Antonioni, scusaci per quelle ingiuste accuse che ti gettarono addosso da Pechino

di Li Niangzhen

Nel 1972 Michelangelo Antonioni gira il documentario cinese Cina che suscita le ire del governo di Pechino che lo bolla come “nemico”. A distanza di 40 anni, e in occasione del centenario della nascita di Michelangelo (link alla lettera di Enrica Fico Antonioni), un giornalista cinese lancia “un appello a favore di Antonioni, colpito all’epoca da ingiuste accuse”, e chiede giustizia per lui. Ecco il testo di Li Niangzhen tratto dalla rivista mensile “Cina in Italia”.

il numero di febbraio 2012 della rivista cina in italia

Il famoso maestro del cinema italiano Michelangelo Antonioni quest’anno avrebbe compiuto 100 anni. Nel 1972 egli fu invitato dal governo cinese e girò il documentario Cina della durata di 3 ore e 40 minuti, registrando le immagini reali della Cina di allora. Questo documentario, che è stato considerato “una descrizione reale della poesia urbana e rurale della Cina”, procurò ad Antonioni nella Cina di quel tempo delle critiche impreviste. Tuttavia una campagna di critica nazionale, su vasta scala e così duratura nei confronti di un film straniero, è stato possibile vederla solo nella Cina di quel periodo.

Un libro pieno di critiche. La Cina a quel tempo era nel pieno della Rivoluzione culturale, avvenimenti così ridicoli comparsi in una rivoluzione così assurda, anche questo probabilmente per il mondo era un miracolo. Il 30 gennaio 1974 il Quotidiano del Popolo pubblicò un articolo di un commentatore intitolato “Cattive intenzioni, trucchi ignobili”. A quel punto le critiche nei confronti di Antonioni arrivarono come un uragano, continuarono per quasi un anno. Una parte degli articoli pubblicati tra febbraio e marzo furono raccolti in un libro di 200 pagine intitolato “Il popolo cinese non può essere ingiuriato. Crtiche al film anti-cinese di Antonioni” (Casa editrice della letteratura del popolo, giugno 1974). Gli autori porovenivano da “ogni fronte nazionale”: l’articolo prima citato, del commentatore del Quotidiano del Popolo, era la prefazione del libro stesso.

una scena tratta da chong kuo, cina (1972)

Perché successe questo? L’obiettivo di Antonioni registrò davvero la situazione sociale reale della Cina di allora. Sebbene fosse ospite del governo, come tutti gli stranieri che arrivavano in Cina a quel tempo, l’attività di Antonioni era sottoposta a enormi limitazioni riguardo ai percorsi che poteva e non poteva percorrere. Lui e il suo seguito in albergo discussero con i funzionari cinesi per tre giorni interi. Alla fine non potettero che accettare un “compromesso”. Rinunciarono al loro progetto originario portato dall’Italia che prevedeva riprese per sei mesi e girarono tutto in fretta nel giro di appena 22 giorni. Il governo organizzò le scene perché lui potesse girare. Antonioni a colpo d’occhio si rese conto che tutto era stato organizzato apposta per mostrarlo agli stranieri: quelle scuole, fabbriche, asili, compresi i parchi pubblici, le persone che si esercitavano, correvano e lavoravano ordinatamente, i volti sorridenti, i bambini innocenti, le canzoni forti e chiare. Le operaie tessili, dopo aver finito il loro lavoro, erano addirittura riluttanti ad andarsene. Consapevolmente si riunivano in piccoli gruppi nel cortile della fabbrica, studiavano le citazioni del Presidente Mao e discutevano l’eccellente situazione della Rivoluzione culturale. Naturalmente la macchina da presa ha il suo lato magico anche di fronte a queste cose, l’obiettivo va dove desidera andare. Così nel film in ogni momento compaiono scene di questo tipo: alcune cose non organizzate, punti di vista emersi inavvertitamente.

Un mercato spontaneo. Ad esempio un giorno a Liuxian, nello Henan, Antonioni e i suoi trovarono un gruppo di persone con un portamento inusuale. Così sollevarono la macchina da presa e lo seguirono. Alla fine arrivarono a un mercato spontaneo, dove le persone portavano dei cibi di loro produzione, pollame e prodotti artigianali, e li vendevano in gran segreto. Questo, a quel tempo, non era consentito. Rappresentava l’ideologia della classe borghese, rappresentava la via del capitalismo. Questo piccolo mercato era caotico, la merce era in disordine. Sul viso delle persone appariva un evidente disagio. Questo episodio era nettamente in contrasto con un altro gruppo (ovviamente questo era organizzato) ripreso a Pechino in un grande centro commerciale in cui c’era accatastata una vasta gamma di prodotti, carne e ogni genere di verdure di stagione.

Ciò che è falso è falso, anche se lo mascheri è comunque falso. Le persone di una certa età non possono dimenticare i giorni di povertà di quel periodo. Per mangiare servivavo i buoni pasto, per vestirsi servivano i buoni stoffa e per festeggiare il Capodanno si potevano mangiare ravioli di carne. Ricordo chiaramente che, da piccolo, nei negozi gli scaffali erano davvero pieni di prodotti di ogni genere, ma non venivano comprati, perché sopra era appeso un cartello: “La merce speciale non è in vendita”, sono prodotti in esposizione.

Il ricorso all’inganno è una nostra antica tradizione rivoluzionaria che si è estesa fino a oggi. Allora lo Stato non osava affrontare la realtà, non osava affrontare la proprio arretratezza, non osava ammettere la propria povertà, non osava ammettere il divario scientifico e tecnologico rispetto ai Paesi sviluppati. Tentava di nascondere la propria cicatrice con una copertina, di celare con la falsità l’evidenza. Il risultato era sempre più oscuro, sempre più falso.

A Pechino, ogni mattina, la strada si tingeva di grigio e blu, una miriade di persone vestite con abiti di colore grigio, blu e nero andavano al lavoro in bicicletta, un flusso incessante di biciclette occupava tutta la strada, tutta la città: sembrava come se scorresse davanti ai tuoi occhi un ampio flusso di colore grigio e blu. In realtà non è davvero così?

Bisognava essere spartani. Lo stile e i colori degli abiti indossati dalle persone di quegli anni subivano delle limitazioni, era un po’ un trabocchetto, così il cappello era etichettato come ideologia borghese. Quando andavo a lavorare, indossavo una tuta da lavoro. I giovani avevano molta cura del loro aspetto, si vestivano un po’ alla moda, ma se i quadri e i leader di partito ti trovavano a parlare dovevi fare attenzione a non mostrare di subire l’influenza dell’ideologia piccolo borghese, dovevi essere spartano.

In effetti a quel tempo i vestiti da lavoro non erano male, c’erano persone che non avevano nulla da indossare. La situazione della Cina era così, in realtà per ogni cinese era chiaro. Non aveva bisogno di indossare di più. Antonioni affermò di essere “un viaggiatore con la macchina da presa” che desiderava girare un documentario senza alcun valore educativo. Alcuni mesi prima di andare a Pechino, in una lettera in cui dichiarava la sua intenzione di andare a Pechino a girare un documentario, scrisse: “Ho intenzione di concentrarmi sui rapporti umani e sui comportamenti, ho l’obiettivo di registrare la vita delle persone, delle famiglie e della collettività. Il mio documentario sarà soltanto un punto di vista, un punto di vista sulla vita e sulla cultura da parte di una persona che viene da un Paese lontano”. Così la sua macchina da presa ha registrato la Cina come il suo occhio. In seguito Antonioni, parlando di Cina, e in riferimento al suo documentario, disse: “Non ho insistito nel voler andare a cercare una Cina immaginaria, ma ho consegnato la realtà che ho potuto vedere, ritengo di aver fatto la cosa giusta. Inoltre ho considerato i cinesi (e non le loro costruzioni e i loro paesaggi) i protagonisti del film, subito dopo il mio arrivo in Cina, ho realizzato queste scelte”. Antonioni dichiarò anche: “In realtà questo film non è sulla Cina ma sui cinesi”.

L’obiettivo reale di un regista occidentale e le grandi critiche che ha incontrato, ritengo siano stati il risultato di un conflitto tra il pensiero di estrema sinistra della Cina di allora e la concezione dei moderni valori occidentali. Le belle parole parlano di collisione tra la cultura orientale e quella occidentale, ma in realtà era la collisione tra barbarie e civiltà, tra arretratezza e modernità, tra menzogna e verità. I leader della grande Rivoluzione culturale di allora sembravano dei pazzi, chiunque veniva criticato, le critiche impazzavano. Confucio, che era morto da oltre duemila anni, era oggetto di critiche. Anche Song Jang, che era morto oltre settecento anni prima, era criticato. Persino gli stranieri erano criticati e un maestro del cinema italiano che è stato per 22 giorni in Cina è andato incontro a critiche per più di un anno. Questo fatto è anche un po’ divertente. Un italiano con comprendeva il cinese. Non andava spesso in Cina. Inoltre i due Paesi si trovano a migliaia di chilometri di distanza, i cinesi in Cina criticavano uno straniero, le persone non capivano né vedevano, questo significa che era semplicemente un attacco alla cieca. I cinesi criticavano se stessi, tormentavano se stessi. I cinesi criticavano uno straniero nel loro Paese, un lavoratore del cinema che si occupava della cultura dei due Paesi, un italiano che amava molto i cinesi e la cultura cinese. Questo da un altro punto di vista mostra anche che a quel tempo i nostri capi di Stato, nei rapporti di scambio internazionale, erano inadeguati e ridicoli.

Oggi un cinese residente in Italia, un cinese la cui esistenza dipende dall’Italia, vuol fare un appello in favore del maestro del cinema italiano, per fare giustizia. Per ricordare il centenario della nascita di Michelangelo Antonioni, che ha registrato la vera Cina e ha lasciato alla storia cinese riprese preziose.

Li Nianghzen

la prima parte del documentario chong kuo, cina (per le altre parti, cliccare qui)

Author: admin

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