Caro Enzo Biagi, come vorremmo averti qui…

In questi giorni bui per l’Emilia devastata dal terremoto mi piace ricordare un ricordo affidatomi dal maestro del giornalismo, che amava appassionatamente la sua terra natìa

Nei giorni bui dell’Emilia ferita dal terremoto torno ad aprire le pagine dell’ultimo libro, ahimè postumo, di Enzo Biagi, “Consigli per un Paese normale”, Rizzoli 2010, una serie di articoli di quel maestro di giornalismo, curati dal sottoscritto che lavorò con lui (arricchendosi della sua umanità e della sua passione per il giornalismo), a “Oggi” quando Berlusconi decise di censurarlo e togliergli il suo spazio televisivo. In quelle pagine l’emiliano Biagi prende lo spunto da un’indagine da cui risulta che la maggioranza degli italiani vorrebbe vivere in Emilia Romagna. Sono parole che meritano di essere riprese in questi giorni dolorosi per quella regione che sta nel cuore di tutti gli italiani. Caro Enzo, come vorremmo averti qui, in questi giorni difficili…

“Mi fa molto piacere: da una indagine su scala nazionale fatta dai ricercatori dell’Unoicab e dell’associazione Nuovo Welfare, risulta che la maggioranza degli italiani vorrebbe vivere in Emilia Romagna (per i più curiosi, seguono Lombardia e Toscana a pari merito, agli ultimi posti Sicilia, Abruzzo, Sardegna e Campania) e quelli che già ci sono in Emilia Romagna si dichiarano soddisfatti.
Ho un amico colto, che è nato a Modena e ha sposato una bolognese. Ha scoperto nelle enciclopedie che un terzo degli italiani illustri sono nati in Emilia Romagna. Dice, ma forse un po’ esagera, che noi siamo «il vero cervello di questo Paese». E fa anche dei nomi: da Torricelli a Galvani, a Marconi, a Verdi, a Pizzetti e a Toscanini, e poi a Guinizelli, Ariosto e Pico della Mirandola, per arrivare ad Antonioni e a Fellini, a Eco e ai Morandi (Giorgio, il pittore, e Gianni il cantante), a monsignor Tonini.
Senza di noi emiliano-romagnoli, insomma, non si sarebbe combinato nulla di buono.
Forse al fondo di questa ricerca c’è un’ombra di campanilismo (a me, però, non dispiace) ma tenuto presente che, con circa 4 milioni di abitanti e con 22 mila chilometri di territorio, rappresentiamo appena una quattordicesima parte della Repubblica, anche voi, cittadini di altri luoghi, dovete riconoscere che siamo intraprendenti, curiosi e ospitali (è del XIII secolo la Colonna delle Anella di Bertinoro, simbolo dell’accoglienza del passato, quando i signori del posto facevano a gara per ospitare i forestieri di passaggio). O almeno ci facciamo notare.

I romagnoli e gli emiliani amano la politica, i comizi, i motori e il melodramma: preciso, gli oratori e i cantanti. Se potessero, penso, diventerebbero matti anche per i toreri. Si scalmanano per l’eloquenza di un avvocato e per il fiato di un baritono. Solo i milanesi sono convinti che, da Piacenza in giù, sia tutta Romagna. Non è esatto. Le sfumature e le differenze sono già nelle cose, nelle idee o nelle parole: con 10 caselli di autostrada si passa dal grana al parmigiano, al reggiano, che non sono lo stesso formaggio; dagli anolini ai tortellini, agli «orecchioni», che presuppongono tre diverse ricette. Mutano il dialetto e l’architettura e se vi spingete fino al mare, per arrivare ai mosaici di Ravenna, dovete attraversare il romanico di Modena, il gotico di Bologna e fare una sosta per ammirare ciò che il Rinascimento ha lasciato a Ferrara. È certo una terra di epicurei. È lo stesso paesaggio che lo esige: branchi di maialetti o di faraone al pascolo, buoi imponenti, alberi carichi di frutti (andate a vedere la piana di Vignola, a primavera quando fioriscono i ciliegi: un’immensa, vaporosa nuvola bianca) e nel Po si cattura lo storione e le anguille e i cefali della palude. Poi tanti vini, dal Lambrusco all’Albana, al Sangiovese. Ascoltate quello che racconta, nel suo Diario, il tedesco Johann G. Seume, che nel 1802 si fece servire la cena in un albergo di Ferrara: «Sono stato ottimamente trattato con minestra, lesso, salsiccia, fritto, cappone, frutta, uva e cacio profumato». Il cibo entra in tutto e condiziona la vita. Una vecchia ballata narra la lite di due innamorati: «La mia morosa la mi ha detto gnocco, e io ci ho detto: brutta crescentona». Il tortellino sarebbe stato modellato, nientemeno, sull’ombelico di Venere.

Guardate la pittura; c’è qualcosa di barocco ma di concreto: davanti all’affamato villano sta sempre pronta una ciotola di zuppa e anche le metafisiche bottiglie di Morandi lasciano immaginare ragnatele e profumi della cantina. Il mio discorso sarà piuttosto una confessione: per mestiere ho dovuto viaggiare molto ed emigrare; come il vecchio gangster del film Giungla d’asfalto, anch’io ho rispettato il motto: «Dov’è il lavoro, ivi è la mia patria». Ma sempre, nelle solitarie serate di Copenhagen o di Taipei, sulla Moscova o sul Nilo, il mio pensiero e la mia nostalgia si riempivano di portici e filari di olmi, di nebbia e di ragazze in bicicletta, di vampate di calura e di processioni, di campi di grano e di cattedrali di arenaria corrosa. Ora che la stagione dei vent’anni si allontana sempre di più, penso al ritorno: deve essere meno faticoso andarsene ascoltando per l’ultima volta i rumori e le voci che hanno accompagnato l’adolescenza”.

Salvatore Giannella

Author: Salvatore Giannella

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