno veduto impegnati insieme, in significativi eventi recenti, a demolire feticci, a cercare di diffondere, con dati obiettivi, la consapevolezza della natura e portata dei problemi alimentari della società umana che popola la Terra.

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