La generazione Erasmus è l’ultima speranza

di Jarosław Makowski, Gazeta Wyborcza, Varsavia

Di fronte alla passività delle élite, solo i giovani minacciati dal precariato a vita possono invertire la rotta del declino europeo. Nonostante i tagli che minacciano il loro programma simbolo

murale nel centro sociale casablanca. madrid, ottobre 2012

Finora i sociologi si sono concentrati sulla cosiddetta “generazione perduta”. I politici hanno usato questa espressione con prudenza, fino a quando il primo ministro italiano Mario Monti ha infranto il complotto del silenzio. “Voi siete una generazione perduta”, ha detto Monti rivolgendosi ai suoi giovani compatrioti. “La verità, purtroppo non bella da dire, è che messaggi di speranza – nel senso della trasformazione e del miglioramento del sistema – possono essere dati ai giovani che verranno tra qualche anno”.

La cancelliera tedesca Angela Merkel e il primo ministro britannico David Cameron avrebbero potuto usare le stesse parole, ma è stato Monti ad aprire la strada. Questo significa che presto i leader cominceranno a parlare di “buone notizie” per fare in modo che i giovani dimentichino la vita agiata di cui hanno goduto i loro genitori. Diciamo le cose come stanno: la colpa della crisi che stritola l’Europa è delle attuali élite politiche e intellettuali. La loro è una generazione di leader cresciuti in un “palazzo di cristallo”.

Inoltre è importante capire che la loro esistenza protetta, sicura e prospera non è affatto il frutto dei loro sforzi. Merkel e Cameron, come l’ex cancelliere Gerhard Schröder e l’ex premier Tony Blair, hanno ereditato il loro tenore di vita dai loro predecessori, e alla fine si sono dimostrati soltanto una “cooperativa di consumo”, come li ha definiti Zygmunt Bauman: hanno consumato i prodotti del lavoro di qualcun altro e goduto i benefici di un successo che non gli apparteneva.

L’Europa è stata creata e costruita da una generazione con un passato tragico, incarnato da luoghi come Auschwitz. I padri fondatori dell’Unione europea – Konrad Adenauer, Robert Schuman o Alcide De Gasperi – sapevano bene che soltanto lavorando insieme avrebbero potuto realizzare qualcosa di utile e duraturo. In questo senso la solidarietà europea è stata una benedizione.

I leader attuali hanno invece vissuto in un ambiente del tutto diverso. Hanno avuto pace, sicurezza e condizioni di vita sempre migliori grazie a uno stato sociale ragionevole. Ma allora come è possibile che dopo un successo talmente spettacolare sia arrivato un fiasco altrettanto clamoroso? Il motivo è semplice: le élite di oggi pensano di aver ereditato l’Ue dai loro predecessori, quando invece l’hanno solo presa in prestito e dovranno presto passarla ai loro figli. La mentalità e lo spirito delle persone che oggi governano l’Europa possono essere riassunti in una frase: “Godiamoci la vita più che possiamo, perché presto l’Europa sarà soltanto un ricordo”.

Qual è il problema più grave che attanaglia oggi l’Europa? Per trovare una risposta basta scendere nelle strade e nelle piazze delle nostre città: “Abbiamo il diritto di voto ma non abbiamo un lavoro”, accusano i giovani disoccupati. Davanti ai nostri occhi il precariato si afferma sempre di più. Ma chi sono queste persone? Una risposta semplice e corretta l’ha fornita Guy Standig, autore di Il precariato: la nuova classe pericolosa: sono virtualmente tutti, e il nucleo è costituito dai giovani.

Oggi l’unica cosa che i leader sono in grado di dire a queste persone è che appartengono a una “generazione perduta” e che l’Ue potrebbe crollare. Il precariato, spiega Standing, è vittima delle “quattro A”: astio, anomia, alienazione e ansia. Il risultato di un sentimento sociale di questo tipo sono i “cittadini infuriati” che abbiamo visto in azione nelle strade di Londra nel 2011. Sono i “nuovi poveri”: non hanno niente in comune con l’impotenza dei barboni, ma devono affrontare la prospettiva di una vita segnata dalla disoccupazione e dagli impieghi temporanei che non valorizzano le loro qualità e ambizioni. Una condizione che partorisce inevitabilmente risentimento e rabbia.

Ma come possiamo trasformare questa rabbia in coraggio? Questa domanda esige una risposta al più presto. Innanzitutto non dobbiamo dimenticare che il coraggio dei pensieri deriva dal coraggio dell’immaginazione, e dunque dobbiamo cominciare cercando di non avere paura del nostro odio. Abbiamo il diritto di odiare, considerata la situazione, ma dobbiamo anche porre un limite fondamentale alla nostra rabbia: la furia, la rivolta e l’odio non devono essere diretti contro un altro essere umano, perché questo significherebbe soltanto gettare benzina sul fuoco.

Se cedessimo alla tentazione di schierarci gli uni contro gli altri trasformeremmo il mondo in un incubo. Al contrario, l’odio e la rabbia che alberga nei cuori di milioni di giovani europei dev’essere diretto contro l’indifferenza. Il nostro imperativo categorico dev’essere “Odio la mia indifferenza”. In secondo luogo, come spiega Claus Leggewie nel suo famoso libro Mutt statt Wut (“Coraggio anziché rabbia”), il grande cambiamento ha bisogno di “immaginazione costruttiva e spirito d’iniziativa”. E allora chi potrà assicurarci che l’Europa torni a scegliere la solidarietà e non l’egoismo, la collaborazione e non la competizione assassina, lo sviluppo sostenibile e non il profitto a tutti i costi.

Cominciamo col dire chi non lo farà di sicuro, per ragioni che sono morali, intellettuali e spirituali: i leader europei, gli stessi che negli ultimi due anni hanno provato a salvare l’Ue con un impegno tale che presto l’Unione potrebbe sparire per sempre. I leader non sono la soluzione ai problemi dell’Ue, ma la causa. Chiedere a Merkel o Hollande di tirarci fuori dalla crisi è come chiedere a un cieco di descriverci un quadro impressionista.

Basta così. Ma allora chi potrà salvarci? Può suonare paradossale, ma sono convinto che l’ultima speranza dell’Europa sia la generazione Erasmus. Sono proprio loro, i ragazzi che hanno vissuto un progetto che gli eurocrati considerano ormai talmente stravagante da volerlo cancellare nell’ambito delle “misure di austerity”. Perché – dicono le élite – dovremmo spendere il denaro dei contribuenti per finanziare giovani europei che a quanto pare passano la maggior parte del tempo a divertirsi? A questa domanda vorrei però rispondere con un’altra domanda: forse che le conferenze, i dibattiti e i viaggi studio per gli eurocrati e i loro accompagnatori – il tutto finanziato dai contribuenti – hanno aumentato la coesione dell’Ue più dell’esperienza di ragazzi che studiano e vivono in un altro paese?

La generazione Erasmus ha davanti a sé la prospettiva della disoccupazione e attraversa una profonda crisi di speranze. Ma allo stesso tempo è una generazione che ha imparato a conoscere la diversità dell’Europa toccandola con mano, e proprio grazie al suo essere senza speranze può capire quella che il grande filosofo ceco Jan Patočka chiamava la “solidarietà dei disperati”. La generazione Erasmus è accomunata da un unico destino, e sa che il mondo di oggi sta arrivando al capolinea. Ma quello del futuro è nelle loro mani. Arriverà presto un momento in cui la “generazione perduta” dovrà cominciare a costruire una nuova Europa. Abbiamo bisogno di una nuova politica progressista che non sia basata sulla logica della crescita ma su una separazione radicale da essa. Oggi le persone realmente libere non sono quelle che dicono “di più, di più, di più” (più consumo, più credito, più attacchi alla natura), ma quelli che hanno la forza e la fede per dire “basta così”.

Ragazzi della generazione Erasmus, so che non avete un lavoro e avete perso la speranza di un futuro migliore. Ma oggi siete la nostra unica speranza. Chi salverà l’Ue se non voi? E quando, se non oggi? Fatelo per voi e per i vostri figli. Il “sogno europeo” è nelle vostre mani.

Fonte: Gazeta Wyborcza, Varsavia / Presseurop. Traduzione di Andrea Sparacino

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