Abbiamo i soldi ma non li spendiamo

di Fabrizia Memo, Tafter

Sono in discussione in questi giorni tra la Commissione Europea e gli Stati Membri gli stanziamenti del Fondo Strutturale Europeo 2014/2020, ma a giudicare da quanto questo denaro è stato utilizzato negli anni passati, qualcosa manca nella comunicazione e nell’acquisizione di questi finanziamenti. Vediamo perché

La sede del Parlamento UE a Bruxelles

Tempi di crisi, tempi di tagli e di sacrifici. Manca il lavoro, mancano i finanziamenti per portare avanti le attività d’impresa, manca la fiducia nel futuro e non si scommette più nella ripresa e nel domani delle nuove generazioni. In questo scenario sconfortante, forse pochi di voi sapranno che in questi giorni la Commissione dell’Unione europea e gli Stati membri stanno discutendo l’entità degli stanziamenti per il “Fondo strutturale europeo 2014-2020”. Si tratta di un fondo previsto e distribuito su base pluriennale, che apporta una buona liquidità per tutti quei progetti regionali incentrati sulla crescita e sullo sviluppo di un determinato territorio. Una boccata d’ossigeno da non sottovalutare soprattutto in questo periodo, che tuttavia l’Italia non sembra aver utilizzato al meglio negli anni passati.

Andiamo con ordine.

I settori di intervento di ciascun fondo strutturale riguardano più àmbiti:

  • FESR (Fondo europeo sviluppo regionale) ha l’obiettivo di colmare le differenze strutturali, economiche, sociali e allineare così le cosiddette regioni svantaggiate sullo stesso gradino di efficienza delle altre più produttive.
  • FSE (Fondo strutturale europeo) si tratta di investimenti diretti alla formazione e all’istruzione al fine di incrementare le possibilità occupazionali in un determinato territorio, potenziandone le risorse umane ed eliminando le differenze di genere nelle possibilità occupazionali.
  • FEAOG (Fondo Europeo Agricolo di Orientamento e Garanzia) sono gli stanziamenti invece destinati allo sviluppo rurale e rivolti perciò alle aziende agricole e allo sviluppo integrato dei territori rurali.
  • SFOP (Strumento Finanziario di Orientamento alla Pesca) il fondo destinato alla pesca e all’acquacoltura.

Prelevato solo un quarto della cifra spettante all’Italia. Per fronteggiare tutte le possibili proposte create ad hoc per un Paese ricco di risorse e di patrimonio come l’Italia, in cui le carenze infrastrutturali e la mancanza di pecunia sono endemiche, la Commissione Europea aveva stabilito un fondo di 28,7 miliardi di euro da ritirare e spendere tra il 2007 e il 2013. Di questo stanziamento, la cifra effettivamente incassata dal nostro Paese alla data del 1 giugno 2012 ammonta a 7 miliardi, ossia un quarto del massimo stabilito, meno del 25% del totale, a fronte di un tempo che scorre e che sta per scadere, dal momento che la data ultima per presentare i progetti è fissata a dicembre 2013 (come ricorda, con il suo inesorabile conteggio alla rovescia, l’orologio presente su Giannella Channel, NdR). Questo ritardo e la conseguente inadempienza a sfruttare un bacino così proficuo di risorse, in un momento in cui risultano necessarie per la crescita strutturale del nostro Pil per ammortizzare la voragine del debito pubblico, non sembra essere passata inosservata. Nella regione Veneto ad esempio sono stati spesi solo il 30% del FESR previsto e un 41% del FSE.

L’intoppo che ferma il processo. Qual è l’intoppo che ferma il processo e dove si complica il passaggio per ottenere questi fondi? La risposta non è semplice, dal momento che l’iter per avere il diritto di usufruire di questi fondi non è molto agevolato. Tuttavia, si tratta pur sempre di fondi che vengono elargiti, in questo caso da un’autorità sovrana piuttosto attenta, quale è l’Unione Europea e pertanto nessun passaggio viene lasciato al caso. Il denaro viene stanziati dall’Unione Europea che fa riferimento ai diversi Stati membri, i quali a loro volta li distribuiscono a quei determinati progetti presentati dalle Regioni, che corrispondano ai criteri stabiliti per la partecipazione. Una volta approvato il progetto e pertanto sbloccato il fondo, l’acquisizione dei fondi non è univoca ma avviene in più tranche e di volta in volta è subordinata a un controllo iniziale dei requisiti, a uno intermedio per verificare le spese e uno finale per comprendere l’effettivo successo dell’iniziativa e ottenere una rendicontazione. Il tutto sotto la supervisione di due soggetti autonomi ma cooperanti che ne tengono sotto controllo la gestione e i costi e che non a caso sono ribattezzati Autorità di Gestione e Autorità di pagamento. Una regia serrata dunque, in cui piani strutturali, costi, obiettivi e risultati non sono né oscuri né vaghi ma ben determinati, controllati e controllabili. Una pratica di gestire il finanziamento pubblico a cui in Italia non siamo di certo avvezzi, ed è forse questa la prima causa di un’adesione così bassa da parte delle autorità concorrenti per ottenere questi fondi.

Semplificar le regole e farle conoscere. Tuttavia sussistono anche altre ragioni che fanno sì che questi progetti stentino a decollare: spesso il finanziamento non è previsto per una copertura totale del progetto, ma prevede un cofinanziamento da parte del soggetto privato proponente sino a un 30% dell’ammontare della cifra; inoltre la promozione di tale possibilità cui attingere per finanziare la propria idea non è così ampia. Sebbene siano allestiti siti internet e pagine dedicate con bandi da scaricare e notizie da reperire, manca una formazione adeguata soprattutto per il personale amministrativo o di quello all’interno delle aziende per comprendere le clausole di questi concorsi e parteciparvi. Nel documento di intenti che delinea i requisiti per il 2014-2020 non casualmente è stato dato spazio alla necessità di semplificare e ampliarne la diffusione il più possibile, prefiggendosi come obiettivo anche l’istituzione di un sito internet unico che funga da contenitore per tutte le iniziative a livello regionale. Questo per far in modo che la maggior parte dei fondi messi a disposizione vengano impegnati proficuamente da parte di coloro che ne necessitano e non rimangano inutilizzati, dal momento che, in caso di mancato ritiro, i fondi tornano nelle casse dell’Unione Europea. Perché sebbene manchino dei documenti chiari e semplici da cui trarre dati e conti corretti sull’effettiva destinazione, basta dare una rapida occhiata alle schede sui progetti divise per regione per accorgersi delle numerose caselle vuote alla voce “Contributo pubblico pagato”.

Fonte: Tafter newsletter

Author: admin

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