Quando i contadini pugliesi andavano alla scuola della firma

tavoliere puglia foggia

Paesaggio del Tavoliere pugliese, vicino Foggia (da visual-italy.it)

La lettura di un recente articolo del collega e amico Mario Pancera Meno parole conosci, più il padrone ci guadagna (link) in cui si sostiene la giusta tesi che “l’attacco globale del ricco contro i poveri è sostenuto dall’ignoranza dei loro figli”, mi ha fatto affiorare alla mente la storia straordinaria della scuola della firma, una pagina semisconosciuta della Puglia segreta che ho ricostruito nell’ultimo ultimo libro che ho curato: Scrivere storie è seminare futuro. Questa pagina semisconosciuta della Puglia segreta è contenuta in un libro di cento pagine inedite e attuali con le quali ho voluto riaccendere la lanterna della memoria su Domenico Lamura, medico-scrittore per eccellenza del Tavoliere pugliese, nel centenario della sua nascita (Trinitapoli 1910-2001).

domenico lamura trinitapoli puglia

Domenico Lamura (nato a Trinitapoli nel 1920, vi morì il 30 luglio 2001): medico di professione, fu narratore, poeta e pubblicista. E’ considerato una delle espressioni più interessanti della civiltà culturale e letteraria italiana, testimone di una lucida realtà meridionale, che seppe raccontare con stile passionale e mosso da profondo sentimento cristiano.

Quando Lamura nasce, agli inizi del Novecento, il Tavoliere pugliese non brillava per la qualità della vita. Intanto si moriva presto, molto prima che nel resto d’Italia. L’ultimo censimento indicava che la vita media in quelle terre dove sono nato era di molto inferiore ai 33 anni della vita media nazionale. Una vita-lampo, scandita dall’analfabetismo di massa: all’epoca su 6.662 abitanti di Trinitapoli, 112 sanno soltanto leggere, 957 sanno leggere e scrivere e 5.593 non sanno né leggere né scrivere. In questa difficile realtà Lamura rientrò da Roma, da medico condotto, quella figura decisiva per la risoluzione dei gravissimi problemi sanitari che affliggevano l’Italia ai primi del secolo scorso (peccato che non si pensi, come avevo proposto al governo già trent’anni fa, alla figura del geologo condotto per risolvere i dolorosi e costosi guasti del dissesto idrogeologico italiano d’oggi)… Nella bussola civile di quel medico condotto l’ago si dirigeva prepotentemente verso la S di salute, ma dove la salute non era intesa solo come assenza di malattia ma anche come ricchezza del proprio bagaglio di cultura e di conoscenze.

Quella della formazione continua, intuizione moderna, era ben presente nella sua mente e fortunatamente me la trasmise in occasione di un incontro speciale, con Anacleto Lupo, giornalista e scrittore a sua volta, arrivato da Foggia nella casa di Mimino in Corso Garibaldi: il giorno in cui Mimino e Anacleto mi raccontarono, appunto, la storia della “scuola della firma”. Erano gli anni della ricostruzione politica, economica e sociale dell’Italia in cammino verso un nuovo domani: un cammino esaltante ma segnato da tante lotte e da tanti duri e a volte sanguinosi scontri. Il mondo dei braccianti del Sud era tra i settori sociali più in fermento. Sorsero delle guide per chiamare alla riscossa questi lavoratori al grido: “Braccianti di tutto il Sud unitevi”. In quell’epoca contro i ricchi terrieri, i latifondisti, si era levato possente e minaccioso un altro grido: “La terra a chi la lavora”.

Gaetano Salvemini (Molfetta, 8 settembre 1873 – Sorrento, 6 settembre 1957) è stato uno storico, politico e antifascista italiano.

Campagne in tumulto, cominciarono le prime occupazioni abusive delle terre e violenti scontri con la polizia. Nel Tavoliere il ritorno dello storico Gaetano Salvemini dall’esilio americano (1949) coincise con quel periodo ricco di speranza per i braccianti nullatenenti: la riforma fondiaria. Facciamo spazio alle parole di Anacleto Lupo: “Il mio incontro alla vigilia della prima assegnazione delle terre nel Tavoliere avvenne a Cerignola, nella sede della Cgil, dove era stata istituita una sorta di scuola della firma per insegnare ai braccianti, quasi tutti analfabeti, a scrivere il proprio nome e cognome per firmare il contratto di assegnazione della terra. Quel giorno Salvemini era tra i braccianti, nei locali della Cgil. E io ero tra loro. Così assistetti alla sfilata dei braccianti che, con le matite in pugno, strette come se fossero palette, provavano e riprovavano a scrivere il proprio nome e cognome, tracciando adagio lettera dopo lettera. Certe ‘A’ e certe ‘O’ schiacciate, che sembravano, come essi stessi dicevano, p’immadori e patane (pomodori e patate) e le ‘M’ con le zampe addossate cun’e ppecure.

il Tavoliere pugliese

Durante una sosta, prendendo la parola, Salvemini chiese: “E ora, miei carissimi braccianti, dite con tutta sincerità: da quando avete imparato a firmare, vi sentite più sicuri?“. Ci fu un possente coro di sì. E una pioggia di applausi. Tornato il silenzio, Salvemini riprese: “Si tratta, però, di un piccolissimo passo avanti, sulla strada lunga, dura, faticosa del vostro riscatto dopo un secolare, disumano abbandono. Si tratta di voltar pagina, occorre unione. Se tutti insieme voi starete, soltanto allora il vostro destino cambierete. Ora, dopo la scuola della firma, dovete continuare a istruirvi, perché i potenti hanno sempre puntato sulla vostra ignoranza. E questo lo sapeva benissimo il vostro illustre paesano, segretario generale della Cgil. Egli da bracciante diventò deputato e fu la prima voce dei lavoratori della terra a farsi sentire nel Parlamento della Repubblica italiana. Mi riferisco, voi lo avete capito, a Peppino Di Vittorio“.

A questo punto, applausi mentre uno dei braccianti si fa avanti e chiede la parola alzando il dito. Tutti tacciono. Salvemini lo invita accanto a sé e il bracciante alto, robusto, un fazzoletto rosso legato al collo a gran voce, dice: “Peppine nuste ho scupert u vucabularie ‘ncarcere. Mo u munne jé cchiene d’ paraul. E c nallj se, t ‘fann for” (Il nostro Peppino ha scoperto il vocabolario in carcere. Oggi il mondo è pieno di parole, e se non le conosci, sei fregato, Ndr). Di nuovo applausi e grida di Peppine nuste. Alla fine Salvemini volle abbracciare a uno a uno tutti i braccianti presenti. All’alba di un mondo nuovo e complicato, vale la pena di riscoprire questo invito ad aggiornarsi costantemente lanciato un giorno dal granaio d’Italia.

postato il 6/5/2012

Author: admin

Share This Post On

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *