Quanti miliardi ci costa l’emergenza idrogeologica, lutti e dolori a parte

L’ITALIA CHE FRANA

di Salvatore Giannella

Che cosa si può fare in un Paese in cui si verifica uno smottamento ogni 45 minuti e dove, per frane e alluvioni, muoiono otto persone al mese? In un Paese in cui oltre il 50% del territorio è a rischio idrogeologico e in cui sono avvenuti, nell’ultimo mezzo secolo, circa 15.000 eventi gravi (dall’articolo “Il prezzo dei condoni”, di Mario Tozzi, La Stampa, 13 novembre 2012, con la drammatica emergenza della Toscana e Umbria invase dall’acqua).

“Ogni pioggia un’emergenza. Forza della natura e debolezza dell’uomo, la miscela esplosiva che ancora una volta minaccia la fragilità del Malpaese”, scrive Giovanni Valentini sulla prima pagina de la Repubblica. “Soltanto una forte Azione Popolare, per citare il titolo dell’ultimo libro di Salvatore Settis, può restituire a tutti noi questo fondamentale diritto di cittadinanza”.

“Intervenire, o sarà sempre peggio. Lo ha detto anche il capo dello Stato Giorgio Napolitano: la difesa del suolo è una priorità, la buona politica si capisce proprio dalla scelta dei singoli interventi. E’ evidente che non si può fare tutto e subito, ma bisogna cominciare. Per esempio, per la Toscana servirebbero 3-4 miliardi di euro”, diagnostica il geologo Vittorio D’Oriano, docente all’Università di Siena, sul Quotididiano Nazionale.

Forse questa è la volta buona per passare dalle parole ai fatti. Perché si come intervenire le idee erano chiare da tanto tempo. Come dimostrano queste parole (con cifre che purtroppo si discostano poco dalla realtà attuale segnata dall’assenza pressocché totale di piani seri) tratte da un antico libro scritto da me e dal mio collega a L’Europeo Paolo Ojetti (“Un’Italia da salvare”, ed. Atlas, Bergamo, 1979, un terzo di secolo fa!). In quel libro c’era una radiografia fatta subito dopo l’alluvione che era costata 14 morti e oltre 100 miliardi di danni in Val d’Ossola (6 agosto 1978). Eccone dei brani.

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Altezza di una delle targhe che ricordano il livello raggiunto dall’acqua in Via Isola delle Stinche, nella storica alluvione del ’66 a Firenze.

«“Questa alluvione è colposa”, accusano i geologi. A provocarla ha contribuito la mancata realizzazione di opere pubbliche di difesa. Hanno contribuito l’abbandono della montagna, gli alvei dei fiumi più stretti, lo sviluppo edilizio disordinato, gli scarichi incontrollati di materiale di demolizione.

L’allarmante rapporto dei geologi. Nel rapporto compilato da un’èquipe di geologi dopo un sopralluogo nella zona colpita si legge: ‘In un quadro di assoluta incuria della realtà idrogeologica era inevitabile che si verificasse un simile dissesto. La situazione del fondovalle è lo specchio del caos idrogeologico e urbanistico dell’intera area’.

Il governo si è puntualmente impegnato a promuovere la ricostruzione e la rinascita economica della regione sinistrata. E la coscienza dell’Italia ufficiale è a posto. Con colpevole leggerezza. Perché i lutti, i dolori, gli oltre 100 miliardi di danni causati dalla prevedibile alluvione in Val d’Ossola (la settima degli ultimi tre anni) ammoniscono questi italiani, ammoniscono i loro partiti, i politici, ammoniscono il loro governo che c’è un’altra situazione di emergenza, oltre quella politica ed economica. E’ la situazione allarmante del dissesto del territorio segnalata al presidente del Consiglio Giulio Andreotti con un rapporto di quattro pagine, firmato dai nomi più illustri della geologia italiana: Abizo Berti, Michele Benvenuto, Pino Carieri, Paolo Cassina, Biagio Camponeschi, Leonardo Lombardi, Floriano Villa, Enzo Vuillermin e Renzo Zia.

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L’incidente ferroviario del 15 aprile 1978. Il bilancio fu tragico: 48 morti e 76 feriti

Il rapporto, compilato sull’onda dell’impressione suscitata in tutt’Italia dalla tragedia ferroviaria sulla Firenze-Bologna del 15 aprile 1978 (due treni si scontrarono a causa di una frana che ostruì i binari) ha il sapore di un sinistro ammonimento per il futuro. Ecco come comincia: ‘Le ben note sciagure che si sono abbattute recentemente sul Paese e che trovano la loro principale motivazione nella negligenza geologica; la richiesta che proviene dall’opinione pubblica di affrontare con serietà e con impegno diversi il gravissimo stato di dissesto idrogeologico che ormai si diffonde su tutto il territorio nazionale, ci impongono preciso il dovere di segnalare al governo da Lei presieduto la situazione di reale emergenza che richiede interventi altrettanto urgenti’.

Le cifre. Non è una diagnosi esasperata. Lo dimostra la mappa aggiornata dell’Italia che frana, mappa compilata dall’Ordine nazionale dei geologi dopo un censimento capillare che ha interessato tutti gli 8.051 comuni italiani. Le risposte costituiscono il più ampio test finora disponibile sulla situazione geologica del nostro Paese. Ecco qualcuna delle cifre che documentano queste piaghe d’Italia.

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Uomini a lavoro dopo l’alluvione del 1954 che creò enormi danni nell’area fra Larderia e Tremestieri, nel messinese.

Un sesto del territorio nazionale, pari a circa 5 milioni di ettari (quanto il Piemonte, la Val d’Aosta e la Lombardia messi insieme) risulta danneggiato dall’erosione. Le frane si contano al ritmo di 10 al giorno (sono oltre 3.000 quelle registrate nel 1977). I morti: uno ogni dieci giorni. I comuni colpiti da alluvioni sono passati negli ultimi quattro anni dal 37 al 57% del totale. Dato impressionante: in 1.072 comuni i dissesti interessano il centro abitato.

Ci sono regioni, come la Basilicata, che hanno addirittura il 40% del territorio soggetto a movimenti franosi. Non è cambiato niente, per quella regione, da quando il presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli rispondeva al deputato Lacava: ‘Al primo ingresso in questa provincia udii della grossa frana di Lauria sempre esposta a formidabile ruina; e oggi udii pure della frana di Accettura, sicché anche di questo, dei mali che vi affliggono, dovrà prendersi necessaria e affannosa cura’. Era il settembre del 1902.

I costi. Quando ha pagato la comunità italiana per questa rovina del suolo? Cinquantamila miliardi negli ultimi trent’anni: è questo il pesante bilancio reso noto nel corso di un convegno tenuto nel maggio 1978 a Roma sulla politica del territorio. Un costo che la collettività avrebbe potuto evitare se non vi fossero state precise responsabilità politiche. Dal questionario dei geologi risulta infatti che il 50%, cioè la metà dei comuni, è sottoposta a vincoli che, se rispettati, avrebbero permesso una pianificazione territoriale organica. La programmazione è stata invece trascurata e, attraverso le varie leggi urbanistiche che si sono succedute, sono stati impostati o approvati piani di fabbricazione o piani regolatori che poco o niente hanno tenuto conto della realtà territoriale. Con il risultato che appena il 10% dei comuni ha effettuato uno studio geologico».

Ancora dal libro “Un’Italia da salvare”: cause e conti di un’emergenza che vede l’Italia fanalino di coda in Europa e indietro persino al Ghana.

«Sulle cause che hanno portato a questa situazione di emergenza del territorio italiano, negli ultimi anni si è detto abbastanza. Le ha riassunte efficacemente l’esperto di urbanistica Antonio Cederna (giornalista, da molti anni uno dei più tenaci nel denunciare malefatte e speculazioni, ha scritto anche molti libri su argomenti ecologici e sui disastri urbanistici provocati da quelli che egli definisce ‘i nuovi barbari’) al recente convegno di Roma: “Abbiamo lasciato che quattro quinti dei nostri boschi si degradassero. Non abbiamo saputo attuare una politica sistematica di rimboschimento: riusciamo a rimboschire soltanto la metà delle aree che ogni anno vanno a fuoco, rimboschiamo cioè, appena 20 mila ettari l’anno, mentre in Francia e Spagna arrivano a 60 mila. Abbiamo tollerato l’impunita escavazione dei fiumi per estrazione di ghiaia, rendendo sempre più rovinoso il corso delle acque. Abbiamo intensamente ‘bonificato’ in zone umide e paludose che sono la naturale valvola di sfogo delle piene. Abbiamo lasciato costruire case e industrie nelle aree golenali. Abbiamo costruito strade e altri manufatti in zone di equilibrio instabile, sconvolgendo le pendici e il regime idrico. Abbiamo trascurato l’adeguamento delle fogne alla sgangherata espansione edilizia… Abbiamo inciso, sventrato, perforato, asportato occluso, manomesso per ogni verso l’ambiente naturale e il territorio senza preoccuparci di conoscerlo. Non meravigliamoci se il Paese ha risposto sfasciandosi”.

I 1.100 miliardi franati con il franare della legislatura. E’ ora di cambiare strada, ammoniscono i geologi nel rapporto al governo. Finora quasi nulla si è fatto per prevenire, anche se si conosce esattamente, dopo anni di commissioni e di indagini, quello che si dovrebbe fare e quanto si dovrebbe spendere.

La commissione interministeriale presieduta da Giulio De Marchi nel 1970 valutò in poco meno di 170 miliardi la somma da spendere in un trentennio per opere idrauliche, forestali, difesa dei litorali e rimboschimento. Un ulteriore contributo era stato dato da un’indagine del Senato conclusa nel 1972 con una relazione in cui erano precisate le riforme amministrative, organizzative e legislative necessarie: un successivo decreto che stanziava 1.100 miliardi franava con il franare della legislatura.

Una politica del rammendo. Oggi lo Stato spende ogni anno circa 40-50 miliardi di lire (cioè l’equivalente del costo di una ventina di chilometri di autostrada) per interventi parziali, frammentari e, alla fine, assolutamente inconcludenti. Una politica assistenziale del ‘rammendo’ al limite del ridicolo.

“L’esempio di come non si dovrebbe spendere i soldi viene proprio dall’Oltrepò”, dice Floriano Villa, presidente dell’Associazione dei geologi italiani. Nel marzo 1978 la Regione Lombardia ha stanziato 7 miliardi e mezzo per interventi in quella zona. Per evitare i soliti interventi a pioggia, scoordinati e quindi inutili, è stato proposto di far precedere lo stanziamento da uno studio fotointerpretativo della zona, cioè da una lettura fotografica di tutti i movimenti franosi in atto. Un lavoro necessario di sintesi che avrebbe richiesto appena due mesi di impegno e una spesa di soli 5 milioni e mezzo. La proposta è stata respinta.

I geologi? Scomodi per i politici. Dice Villa: “Perché questa carta avrebbe sconvolto i programmi già presi dai politici, gli impegni già assunti con i sindaci. E’ venuta fuori, insomma,la propensione dei politici a eliminare il geologo perché scomodo”.

Per uscire dal tunnel, i geologi hanno indicato al governo due tipi di intervento: di emergenza e a medio-lungo termine. Fra i primi, rientra il potenziamento del Servizio geologico di Stato, un’organizzazione benemerita fondata nel 1867 da Quintino Sella. Oggi, mentre tanti enti inutili prosperano, questo servizio è ridotto a un organico complessivo di 40 persone. Questa sparuta pattuglia di geologi, analisti, laboratoristi e cartografi, deve tenere sotto controllo tutto il paese con un bilancio di 140 milioni di lire e un fondo annuale per i sopralluoghi di appena 24 milioni di lire. “Bastano per tre mesi. Poi non si esce più per i controlli, perché mancano i soldi per la benzina”, sostiene Villa.

Un altro dato: a Milano c’è una sezione distaccata dell’Ufficio idrografico che cura tutti i corsi d’acqua lombardi (dall’Adda all’Oglio, dal Ticino al Serio): vi lavora solo un geometra.

Qualche altro dato significativo. L’Italia ha un geologo ogni 5 milioni di abitanti, contro uno ogni 70 mila del Ghana, per non citare i dati delle società industriali avanzate (628 geologi di Stato in Germania, 850 in Francia). Nelle spese destinate al Servizio geologico di Stato l’Italia è all’ultimo posto assoluto, con grande distacco: circa 10 lire per abitante, contro le 1.100 della Finlandia, le 550 della Norvegia, le 400 del Lussemburgo, le 300 della Germania federale e Francia, le oltre 250 di Danimarca e Olanda.

“Soltanto ora, forse, che una parte delle competenze in materia è stata trasferita alle Regioni, potremo risalire in qualche modo lungo questa scala umiliante”, sostiene Villa.

Compito principale del Servizio è l’elaborazione della carta geologica d’Italia. C’è voluto quasi un secolo per portare a termine quella in scala 1:100.000 (di scarsa utilità pratica, in molti casi). Dal 1971 è in corso di elaborazione la carta in scala 1:50.000 che sarà composta di oltre 600 fogli. Al ritmo attuale, un foglio ogni due anni, ci vorranno 1.200 anni per completarla. Memoriali, appelli, disegni di legge per potenziare il Servizio geologico sono sempre caduti nel vuoto. Anche l’ultimo disegno di legge per la difesa del suolo se n’è dimenticato: prevede una spesa di 3.000 miliardi in 10 anni, e vorrebbe essere un ‘programma organico’, ma appare agli occhi degli esperti ancora come un piano di settore in quanto include soprattutto opere idrauliche e dovrà essere rivisto.

Un’altra indicazione, della quale ci occuperemo più avanti in questo testo, riguarda la creazione di presìdi geologici (un geologo condotto per un comprensorio di quattro comuni, in tutto 500 geologi, spesa annua prevista: 8 miliardi di lire) e una rete di sentinelle geologiche. In tutto, 20 mila nuovi posti di lavoro».

Il libro si concludeva con una proposta per dare lavoro ai giovani, attivando una rete di geologi condotti (“come i problemi sanitari del Novecento sono stati risolti con una fitta rete di medici condotti, così i problemi geologici potranno essere risolti con una rete di geologi condotti, sentinelle della salute del suolo”) innescando un New Deal verde diventato di grande attualità un terzo di secolo più tardi.

NON E’ UN LUSSO. «Nel programma concordato dai partiti di governo non c’è traccia della questione del territorio. A opporsi a una riforma ecologica tutti tirano in ballo i soldi, cioè l’alto costo da pagare. Il ragionamento più comune è: sì, la difesa dell’ambiente è un’ottima cosa ma è purtroppo un lusso, un lusso che possono permettersi solo i paesi ricchi. Non certamente l’Italia di oggi, che vive una lunga e difficile crisi economica. Si spiegano così le generali derisioni rivolte ai difensori della natura, visti come ‘anime belle, indifferenti ai più concreti problemi sociali’.

“ROSA ALL’OCCHIELLO DI UN VESTITO LACERO”. C’è un aneddoto antico che fotografa questa filosofia politica e spiega quasi tutto della noncuranza che ha portato al collasso delle città, al dissesto idrogeologico, all’inquinamento generalizzato, alla degradazione di un paese che una volta era il giardino d’Europa. Risale al 1946, quando il famoso naturalista Renzo Videsott, commissario per il Parco nazionale del Gran Paradiso, andò a Roma dal ministro dell’Agricoltura Antonio Segni per ottenere un finanziamento con il quale risollevare le sorti di quel parco meraviglioso, dopo le devastazioni della guerra. Il ministro mostrò stupore e scandalo: “Ma come? Abbiamo un paese ridotto in queste condizioni drammatiche e lei ci chiede di occuparci di camosci e stambecchi! Spendere oggi per il parco sarebbe come mettere una rosa all’occhiello di un vestito lacero”.

IL DENARO PUBBLICO DIROTTATO. Sono passati tanti anni, ma certi politici non hanno fatto passi avanti rispetto alla convinzione dell’allora ministro Segni. Un grande interesse a parole: lo stesso capo del governo Giulio Andreotti, che pure vanta il curioso record storico di aver usato per primo come presidente del Consiglio il termine ‘ecologia’ nei discorsi programmatici, fin dal 1972 auspica una ‘organica politica statale e regionale a difesa dell’ambiente’ e nel 1976, parlando del veleno di Seveso, definisce il ‘controllo ecologico’ come un’occasione di possibile impiego per i giovani.

Quando si tratta di passare all’azione, invece, i tempi si allungano, altri problemi occupano la mente dei politici, il denaro pubblico viene dirottato verso altri canali, l’ecologia scompare dagli accordi dei partiti di governo. E così continuano le distruzioni di risorse limitate e preziose, indispensabili alla cultura, all’identità storica e alla incolumità pubblica.

IL MONITO DI UN PIONIERE: GIORGIO NEBBIA. Eppure a fare giustizia del luogo comune che la riforma ecologica è un ‘lusso’ e basta, contribuiscono dati, cifre ed esperienze di altri Paesi. ‘In realtà la difesa dell’ambiente non solo non è in contrasto con lo sviluppo economico, ma anzi rappresenta una spinta formidabile per lo sviluppo, per nuove invenzioni, per la creazione di nuovi posti di lavoro’, è la convinzione che ripete da anni Giorgio Nebbia, professore all’università di Bari, uno dei primi e più chiari divulgatori della questione ecologica in Italia.

Sui costi e benefici di una riforma ecologica si hanno i dati più disparati e contrastanti, per il motivo che nessuno ha mai commissionato un serio studio sull’argomento.

ALL’UNIVERSITA’ DI PAVIA HANNO FATTO I CONTI. I dati più recenti sono quelli citati in un convegno a Como nell’autunno del 1977 da Emilio Gerelli, professore di Scienza della Finanze all’università di Pavia. Gerelli ha sostenuto che gli investimenti globali per il risanamento ecologico del territorio italiano possono essere valutati in 4.860 miliardi di lire per la depurazione delle acque, 2.523 miliardi per il disinquinamento atmosferico causato da scarichi industriali, 506 per distruggere i rifiuti solidi urbani. Spesa globale: 8.000 miliardi. cui vanno aggiunti 432 miliardi ogni anno di spese d’esercizio, per mantenere gli impianti in efficienza. Come spendere questa somma? Gerelli indica in 1.000 miliardi l’anno la cifra minima da destinare a difesa dell’ambiente e compatibile con le risorse dello Stato. E’ una spesa che consentirebbe la creazione di almeno 50.000 posti di lavoro, un quinto dei quali nella sola Lombardia. E il governo italiano dimostra di voler prendere in considerazione questi investimenti: il 18 settembre 1978 il ministro del Tesoro Filippo Maria Pandolfi ha chiesto a Bruxelles che l’Unione europea finanziasse un grande progetto per il disinquinamento della penisola.

GLI INVESTIMENTI DELL’EUROPA. L’Unione europea da tempo ha messo a fuoco la questione dell’inquinamento nei Paesi aderenti. Due specialisti tedeschi, Meissner e Odl, incaricati dalla Ue di raccogliere dati e tirare le somme, hanno messo a punto un rapporto che consiste in una premessa e in un programma. La premessa è che la difesa dell’ambiente è un servizio indispensabile e quindi un lavoro, che richiede investimenti largamente inferiori a quelli richiesti in altri settori. E’ l’occasione per impiegare migliaia di disoccupati e cassintegrati che rappresentano comunque un grave costo sociale.

Il programma, per ora non dettagliato e molto prudente, abbraccia i Paesi dell’Unione europea (Italia compresa) e prevede investimenti iniziali per oltre 600 miliardi di lire grazie ai quali si potrebbero creare almeno 20.000 nuovi posti di lavoro. I fondi necessari, secondo gli studiosi, dovrebbero essere attinti alle risorse attualmente destinate alla disoccupazione e alla cassa integrazione sotto forma di sussidi, ‘tanto che questo fenomeno ha ormai quasi dovunque assunto un carattere strutturale ed è purtroppo logico prevedere che esso costituirà una specie di pozzo senza fondo in cui quei denari continueranno a essere gettati senza utile alcuno; tanto vale dunque cercare per essi un impiego doppiamente proficuo’.

I progetti elaborati sono vari. Alcuni si riferiscono alle regioni industriali e alle città, più palesemente colpite dal fenomeno, altre alle zone di campagna dove l’insidia è spesso meno evidente. Essi vanno dagli impianti per la depurazione delle acque alla purificazione dell’aria, dalla sistemazione delle reti fognarie agli impianti di irrigazione e di canalizzazione delle acque fluviali, dal rimboschimento alla disciplina dei corsi d’acqua, dalla lotta contro l’inquinamento al restauro del paesaggio.

Anche i costi iniziali dei vari progetti sono naturalmente differenti: quelli ad esempio per la depurazione delle acque nell’insieme della Comunità potrebbero, secondo gli autori del rapporto europeo, ammontare a circa 100 miliardi e creare 1.200 nuovi posti di lavoro, mentre il restauro dei monumenti e del paesaggio ne richiederebbe soltanto una settantina per un numero triplo di impiegati. L’inquinamento acustico potrebbe essere combattuto con una spesa di 25 miliardi pari a circa 600 posti di lavoro, mentre la disciplina dei corsi d’acqua impiegherebbe 2.370 persone per un investimento complessivo di una cinquantina di miliardi.

Il primo passo per realizzare questo programma dovrebbe essere quello di compilare un catalogo dettagliato dei vari progetti tenendo in debito conto le varie esigenze locali e mettendole a riscontro con le diverse caratteristiche della disoccupazione giovanile nelle regioni interessate.

Un esempio pratico di come dovrebbero essere impostati i progetti lo dà proprio l’Ordine dei Geologi italiani che, come accennavamo prima, ha preparato e spedito al governo una proposta per la creazione di presìdi e sentinelle geologiche, per complessivi nuovi 20.000 posti di lavoro.

Nelle 95 province italiane dovrebbero essere istituiti corsi di un anno con l’insegnamento di materie fondamentali per la difesa del suolo. ‘Come i problemi sanitari del secolo scorso sono stati risolti con una fitta rete di medici condotti, così i problemi geologici potranno essere risolti con una rete di guardie del suolo’, dice convinto il presidente dell’Associazione geologi, Floriano Villa.

In pratica verrebbero ammessi a corsi retribuiti 200 giovani per ogni provincia, circa 20.000 in due anni in tutt’Italia. Spesa prevista: 26 miliardi (il testo integrale della proposta è in coda al testo, nel box “A proposito”, Ndr).
Per capire quanto un investimento del genere sia utile e conveniente basta ricordare, dolori e lutti a parte,alcuni dati esclusivamente economici. 500 miliardi di lire sono costate le 106 interruzioni stradali avvenute tra il novembre 1971 e l’aprile 1972 (200 miliardi per il maggior costo di lavoro e 300 miliardi per la ricostruzione). Le frane stradali sono costate finora nel solo compartimento Anas di Bolzano 150 miliardi l’anno. E le cosiddette ‘catastrofi naturali’ provocano alla comunità italiana danni per 1.000 miliardi l’anno.

Che convenga imboccare la strada indicata dai geologi lo dimostra anche l’esperienza di altri paesi, esperienze convergenti nonostante la diversità dei regimi politici.

E’ accaduto nell’Unione Sovietica e in Cina, dove in passato si sono rivelate importanti grandi operazioni di riassetto del territorio, di riequilibrio tra città e campagna, di regolazione delle montagne e dei corsi dei fiumi. Negli Stati Uniti degli anni Trenta la situazione era per molti versi uguale a quelle di oggi in Italia. L’assalto del territorio da parte dei ‘pionieri’, il miracolo economico americano degli anni ruggenti, erano stati caratterizzati da disastri ambientali, dalla desertificazione di terre fertili alla riduzione delle foreste, alle alluvioni, all’erosione del suolo a opera del vento.

Devastazione della natura, corruzione pubblica, rapina privata, crisi economica: questo era il paese ereditato da Franklin Delano Roosevelt quando fu eletto presidente degli Stati Uniti nel 1932. Egli affrontò la ricostruzione e il riassetto del territorio attuando un programma gigantesco di opere pubbliche, costruendo dighe, regolando il corso dei fiumi, sistemando le città. Il Soil conservation service dal 1935, anno della sua fondazione, risana in media 80 bacini montani all’anno, con centinaia di dighe, argini fluviali, eccetera.

Per citare un paese più vicino a noi, l’Inghilterra ha sofferto l’ultima alluvione nel 1947. Fiumi e torrenti sono stati regolati utilizzando le piene per produrre elettricità e per alimentare laghi artificiali, destinati alla ricreazione. Perfetto esempio è quello della Lee Valley, con i suoi specchi d’acqua tranquilli solcati da canoe e da barche a vela… Salvare l’Italia che frana, che spreca, che vede distrutto il suo ambiente naturale non è quindi un problema finanziario. E’ un problema di cultura e di civiltà».

Fin qui il libro: sono passati 33 anni da quella nostra pubblicazione e purtroppo siamo sempre lì, anzi peggio perché in alcune regioni il cemento, per lo più abusivo, ha investito montagne e colline, dissestandole fino alla costa, irriconoscibile ed esposta a diffuse erosioni. Oggi, 2012, i numeri del dissesto idrogeologico sono purtroppo da primato europeo.

In Italia si contano circa 6.600 comuni a elevato rischio: il 100% in Calabria, Molise, Basilicata, Umbria e Valle d’Aosta; il 99% di Marche, Lazio, Toscana e Liguria, oltre il 90% in Emilia Romagna, Campania e Abruzzo. Secondo il Consiglio nazionale delle ricerche, quasi il 15% del totale nazionale delle frane, e quasi il 7% delle inondazioni, avviene n Campania (1.600 in 75 anni), dove 230 comuni (da Ricigliano a Sorrento) su 551 sono a rischio di smottamento. Nella sola Genova 100.000 abitanti vivono in zone a rischio, vale a dire che un genovese su sei rischia di essere coinvolto in piene e frane.

La ragione di questa maglia nera europea è ben precisa: l’Italia è il paese in cui più si costruisce l’unico in cui si condona. Ogni anno circa 500 kmq di territorio nazionale vengono ricoperti di cemento e di asfalto, cosa che lo rende complessivamente impermeabile alle piogge che, a quel punto, restano in superficie, invece di infiltrarsi naturalmente in profondità, ed esondano inevitabilmente. L’uomo crea il rischio anche dove non c’era.

Con le immagini drammatiche della Toscana e dell’Umbria in ginocchio, viene da dire BASTA! al malgoverno del territorio e delle risorse collettive più preziose dell’Italia e di passare a quella che Salvatore Settis chiama “Azione popolare”: proprio nella cura dei boschi e dei parchi, nella regimazione delle acque, nel riassetto idrogeologico con metodi naturali potrebbero venire impiegate disoccupati e cassintegrati, cooperative di giovani, italiani ed extra-comunitari, quell’esercito del lavoro’ proposto da Manlio Rossi Doria e ripreso da Paolo Sylos Labini, destinato a sostituire nella manutenzione ordinaria e straordinaria decine di migliaia di contadini spariti da tempo e il cui esodo, insieme alla diffusione del cemento e dell’asfalto, è alla radice dello sfascio che in questi giorni ha riportato la Calabria e la Sicilia, e poi la Liguria, la Toscana e l’Umbria nei titoli dei giornali. Si può, si deve reagire. Ma bisogna crederci, anche come rimedio di fondo contro la crisi in atto e contro lo ‘sfasciume pendulo’ di cui parlava Giustino Fortunato, sfasciume diventato ormai nazionale.

A PROPOSITO

Post scriptum: Ecco la proposta per dare lavoro a 20 mila giovani disoccupati, come appare nel promemoria inviato trent’anni fa fa dal presidente dei geologi italiani al presidente del Consiglio. Titolo: “Istituzione mediante corsi di addestramento di un corpo di guardie del suolo utilizzando le forze giovanili disoccupate”. Proposta alla quale il governo non diede risposta.

Il programma prevede l’addestramento, mediante stage, di giovani forniti almeno di licenza media inferiore.

Ipotesi di lavoro * costituzione di comitati di direzione a livello nazionale per formulare il programma di addestramento; * formazione di commissioni regionali per coordinare il corpo docente; * corpo docente a carattere interdisciplinare formato da geologi, agronomi, forestali e ingegneri idraulici, con due gruppi di 4 docenti a livello provinciale; * lezioni giornaliere di 4 ore (dalle ore 17 alle 21); addestramento sul terreno di due-tre giorni alla settimana, coinvolgendo nell’attività didattica e formativa strutture esistenti (università, corpo forestale, enti parastatali, ecc.); * lezioni presso i capoluoghi di provincia; * previsti 100 allievi per ogni provincia ogni anno; borse di studio di lire 200 mila mensili; compensi orari di lire 10.000 per i docenti; * diploma finale, previo esame, di perito del suolo o di guardia territoriale, con inserimento nelle strutture consortili, comunitarie montane, comprensoriali, provinciali e regionali; * totale posti di lavoro 1° anno: 9.500; totale posti 2° anno: 9.500; * totale giovani occupati alla fine del secondo anno: circa 20.000.

Spese annuali previste: * borse di studio: 2 miliardi al mese, cioè 24 miliardi di lire all’anno; * docenti (L. 10.000 orarie) pari a L. 200.000 settimanali, moltiplicate per 26 settimane, in 95 province=totale lire 500 milioni più un miliardo e mezzo di lire per spese addestramento sul terreno: totale, lire 2 miliardi l’anno; * totale spesa per il 1° anno: lire 26 miliardi; * totale spesa per il 2° anno: lire 26 miliardi.

Compiti: * controllo sistematico del territorio, segnalazione di dissesti, di erosione di alvei, richiesta di piccoli interventi, controlli su smottamenti e valanghe, salvaguardia attiva continua.

Estratti dal libro “Un’Italia da salvare”, di Salvatore Giannella e Paolo Ojetti, Edizioni Atlas, Bergamo, 1979

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