Oggi che Israele e Palestina fanno pace al cinema ricordo Bruno Kreisky , “re Sole” austriaco, l’ebreo che invitò il capo dei palestinesi Arafat (e unico capo di Stato che aveva il numero di casa sull’elenco telefonico)

I

n oltre 40 anni di lavoro da cronista, spesso sono “salito sulle spalle dei giganti per vedere più lontano” (Newton). E oggi, mercoledì 29 agosto, mentre l’acqua come elemento naturale che favorisce il dialogo tra israeliani e palestinesi inaugura la settimana della Critica alla Mostra del cinema di Venezia (otto registi, israeliani e palestinesi, hanno girato sette episodi, lavorando fianco a fianco, insieme a tecnici e cast di entrambi i popoli) in me affiorano le idee del cancelliere austriaco Bruno Kreisky (1911-1990) in un’intervista che gli feci per il settimanale L’EUROPEO nel 1980. Ecco una presentazione di oggi e brani del dialogo di ieri, con spunti di inattesa attualità (l’aumento costante del prezzo del petrolio, la disoccupazione intellettuale in Occidente, un nuovo piano Marshall, ecc.)

“Il più grande statista austriaco del XX secolo, che ha realizzato molte riforme in patria e dato respiro internazionale alla sua politica”, lo definì così il suo successore, il cancelliere Franz Vranitzky, ai funerali ai quali presero parte 1.500 personalità provenienti a Vienna da tutto il mondo. Era una figura eminente del movimento socialista europeo: più brillante di Willy Brandt, più cordiale di Francois Mitterand, più internazionale di Helmut Schmidt, più amabile di Olof Palme. Rimpiangeva di non avere dieci anni meno per poter assistere alla svolta in atto in Europa orientale. La sua è stata una vita per la pace. Famiglia di ebrei originari della Boemia, suo padre gestiva una piccola fabbrica tessile. Studente della facoltà di legge e scienze politiche, aderì negli anni universitari all’organizzazione giovanile social-democratica. Nei primi mesi del 1934, allorché si ebbero le sommosse socialiste e comuniste, Kreisky fu arrestato, processato (memorabile la sua autodifesa davanti al tribunale del governo “clerico-fascista” di Schuschnigg) e condannato a 16 mesi di carcere. Quando i nazisti occuparono l’Austria, tre anni dopo, tornò in carcere per quattro mesi, e come riottenne la libertà lasciò l’Austria, ove oltre tutto la sua condizione di israelita lo esponeva a un avvenire quanto mai pericoloso (perse 14 parenti nell’Olocausto hitleriano), e riparò in Svezia (alla stessa maniera di Willy Brandt, che aveva trovato una nuova patria in Norvegia): suo fratello s’era trasferito da anni in Israele dove aveva scelto di vivere da ebreo ortodosso e venditore ambulante a Gerusalemme. Nell’inverno 1939-40 l’esiliato Kreisky lavorava come inviato di un giornale svedese nella guerra russo-finnica. Traversando il Mar Baltico aveva come compagno di cabina un ebreo ortodosso e questi gli disse: “Hitler è stato mandato da Dio per punire gli ebrei assimilati che si sono allontanati dall’ortodossia e i poveri gojim (i non ebrei) devono patire insieme”. Allora, raccontò Kreisky molti anni dopo, “ho capito quale forza i sentimenti religiosi possano avere negli uomini e pur rimanendo io stesso agnostico so che un politico non deve immischiarsi nelle convinzioni religiose”.

Segretario del Partito socialista nel 1967, fece ottenere al suo partito la maggioranza assoluta in Parlamento (1° marzo 1970: il Partito socialista guidato da lui vince le elezioni politiche con il 48,4% dei voti, battendo il Partito popolare democratico – cristiano che ottiene solo il 44,7%) e fu nominato nel 1971 cancelliere, carica che mantenne fino al 1983.

In Austria è praticamente assente la conflittualità sociale: al punto da irritare osservatori stranieri che non riescono a capire come rappresentanti di campi opposti (imprenditori e sindacati) possano sedersi allo stesso tavolo e trattare cortesemente, quasi da amici, di problemi nazionali. “E’ un matrimonio senza amore, che funziona”, dice Kreisky. La formula magica si chiama Paritatische Kommission, la Commissione paritaria in cui imprenditori sindacati e governo affrontano ogni tre semestri il problema dei rapporti tra prezzi e salari in perfetta serenità e con “un’esemplare comprensione” nei campi opposti. Ciò fornisce all’Austria un primato invidiabile: il minor numero di scioperi dell’Europa capitalistica.

Dopo aver dominato la vita politica per un ventennio e aver portato la sua nazione alla luce internazionale, tenendola a Ovest senza dispiacere a Est (da anticomunista pragmatico come Brandt e Schmidt, crede di poter scardinare le dittature dell’Est con la cooperazione, portando loro in casa l’Occidente ricco e libero), e trasformando la neutralità austriaca da atteggiamento omissivo e indifferente a “neutralità attiva”, si ritirò a vita privata. Quell’anno, 1983, egli era stato sottoposto a un trapianto di rene. In seguito a una caduta era stato costretto a camminare aiutandosi con il bastone. Guardava oltre i confini del suo piccolo Paese: s’era adoperato a lungo per la soluzione della crisi medio-orientale. “Socialista in un’Austria conservatrice, ebreo antisionista” (Le Monde). L’incontro, per L’Europeo, avvenne a Vienna nel gennaio 1980. In quei giorni il cancelliere si apprestava a lasciare il palazzo del Ballhausplatz così zeppo di ricordi storici (vi lavorava il principe Metternich, dotato di un’impareggiabile abilità diplomatica, il maggior artefice del nuovo ordine europeo ottocentesco, e lo scrittore Robert Musil annotava: “Ecco una di quelle cucina misteriose dove, dietro le tende chiuse, si prepara il destino dell’umanità”) per un viaggio in Arabia Saudita, Egitto e dintorni. Era la quarta volta che Kreisky viaggiava in quelle zone “calde” del Medio Oriente. Fra il 1974 e il 1976 diresse la missione informativa dell’Internazionale socialista: “Nell’ambito di quella missione ho fatto tre viaggi, spostandomi in 12 Paesi diversi e imparando più che in una qualsiasi visita ufficiale”. E’ morto quasi dimenticato dal suo partito, al quale non ha risparmiato critiche, fino alla fine. Ma anche nell’Austria di oggi è difficile trovare ancora qualche sua impronta.

Ecco alcuni brani della mia intervista apparsa su L’Europeo del 7 febbraio 1980.

Signor cancelliere, lei è uno dei rari uomini politici che quasi tutte le parti interessate regolarmente informano sugli ultimi sviluppi della situazione in Medio Oriente. Ritiene che negli anni Ottanta sarà risolta la crisi in cui si trovano le trattative sull’autonomia palestinese?

KREISKY: “I problemi del Medio Oriente sono per il momento oscurati dalle fiamme di guerra che stanno incendiando l’Iran e l’Afghanistan. Oggi il timore principale è che il fuoco della rivolta divampi in tutto il mondo islamico. Se questi fuochi verranno circoscritti, allora il processo di pacificazione nel Medio Oriente potrà andare avanti”.

A quali condizioni?

“Principalmente due: la prima è che Israele metta in pratica volontariamente la risoluzione 242 dell’Onu, restituendo le colline del Golan ai siriani così come ha ridato il Sinai all’Egitto. La seconda condizione è che Israele restituisca anche il territorio della riva occidentale del Giordano”.

A chi?

“Se Tel Aviv vuole, si trova facilmente il destinatario di queste terre. L’Olp dice che questa zona spetta a loro, ai palestinesi, e anch’io sono di questo parere. Ma se ciò risultasse impossibile, si potrebbe trovare un’unità araba che tenga questo territorio come protettorato. Una mossa in questo senso del governo israeliano porterebbe a un radicale cambiamento nel Medio Oriente e al calo di tensione nel mondo arabo”.

Da Israele arrivano segnali positivi. Abba Eban, uno dei padri fondatori dello Stato ebraico, si è dichiarato favorevole alla creazione di uno Stato palestinese. Begin ha incontrato nuovamente Sadat…

“Abba Eban è sempre stato uno dei più intelligenti uomini politici d’Israele. Non so, però, quante possibilità abbia Eban di influenzare la politica del suo Paese. Senza dubbio uno Stato palestinese sarebbe la migliore soluzione. Forse verrà il tempo in cui Israele capirà questo”.

Lo ritiene molto lontano questo tempo?

“Se non succede entro un anno, massimo un anno e mezzo, penso che non succederà più”.

Lei, cancelliere, è stato il primo capo di Stato a ricevere ufficialmente, nel luglio scorso, Yasser Arafat. Da allora il leader palestinese è stato ricevuto da altre capitali europee, anche gli Stati Uniti guardano a lui come all’uomo-chiave per la soluzione della questione mediorientale. Ritiene che possano aver giocato, in questo avvicinamento di Europa e Stati Uniti all’Olp, oltre a fattori politici anche i timori per la crisi petrolifera? La paura, cioè, di inimicarsi i Paesi arabi produttori del greggio?

“Anche se non ci fosse stata una crisi nel Medio Oriente, il prezzo del petrolio sarebbe salito ai livelli attuali. Ci troviamo di fronte a un processo simile a quello che avviene in psicanalisi. Sigmund Freud dice che si deve rendere manifesto quello che è nel subcosciente: in questo caso si è preso coscienza dell’importanza del petrolio come materia prima. I Paesi petroliferi si sono accorti che le riserve sono limitate. I Paesi industrializzati, invece, hanno aumentato i consumi di energia a causa delle crescente motorizzazione e industrializzazione. I prezzi del petrolio si mantenevano bassi, i Paesi petroliferi dovevano al contrario comprare i prodotti industriali a un prezzo molto alto. Se a tutto questo processo venuto alla coscienza dei Paesi arabi si aggiungono la crisi politica, la debolezza del dollaro, le vicende dell’Iran, si capisce perché il prezzo del petrolio continua ad aumentare”.

Cosa porta nella sua valigia per questo viaggio? Qualche proposta concreta?

“Andrò in Arabia Saudita, in Egitto e in altri Paesi arabi ma senza portare proposte. Porto informazioni. E mi faccio informare. Come nel passato, quando ho spiegato Sadat a Israele, e Israele a Sadat”.

A chi, in particolare, in Israele?

“Al leader laburista Shimon Peres. E altri”.

Perché è così vago sui rapporti con gli israeliani?

“Perché temo di danneggiare quei politici con i quali ho contatti”.

Nel suo ultimo intervento all’Onu, il 30 ottobre 1979, lei ha lanciato l’idea di un nuovo “Piano Marshall”, ricalcato su quello che gli Stati Uniti attuarono dopo la seconda guerra mondiale e che permise la ricostruzione dell’Europa. In sostanza, i Paesi industrializzati e i grandi produttori di petrolio dovrebbero aiutare i Paesi in via di sviluppo, non solo finanziariamente, ma anche fornendo loro tutte le risorse tecnologiche per costruire l’infrastruttura economica. Che accoglienza ha avuto questa proposta? Ritiene che possa concretizzarsi?

“Le difficoltà sono quasi insuperabili. Gli Stati industrializzati democratici non sono in grado di unirsi per un’azione comune, nel bene e nel male. In realtà bisogna accostarsi a questo progetto con una mentalità economica: i Paesi in via di sviluppo non saranno mai partner economicamente validi perché non dispongono di una struttura industriale. Non possono arricchirsi senza che siano costruite le infrastrutture industriali. Se non diventano ricchi, non possono comprare niente dai Paesi industrializzati. E’ un giro vizioso, che va spezzato. L’Occidente ha risorse esagerate. Per esempio sia in Europa che negli Stati Uniti abbiamo una colossale industria automobilistica. Abbondiamo anche in risorse intellettuali: dobbiamo essere pronti a esportare anche queste. In Africa, in America latina scarseggiano insegnanti, medici, tecnici, veterinari, ingegneri. Nei Paesi industrializzati, invece, essi abbondano, e ciò è fonte di gravi crisi politiche. In Italia, per esempio, la disoccupazione intellettuale fornisce un terreno fertile su cui prospera la pianta del terrorismo e dell’anarchia”.

Doveva essere, quello degli anni Settanta, un decennio destinato a celebrare i trionfi della distensione e del negoziato. Si è chiuso, invece, nel segno delle armi sofisticate, della paura della guerra, dell’invasione russa a Kabul.

“Il mio giudizio sull’Afghanistan è che l’influenza geografica dei sovietici non è cambiata perché da decenni quel Paese andava considerato come “nell’orbita dell’Urss”. Comunque si deve rifiutare, per principio ogni invasione militare di un Paese da parte di un altro, anche se i sovietici dicono che l’invasione era stata ‘richiesta’ dal governo di Kabul: questa è la motivazione usuale di tante invasioni. Le grandi potenze hanno sempre trovato qualcuno che le ha chiamate in aiuto. L’attuale momento di tensione mondiale è dovuto al fatto che si sta procedendo a tentativi per ricomporre l’equilibrio internazionale. Le due potenze, però, sono così indaffarate fuori dall’Europa che hanno un interesse comune a mantenere tranquillo il nostro continente. Nell’Europa stessa non esiste uno Stato che abbia convenienza a disturbare questo equilibrio. E’ la grande differenza rispetto all’epoca tra le due guerre mondiali, quando c’era tensione tra i vari Paesi europei. Nonostante tutto, vedo un futuro di distensione per il nostro continente”.

Signor cancelliere, in Italia da tempo si discute su un nodo da sciogliere: la partecipazione dei comunisti al governo. Qual è la sua opinione sull’argomento?

“Farò le mie osservazioni come privato cittadino, non intendo essere coinvolto come capo di governo nelle questioni politiche interne di altri Paesi. Da socialista, sono convinto che i governi di coalizione siano sfavorevoli ai partiti socialisti. Ma la cosa più sfavorevole per la democrazia è uno Stato senza governo. Perciò tutte le possibilità di coalizione devono essere esaminate, se sono essenziali per il funzionamento della democrazia. Per quanto riguarda i comunisti italiani, pur non pronunciandomi sul loro ingresso al governo, devo dire che in generale guardo con sospetto all’eurocomunismo: esso non esiste, non è mai esistito come teoria e come idea, è solo una mossa tattica. E in questa luce va vista la questione dei rapporti con l’Unione Sovietica. In un’epoca di distensione alcuni partiti comunisti occidentali possono permettersi una certa indipendenza da Mosca. Ma quando la distensione entra in crisi, come accade oggi, i partiti comunisti tendono a riavvicinarsi a Mosca. E’ un fatto provato dalla storia. Prima della seconda guerra mondiale, per esempio, l’Urss si è messa d’accordo con la Germania di Hitler. Tutti gli altri partiti comunisti europei non si sono opposti, hanno solo accusato l’imperialismo occidentale. Appena l’Urss si è alleata, invece, con l’Occidente, gli altri partiti comunisti sono diventati partigiani accaniti di questa nuova alleanza”.

Il viaggio di Marchais a Mosca sembra darle ragione…

“Da sempre ho ritenuto il partito comunista francese il più dottrinario, impermeabile a ogni evoluzione in senso eurocomunista. Esponenti dell’eurocomunismo, come l’amico Elleinstein, lo sono stati e vengono tuttora considerati dei traditori”.

Torniamo alle Botteghe Oscure e a Berlinguer.

“Se un partito comunista vuole conquistare nuovi elettori, deve fare tre cose: 1) dare la prova che ci si può fidare di lui perché è un partito democratico; 2) mettere in discussione i suoi rapporti di sudditanza con l’Urss; 3) fare concessioni al “bisogno di sicurezza” della popolazione. Cosa succede, invece, se non si guadagnano nuovi voti, anzi nel caso che se ne perdano? E’ questa la situazione in cui si trova il Pci, oggi. Ha avuto una flessione alle ultime elezioni; in più, la distensione internazionale è in crisi e la Nato rinforza gli armamenti. E’ urgente una esplicita risposta del Pci a questa nuova situazione generale. Con questa risposta sarà deciso anche il destino dell’eurocomunismo di Berlinguer.- Personalmente sono convinto che tra i comunisti ci sono quelle onestamente convinti della validità della linea eurocomunista, gli altri hanno collaborato a malincuore, controvoglia. Se i comunisti, come credo, torneranno alla vecchia politica intransigente e si riavvicineranno a Mosca, questo comporterà una scissione tra le due anime del Pci e una scissione del genere avvantaggerà i socialisti. E’ un processo lento che si è messo in moto”.

Ancora una domanda che interessa gli italiani: lei, dottor Kreisky, è l’unico capo di Stato che ha il numero di casa sull’elenco telefonico, mentre in Italia e altrove i politici preferiscono tenersi defilati dal grande pubblico.

“Questo lo si può fare in un piccolo Paese come l’Austria. Lo faccio da tanti anni e la trovo una cosa normalissima. Ci sono molti vantaggi. Per esempio al mattino so subito, prima di andare in ufficio, come e perché la gente si è arrabbiata il giorno precedente. Ironia a parte, posso intervenire o far muovere i miei collaboratori per impedire piccole e grandi ingiustizia, per snellire pratiche. Vuole un esempio gustoso? L’estate scorsa mi ha telefonato una contadina che allevava maiali, vicino a Vienna. Comprava porcellini, li ingrassava, li portava a vendere al mercato. Un giorno si è presentato un suo creditore per far sequestrare i suoi animali, sulla base di una cambiale in scadenza di quella contadina. Ma i maiali erano ancora troppo piccoli, e quando sono di quell’età (mi spiegava al telefono) il loro valore al mercato è troppo basso: ‘Fra due mesi il prezzo quasi raddoppia’, mi assicurava la contadina, chiedendo che le facessi ottenere una dilazione. Era una donna semplice, e la gente semplice è molto onesta. L’ho aiutata a trovare il denaro che le serviva subito e a tenere i porcellini. Successivamente, quando il prezzo degli animali era al massimo, la donna li ha venduti e così ha restituito il denaro”…

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